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A Norimberga, dove il male finì alla sbarra

Hermann Goering, vicecancelliere del Reich, nell’aula di Norimberga il 27 novembre 1945 (@ Getty Images)

 

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Il 20 novembre di ottant’anni fa, iniziava il processo ai gerarchi nazisti che cambiò la storia e pose le basi perché il concetto di genocidio fosse adottato dall’Onu
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NORIMBERGA – All’alba del 20 novembre del 1945, quando si schiuse una porta laterale dell’Aula 600, Norimberga divenne il palcoscenico del mondo. Uno dopo l’altro fecero il loro ingresso nel tribunale della città-simbolo del partito nazista, dei suoi oceanici raduni, degli agiografici documentari di Leni Riefenstahl, delle sue leggi razziali, alcuni dei più grandi criminali della storia. Churchill avrebbe voluto fucilarli tutti, il senatore americano Morgenthau, che sognava la Germania ridotta a un nano agricolo, lo sostenne. Ma Stalin temeva che, giustiziandoli, il mondo avrebbe pensato che avessero voluto metterli a tacere, il presidente americano Truman minacciò persino di condurre un processo ai gerarchi nazisti da solo. Come spiegò il segretario alla guerra americano, Henry Stimson, «punire questi uomini in maniera dignitosa avrà un enorme impatto sui posteri».

NORIMBERGA – All’alba del 20 novembre del 1945, quando si schiuse una porta laterale dell’Aula 600, Norimberga divenne il palcoscenico del mondo. Uno dopo l’altro fecero il loro ingresso nel tribunale della città-simbolo del partito nazista, dei suoi oceanici raduni, degli agiografici documentari di Leni Riefenstahl, delle sue leggi razziali, alcuni dei più grandi criminali della storia. Churchill avrebbe voluto fucilarli tutti, il senatore americano Morgenthau, che sognava la Germania ridotta a un nano agricolo, lo sostenne. Ma Stalin temeva che, giustiziandoli, il mondo avrebbe pensato che avessero voluto metterli a tacere, il presidente americano Truman minacciò persino di condurre un processo ai gerarchi nazisti da solo. Come spiegò il segretario alla guerra americano, Henry Stimson, «punire questi uomini in maniera dignitosa avrà un enorme impatto sui posteri».

Era il principio opposto a quello che aveva ispirato il Trattato di Versailles e le riparazioni vessatorie inflitte alla fine della Prima guerra mondiale ai tedeschi. Riparazioni che avevano contribuito all’ascesa del nazismo come aveva preconizzato il grande economista John Maynard Keynes. Un giusto processo ai vertici del Terzo Reich sarebbe stata invece una lezione di civiltà inoppugnabile, avrebbe sconfitto i demoni del nazismo. Così, in apertura, il procuratore capo Robert Jackson annunciò «il primo processo della storia per crimini contro la pace mondiale». Nei mesi successivi, in quell’aula di Norimberga nacque il diritto penale internazionale: i reati di crimini di guerra, di crimini contro l’umanità, di aggressione risuonarono tra le pareti della grande sala ristrutturata per l’occasione, ampliata e allungata per contenere centinaia di giornalisti, spettatori, funzionari, interpreti simultanei. Quei reati furono scolpiti nelle coscienze collettive e consentirono di infliggere pene esemplari a ventiquattro uomini che si erano macchiati dello sterminio di sei milioni ebrei e di milioni di morti nel conflitto mondiale. Quel processo pose le basi, pochi anni più tardi, perché il concetto di genocidio fosse adottato dall’Onu e riconosciuto dal diritto internazionale.

