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Addio James Watson, l’uomo che scoprì i segreti del Dna

 James D.Watson (Photo by David Levenson/Getty Images)

 

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È morto a 97 anni il biologo americano che insieme a Crick e Wilkins vinse il Nobel nel 1962 per gli studi sulle strutture base della vita. Fu a capo del progetto per mappare il genoma e mise il suo in rete
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Ci sono pochi nomi che risuonano anche nella testa di chi non ha studiato certe discipline e evocano scienza, pensiero, progresso della conoscenza. Uno di questi nomi è quello di James Watson. Altri possono essere Pitagora e il suo teorema o Copernico e la sua rivoluzione. James Watson, biologo, bambino prodigio, premio Nobel, scopritore della struttura del Dna è morto ieri a 97 anni, dopo una lunga, appassionata, celebrata vita da studioso.

E’ il 1953 quando due biologi, James Watson e Francis Crick, in un breve stringato articolo su Nature, presentano il Dna come una molecola che ha la forma di una doppia elica. Nel 1962, nove anni dopo, vincono il premio Nobel per la medicina, lo stesso anno – si pensi a che anno incredibile sia stato per l’Accademia di Svezia e per la scienza umana – Lev Landau vince il Nobel per la fisica.

Ci sono pochi nomi che risuonano anche nella testa di chi non ha studiato certe discipline e evocano scienza, pensiero, progresso della conoscenza. Uno di questi nomi è quello di James Watson. Altri possono essere Pitagora e il suo teorema o Copernico e la sua rivoluzione. James Watson, biologo, bambino prodigio, premio Nobel, scopritore della struttura del Dna è morto ieri a 97 anni, dopo una lunga, appassionata, celebrata vita da studioso.

E’ il 1953 quando due biologi, James Watson e Francis Crick, in un breve stringato articolo su Nature, presentano il Dna come una molecola che ha la forma di una doppia elica. Nel 1962, nove anni dopo, vincono il premio Nobel per la medicina, lo stesso anno – si pensi a che anno incredibile sia stato per l’Accademia di Svezia e per la scienza umana – Lev Landau vince il Nobel per la fisica.

Landau torna in mente perché, al pari di Watson e Crick, la sua figura ha travalicato l’ambito pur vasto e largo della sua disciplina specifica. Se è naturale, quasi ovvio, pensare a metafore nel linguaggio parlato provenienti dalla fisica – il buco nero, l’orizzonte degli eventi, le particelle elementari, i quanti – non lo è altrettanto pensare ad altre discipline che, nello scorso secolo, abbiano raggiunto traguardi che siano diventati metafore di uso corrente. Il Dna sì, James Watson sì. La forma della doppia elica non ha solo permesso grandi avanzamenti scientifici in campo medico biologico, ma ha dato l’abbrivio a un modo di immaginare l’infinito, pensare ai processi, riflettere su quanto l’unica forma di eternità concessa all’essere umano sia la replica (e in questa la possibilità di errore e talvolta di occasione), smantellare il concetto di originalità a favore di quello di archivio.

James Watson (a sinistra) e Francis Crick, morto nel 2004, in una foto del 1953 al Cavendish Laboratory di Cambridge

 

Prima di Watson e Crick gli acidi nucleici erano noti ma non se ne conosceva la struttura. Si conoscevano dagli anni Trenta del Novecento ma fino a Watson, Crick, Rosalind Franklin e Maurice Wilkins (che vince con Watson e Crick il premio Nobel nel 1962, Rosalind Franklin purtroppo viene esclusa dalla storia del premio Nobel, ma non può essere estromessa dalla storia umana della biologia) la loro importanza era relativa. L’ipotesi e gli studi di Watson ha chiarito il meccanismo di replica del Dna e il funzionamento del trasferimento dell’informazione sull’Rna messaggero.

Viene da pensare, a posteriori, che, tra la metà degli anni Trenta e la metà degli anni Sessanta, siamo in epoca di nastri su cui corrono informazioni e ripetizioni. La macchina di Turing si muove sopra un nastro che non è altro se non una sequenza di caselle nelle quali stanno simboli di un alfabeto finito di elementi, la macchina può leggere e scrivere su ciascuna casella del nastro. Somiglia la macchina di Turing ai nucleotidi – anche loro in numero finito – che si intrecciano su un nastro a doppia elica e fanno un essere umano. Si somigliano il Dna e gli algoritmi? L’algoritmo delle macchine prima di quello dell’uomo. Siamo sempre in Inghilterra, il gruppo di Watson e Crick lavora a Cambridge (Watson è nato negli Stati Uniti e ha fatto ricerca in moltissime università, tra cui Cambridge). Un altro nastro, quello di Moebius disegnato da Escher, le formiche che si rincorrono per sempre e sempre sulla stessa faccia, siamo nel 1961. Tra il nastro di Turing e quello di Escher, sta la doppia elica di Watson e dei suoi. Tra i nastri, quello entrato nel linguaggio e nell’immaginazione di tutti è la doppia elica di Watson e Crick. Per vanità anche, quel nastro siamo noi.

Torniamo all’importanza dell’ipotesi, della scoperta anzi, di Watson e Crick, non solo per la scienza. Senza Watson e Crick la nostra coscienza di essere più simili tra noi, di essere costituiti degli stessi pezzi, per altro pochissimi, sarebbe assai più debole. Pezzetti che si incastrano, si rincorrono, si ripetono.

Nel 1990, viene lanciato il progetto Genoma il cui obiettivo era mappare – descrivere – il genoma umano. Watson mette il suo su internet e da allora è consultabile da tutti. Il progetto si è concluso nel 2003 e da quel momento della nostra eternità (il meccanismo di replicazione, non la vita eterna ma l’eterna replica della vita) sappiamo tutto. Sempre negli anni Novanta, la letteratura comincia a considerare un soggetto, non protagonista, la replicabilità del linguaggio – lo studio di Noam Chomsky sulle strutture sintattiche è del 1957.

C’è un riverbero tra formazione del linguaggio e quello della vita? Il romanzo, a mia memoria, che indaga l’entusiasmo per la genetica (parole e corpi) è La torre di Babele di Antonia S. Byatt: Gerard Wijnnobel è lo scienziato che tesse paralleli tra linguaggio e doppia elica del Dna. Wijnnobel pensa che il cervello umano nasca con la capacità innata di generare e trasformare il linguaggio, che questa capacità sia genetica, iscritta nella corteccia, negli assoni e nelle sinapsi. «Ciò che è genetico è possibile», esulta Wijnnobel, e questa possibilità deriva da quella genetica ripensata e riformata da Watson (e Crick e Franklin e Wilkins).

Senza il suo azzardo, il suo contributo a pensare l’elica che ci ha fatto così belli, e che ha trasformato l’essere non in uno stato, ma in un processo, anche la letteratura sarebbe differente. Tutto è processo.

Lo ha scritto Proust, lo ha scritto Shakespeare, così funzionano gli algoritmi, nella ripetizione sta il senso di realtà.

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