Laura Imai Messina: “Il Giappone e quelle donne-ombrello con il super potere della gentilezza”
di Ilaria Zaffino«Non ci sono tante occasioni nella vita in cui capita di condividere un ombrello con qualcuno. È uno spazio così stretto dove davvero non è facile convivere: devi adattare il passo a quello dell’altro, c’è sempre una spalla che esce fuori, e uno dei due che si bagna di più. È come un piccolo laboratorio di attenzioni reciproche». È con la bella metafora della donna-ombrello, che nei giorni di pioggia a Tokyo attende all’uscita dalla stazione con un ombrello già aperto, pronta a camminare accanto agli sconosciuti e alleviarne almeno in parte la solitudine, che Laura Imai Messina ci presenta il suo nuovo romanzo Le parole della pioggia, in arrivo per Einaudi.
Un altro libro che l’autrice italiana di nascita, giapponese ormai d’adozione, dedica al Paese che l’ha accolta 22 anni fa e lei ha messo al centro della sua opera, sin dal libro Quel che affidiamo al vent…
«Non ci sono tante occasioni nella vita in cui capita di condividere un ombrello con qualcuno. È uno spazio così stretto dove davvero non è facile convivere: devi adattare il passo a quello dell’altro, c’è sempre una spalla che esce fuori, e uno dei due che si bagna di più. È come un piccolo laboratorio di attenzioni reciproche». È con la bella metafora della donna-ombrello, che nei giorni di pioggia a Tokyo attende all’uscita dalla stazione con un ombrello già aperto, pronta a camminare accanto agli sconosciuti e alleviarne almeno in parte la solitudine, che Laura Imai Messina ci presenta il suo nuovo romanzo Le parole della pioggia, in arrivo per Einaudi.
Un altro libro che l’autrice italiana di nascita, giapponese ormai d’adozione, dedica al Paese che l’ha accolta 22 anni fa e lei ha messo al centro della sua opera, sin dal libro Quel che affidiamo al vento, caso editoriale tradotto in oltre 20 lingue. Sono seguiti, tra gli altri, Tokyo tutto l’anno, Il Giappone a colori e Tutti gli indirizzi perduti, ambientato sulla piccola isola di Awashima, dove c’è un ufficio postale (vero) che conserva le lettere inviate a destinatari irraggiungibili.
«Doveva essere un racconto breve da presentare tanto tempo fa a un concorso letterario in lingua giapponese per stranieri, al quale alla fine non partecipai e l’idea di questa donna che gira per Tokyo con l’ombrello mi ha seguito negli anni. Del racconto iniziale però è rimasta solo questa immagine e la prima frase: “Sono nata in un giorno di pioggia». Così esordisce Imai Messina, quando la raggiungiamo in casa sua, a Tokyo, attraverso la telecamera di Zoom.
Esiste sul serio la leggenda delle donne-ombrello e la loro agenzia?
«Esiste la leggenda, non ancora l’agenzia. Ma potrebbe benissimo esistere. Il Giappone è pieno di figure professionali che altrove sarebbe impossibile trovare: per esempio c’è colui che vende il proprio tempo, qualunque sia la prestazione, il luogo o l’esperienza che gli si chiede di condividere. Oppure esiste un’agenzia di prestito delle persone: prenoti un anziano per andare a stringere il mutuo e fingere che sia tuo nonno. La leggenda della donna ombrello però è vera e mi aveva colpito già vent’anni fa, così – cosa rarissima per me – ho rimesso mano a un progetto che non avevo mai definito completamente, ma che continuava a viaggiare tra un libro e l’altro. La suggestione nasce da questa figura fantasma che, si dice, attenda fuori da un tunnel con un ombrello in mano e se si accoglie il suo invito si scompare con lei nel suo tunnel. Ma viene anche da un ricordo personale di quando, nei primi anni della mia vita a Tokyo, ero a un semaforo con un ombrello e accanto a me c’erano persone che ne erano sprovviste: mi è sempre venuto l’istinto di alzare quell’ombrello e proteggere l’altro, anche se qui in Giappone non è facilissimo mettersi in contatto con qualcuno senza spaventarlo… E così a partire da quest’idea della cura dell’altro, che è una caratteristica e un bel punto di forza tipicamente femminile, ho immaginato questa agenzia di donne-ombrello».