Hans Frank, governato nazista della Polonia con Adolf Hitler e, alle spalle, Hans Heinrich nel 1933 (@ Getty Images)

 

L’aula era stracolma, quel 20 novembre, e tra i cronisti venuti da ogni parte del mondo figuravano nomi del calibro di Walter Cronkite, Ilja Ehrenburg, John Steinbeck, Rebecca West e un giovanissimo Willy Brandt, riemerso dall’esilio norvegese. Quando sul lato sinistro si aprì la porta, l’aula trattenne il fiato. I gerarchi nazisti entrarono e si sedettero ai banchi sistemati su quel lato, di fronte ai giudici delle potenze alleate. Si guardarono negli occhi, giudici e imputati, per tutto il procedimento. Una scelta voluta. E la curiosa conseguenza fu che i togati non erano seduti in fondo all’aula, come accade di solito, ma sul lato destro. Quasi tutti erano vestiti in borghese tranne i sovietici, che indossavano l’uniforme militare. Alcuni gerarchi indossavano occhiali da sole: le luci erano accecanti per favorire le riprese televisive.

Oggi sul fondo dell’Aula 600 troneggia un enorme crocifisso che fu aggiunto negli anni Cinquanta, la sala fu rimpicciolita e riadattata alle esigenze di un tribunale regionale, le tracce di uno dei più importanti processi del Novecento furono cancellate. La Baviera voleva dimenticare. Per fortuna, negli ultimi decenni la memoria è stata recuperata: due banchi degli imputati sono esposti al museo al primo piano dell’edificio, l’ingresso laterale da cui entrarono i vertici del Terzo Reich è intatto.

Quella mattina del 20 novembre entrò nella sala, tra gli altri, Hermann Goering, capo della Luftwaffe, «padrino del terrorismo nazista» come lo definì il maggiore americano Airey Neave. La prigionia lo aveva disintossicato dalla dipendenza da morfina e dalla sua enorme stazza. Aveva perso trenta chili, ma non la sua ostentata arroganza. Come tutti gli altri si dichiarò inizialmente «non colpevole», come tutti negò di aver saputo dello sterminio degli ebrei e delle atrocità delle Ss. Poi entrò Rudolf Hess, che aveva tentato il suicidio due volte dopo essere stato catturato e continuò a fingersi pazzo per un po’. E Joachim von Ribbentrop, ministro degli Esteri del Reich, firmatario del famigerato patto con Molotov per la spartizione della Polonia,«imbecille molto presuntuoso», come lo aveva bollato Mussolini. E Julius Streicher, Gauleiter, pedofilo, criminale sadico e direttore dell’immonda pubblicazione antisemita e propagandistica, lo Stuermer, che si vantava di aver avuto orgasmi frustando i suoi prigionieri. E “l’architetto del diavolo” Albert Speer, che aveva costruito i megalomani palazzi del potere nazista, ma che cercò di accreditarsi come tecnocrate pentito. E Hans Frank, “viceré” di Hitler, avido e crudele governatore della Polonia e dei peggiori campi di sterminio, che aveva teorizzato che «gli ebrei vanno distrutti ovunque si trovino, ogni qualvolta sia possibile». In carcere cercò di ammorbidire la sua immagine, inscenandosi come fervente cattolico. Non incantò nessuno.

Cruciali furono i filmati dei massacri e le testimonianze dei sopravvissuti dei campi. E l’apparizione di Rudolf Hoess, comandante di Auschwitz, freddo e impassibile, la banalità del male alla sbarra: ammise che «almeno 2,5 milioni di vittime» erano state gasate e cremate nel campo di sterminio e che «almeno un altro mezzo milione» era morto «di fame e malattie». Fu il punto di svolta che indusse tanti ad ammettere le loro colpe. Alla fine del processo, nel 1946, dodici gerarchi furono giustiziati per impiccagione, gli altri condannati a ergastoli o lunghi anni di prigione, pochi assolti.

Dopo aver visitato Buchenwald, il generale americano Dwight Eisenhower scrisse: «non avevo mai immaginato che tanta bestialità, crudeltà e barbarie potessero davvero esistere in questo mondo». Norimberga fu il giusto processo a chi aveva inflitto quella barbarie a milioni di innocenti.

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