L’amicizia con Giorgio Forattini nasce nei primi anni settanta a Paese Sera, dove lavoravo come grafico.Giorgio aveva partecipato a un concorso di Paese Sera per una nuova striscia intitolata Stradivarius: era la storia di uno sfortunatissimo venditore che riceveva un inequivocabile “No!”, con conseguente porta sbattuta in faccia. Tornato a casa si infilava una parrucca come la capigliatura di Beethoven, imbracciava il suo violino e, per consolarsi, suonava, qualche volta anche in compagnia della sua fidanzata Viola.
La sua striscia vinse, ma Paese Sera non la pubblicò mai. Malgrado ciò, Giorgio cominciò a frequentare la redazione; era disoccupato per scelta: dopo un breve periodo nell’impresa di famiglia – nel settore petrolifero - aveva lasciato il lavoro.Si era messo a lavorare come rappresentante e per circa vent’anni aveva girato l’Italia in lungo e in largo piazzando macchinari, elettrodomestici, dischi, ottenendo…
L’amicizia con Giorgio Forattini nasce nei primi anni settanta a Paese Sera, dove lavoravo come grafico.Giorgio aveva partecipato a un concorso di Paese Sera per una nuova striscia intitolata Stradivarius: era la storia di uno sfortunatissimo venditore che riceveva un inequivocabile “No!”, con conseguente porta sbattuta in faccia. Tornato a casa si infilava una parrucca come la capigliatura di Beethoven, imbracciava il suo violino e, per consolarsi, suonava, qualche volta anche in compagnia della sua fidanzata Viola.
La sua striscia vinse, ma Paese Sera non la pubblicò mai. Malgrado ciò, Giorgio cominciò a frequentare la redazione; era disoccupato per scelta: dopo un breve periodo nell’impresa di famiglia – nel settore petrolifero - aveva lasciato il lavoro.Si era messo a lavorare come rappresentante e per circa vent’anni aveva girato l’Italia in lungo e in largo piazzando macchinari, elettrodomestici, dischi, ottenendo ottimi risultati. «Come venditore ero bravo», diceva.
Paese Sera consentì a quello strano signore, sempre così compito e gentile, di fare qualche lavoretto, di pubblicare qualche disegnetto riempitivo per la pagina dei giochi. Cominciò a frequentare il settore grafico. Gli affidarono il compito di eseguire la grafica dei titoli della prima pagina, trasferendo lettera per lettera i caratteri trasferibili, schiacciandoli dai fogli trasparenti del Letraset o Trasferelli. Forattini eseguiva questo faticoso e umiliante lavoro con precisione e puntualità, anche se pagato pochissimo.
In redazione tutti sapevamo che non aveva un soldo, ma lui era tranquillo. Sopportava quel periodo di ristrettezze economiche con serenità. Il settore grafico aveva bisogno di personale, così Giorgio fu inserito nell’organizzazione delle pagine. Lo “portai” di peso in tipografia, dove i tipografi ancora incutevano un burbero rispetto. Divenne giornalista, ma si capiva che fare il grafico non era per lui il massimo.
Di vignette non si parlava. Io avevo pubblicato qualche vignetta su Nixon durante lo scandalo Watergate, ma la direzione mi aveva stoppato: le vignette non funzionano, mi dicevano. Il clima era quello. Una sera, durante una cena, Pierluigi Melega, caporedattore di Panorama, gli chiese se voleva disegnare vignette politiche per il suo settimanale. Forattini ovviamente accettò. Da quel giorno disegnò settimanalmente la vignetta, fino a quella, famosa, di Berlinguer che offre l’ostia del compromesso storico a un comunistaccio con fazzoletto rosso legato attorno al collo inginocchiato davanti a lui.
Paese Sera, dopo il clamore suscitato da quella vignetta, scoprì che la satira funzionava e che l’autore di satira (e che autore!) ce l’aveva in casa. Cominciò a pubblicare vignette quotidiane anche nel giornale, commentando tutta la battaglia per il “NO” al referendum sul divorzio, culminata con l’esilarante vignetta della bottiglia di spumante, marca “NO”, con il tappo che salta; e tutta l’Italia rise, perché il “tappo” era Fanfani.
Quella vignetta nacque così: eravamo Giorgio, Miriam Mafai ed io in tipografia, davanti al telaio per impaginare la prima pagina della vittoria del NO. Il clima in tipografia era euforico, e uno dei tipografi consegnandoci delle colonne di piombo esclamò in romanesco: «Aoh! Er tappo è sartato». Giorgio salì di corsa in redazione; poco dopo scese con il disegno da consegnare alla zincogafia. Questa era la sua caratteristica, saper cogliere al volo le idee, assorbire come una spugna le sollecitazioni che erano nell’aria.
Poi io e Forattini ricevemmo l’offerta di andare a lavorare al Repubblica fin dalla fondazione. Le incognite erano tante: avrebbe avuto successo un quotidiano nuovo, con un nuovo formato, con una nuova impostazione editoriale? Dopo qualche perplessità, decidemmo di accettare, per affrontare una nuova avventura.Il nuovo quotidiano all’inizio trovò grosse difficoltà, ma Scalfari aveva una granitica certezza, dichiarando in assemblea che Repubblica avrebbe presto superato il Corriere della Sera. E sappiamo tutti come sono andate le cose.
Forattini, in quei primi anni, diede il meglio di sé, diventando una firma prestigiosa del nuovo quotidiano. Le sue vignette spaziavano in tutti i campi e in tutti gli schieramenti della politica. Ma la politica di quegli anni non era attraversata dalle risse odierne, tra avversari c’era sì competizione, ma anche rispetto. I problemi erano altri, drammatici: il terrorismo, gli anni di piombo.
Le vignette di Forattini riflettevano questo clima: poteva tranquillamente disegnare Andreotti come Nosferatu, Craxi come Mussolini con gli stivali, Spadolini nudo, La Malfa tartaruga, De Mita con la coppola, il papa polacco muscolare, Berlinguer imborghesito in vestaglia, che ascolta infastidito i rumori di un corteo che provengono da fuori la finestra. Dopo le proteste da parte della direzione del partito, da “Botteghe Oscure”, toccò a me, il giorno dopo, ridisegnare lo stesso identico ambiente, ma con Berlinguer che, smessa la vestaglia, si infila la tuta da metalmeccanico.
Ogni tanto qualche politico divertito chiedeva l’originale della vignetta in omaggio, qualche altro, offeso, telefonava a Scalfari, protestando. Forattini ha sempre dichiarato: «Scalfari mi difendeva sempre, diceva che ero libero di disegnare quello che volevo, la mia vignetta era “porto franco”, e tutto finiva lì». Malgrado il terrorismo, i tanti poteri occulti, i tanti misteri, le vignette potevano essere trasversali, spesso anche spiritosamente poetiche. Una frenetica vivacità creativa sorprendeva i lettori, che si divertivano a vedere i “potenti”, di ogni colore, schieramento, religione rappresentati con feroce, dissacrante cinismo, al limite dello sberleffo.
Nel 1982 l’avvocato Agnelli convinse Forattini a passare a la Stampa. Anche io nello stesso anno, per ragioni personali, lasciai Repubblica. Ricordo solo quel magico eccitante periodo della fondazione quando tutto era in divenire, quando avevamo la sensazione di contribuire, io con il nuovo stile grafico, Giorgio con la potenza delle vignette a costruire quel nuovo modo di fare un quotidiano che ha rivoluzionato la stampa italiana.