Questo è anche un libro sulla pioggia e sui tanti modi di nominarla nella cultura giapponese: nel romanzo la protagonista porta con sé il “Dizionario delle parole della pioggia” per leggerle ai suoi clienti. C’è davvero in Giappone un volume del genere?
«Ci sono 250 modi per dire pioggia in giapponese e sono tutti raccolti in questo dizionario, eccolo qui (ce lo mostra): in questo non mi sono inventata nulla!».
Tra i temi affrontati c’è l’apertura all’altro, quell’atto di gentilezza verso chi non conosciamo che è alleviare la solitudine degli sconosciuti, anche solo parlando per un breve momento sotto un ombrello. Un tema anche anche al centro di "Tutti gli indirizzi perduti”. Quanto abbiamo bisogno oggi di questa gentilezza?
«Chi legge i miei libri trova continui rimandi alla gentilezza, credo che la cura sia una sorta di superpotere: è un po’ come la sensazione di tornare a casa, ci sono poche persone nella nostra vita capaci di farci sentire bene, sentire al nostro posto sempre. Persone che ci danno il senso della “larghezza d’animo”, come la chiamano in giapponese, quella sorta di ampiezza all’interno del torace. E questo per me è la cura: non credo sia una prerogativa del tempo contemporaneo, c’è sempre stata, è la base della relazione, ciò che la rende preziosa e vince sul resto. Perché è lì dove ci sentiamo a nostro agio che torniamo e sicuramente il gesto di alzare l’ombrello e accogliere qualcuno è una bella metafora di tutto questo».
La capacità di cadere e rimettersi in piedi, riuscendo addirittura a “incantarsi su quello splendore che è crollare”, è un altro tema radicato nella cultura giapponese – pensiamo alla massima “cadi sette volte ti rialzi otto” – che qui emerge con forza.
«Nella cultura giapponese esiste addirittura una scienza del fallimento. Basta andare oltre lo stereotipo che noi occidentali abbiamo dei giapponesi iper lavoratori, basta guardare il sistema educativo che qui valorizza la partecipazione, in qualunque disciplina sportiva o artistica, perché vincere è sempre un’eccezione. Ed essere capaci di cadere bene, come quando stai sugli sci, è in realtà uno dei motivi di successo nella vita. Imparare a cadere vuol dire imparare a vivere. L’intera esistenza presuppone più cadute che salite sul podio e, nel quotidiano, tutti questi podi non ce li abbiamo. Anzi, a livello statistico siamo sicuramente più perdenti che vincenti».
Una visione sicuramente molto orientale e forse anche uno dei motivi che tanto ci fa amare il Giappone. Negli ultimi anni abbiamo visto crescere a dismisura il fascino che questo Paese esercita su di noi: in Occidente, in Italia in particolare, gli scaffali delle librerie sono invasi da narrativa e saggistica giapponese. Ma cosa ha questa cultura che a noi manca da attrarci così tanto?
«Non è solo l’Italia, ma un po’ tutto l’Occidente che guarda all’Oriente perché c’è la sensazione che qui tutto funzioni e che questi libri possano dispensare pillole di saggezza, fornire l’antidoto a problemi prettamente occidentali come la fretta, l’ansia da prestazione. Ma ogni cultura è fatta a puzzle e non puoi prenderne un pezzo e metterlo al posto di un altro pensando che funzioni. Dietro alla precisione giapponese che tanto ci piace, all’armonia, alla calma c’è un sacrificio di sé che noi occidentali difficilmente saremmo disposti ad accettare».