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Le cose da salvare sul pianeta chiamato Baricco

Alessandro Baricco 
Esce un volume che esplora il lavoro dell’autore attraverso immagini e oggetti. Senza tralasciare i romanzi, “I barbari” e gli articoli su “Repubblica”. Come fosse il catalogo di una mostra mai realizzata
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Immaginarlo studente di liceo che, per sua stessa ammissione, all’esame di maturità scrive il suo tema, quello della fidanzata e quello dell’amica della fidanzata non è difficile – se si tiene conto che, soprattutto a quell’età, un talento in esubero si può sprecare senza pensarci due volte. Più difficile è capire come il ragazzo che si intuisce dietro i personaggi del romanzo Emmaus (2009), con quell’educazione quieta, cattolica, torinese, quell’allenamento alla normalità, o perfino all’invisibilità («le nostre famiglie hanno lavorato a limare la vita fino a toglierle ogni evidenza – qualsiasi asperità che potesse segnalarci all’occhio lontano»), ecco, come quel ragazzo incoraggiato all’anonimato abbia poi maturato la sua cospicua dose di baldanza e perfino di sprezzatura, almeno apparente.

È comunque il tratto che più l’ha reso riconoscibile agli esordi: e non è complicato cacciare fuori dalle emeroteche ritagli di giornali in cui il trentenne Alessandro Baricco – con un ghigno da…

Immaginarlo studente di liceo che, per sua stessa ammissione, all’esame di maturità scrive il suo tema, quello della fidanzata e quello dell’amica della fidanzata non è difficile – se si tiene conto che, soprattutto a quell’età, un talento in esubero si può sprecare senza pensarci due volte. Più difficile è capire come il ragazzo che si intuisce dietro i personaggi del romanzo Emmaus (2009), con quell’educazione quieta, cattolica, torinese, quell’allenamento alla normalità, o perfino all’invisibilità («le nostre famiglie hanno lavorato a limare la vita fino a toglierle ogni evidenza – qualsiasi asperità che potesse segnalarci all’occhio lontano»), ecco, come quel ragazzo incoraggiato all’anonimato abbia poi maturato la sua cospicua dose di baldanza e perfino di sprezzatura, almeno apparente.

È comunque il tratto che più l’ha reso riconoscibile agli esordi: e non è complicato cacciare fuori dalle emeroteche ritagli di giornali in cui il trentenne Alessandro Baricco – con un ghigno da incendiario gentile – si diverte a studiare l’effetto del fumogeno che ha appena scagliato. Titoli che si potrebbero riassumere rozzamente nella formula “Baricco contro tutti”. In quella coda di Ventesimo secolo ancora affezionata ai quotidiani, potevano ancora fare il loro effetto. Fin dal titolo del romanzo d’esordio, Castelli di rabbia (1991), era piuttosto palese lo spirito con cui intendeva mettere piede nella cittadella della letteratura italiana.

Il paesaggio in cui Baricco debutta era stato appena sgombrato dall’ipoteca delle vecchie divinità: scomparsi Calvino, Morante, Moravia, Bassani ridotto al silenzio dalla malattia; Tondelli aveva indicato una strada e se n’era andato in fretta. I narratori nuovi, i post-tondelliani, i “cannibali” che stavano per farsi notare, guardavano altrove: al cinema nervoso e pulp di fine secolo, ai videoclip, alla pubblicità; si nutrivano di parlato per sporcare, come si imbratta una vetrina, la lingua compita della tradizione. La passione per la musica, da pianista mancato, l’aveva già portato a scrivere su riviste tanto accademiche (Rivista di Estetica) quanto iper-pop (Mucchio selvaggio). Ma per via di quelle serie e non istituzionali come Linea d’ombra conosce Grazia Cherchi, a cui fa leggere le prime pagine di Castelli di rabbia. Che sembra un romanzo tradotto da un’altra lingua, un romanzo americano non minimalista, elettrico, visionario, scompostamente lirico.

Molti, negli anni, lo hanno considerato il primo araldo dello storytelling come visione del mondo, con il rischio però di scambiarlo per un generatore di trame. Quando invece giudica le trame e i personaggi “espedienti” artigianali, talvolta perfino ingenui e riduttivi; e che «saper costruire un tavolo è solo una parte circoscritta del gesto che chiamiamo abitare». Frase molto baricchiana, pescata dal libello La Via della Narrazione (2022), dove lo scrittore chiarisce che sì, va bene costruire tavoli, ma la letteratura è fatta anche d’altro. E bisognerebbe evitare che un romanzo produca quello stesso «smarrimento ambiguo che si prova passando tra le stanze vuote allestite in un mobilificio».

C’è chi suppongo non abbia fatto troppo caso, nel tempo, ai diversi articoli in cui Baricco ha lasciato cadere note di insofferenza per storie-e-trame senza stile. Senza snobismo, da cui per partito preso ha sempre cercato di immunizzarsi, difende un’idea di stile come sound, direbbe lui, timbro di voce irripetibile, realtà aumentata, «intimità altissima e misteriosa con un particolare materiale». Tradotto, si può concludere che, libro dopo libro, ha oggettivamente dato forma a un mondo che può perfino essere, come lui amerebbe, cartografato. Ha cioè popolato uno spazio ideale di figure, situazioni, oggetti così suo da risultare, come si dice, inconfondibile.

Credo di avere capito meglio le intenzioni e gli esiti di Baricco in una pagina del saggio, nato a puntate su Repubblica, I barbari (2006). Analizzando la mutazione antropologica a cavallo dei due secoli, si dedica per qualche pagina a osservare il mondo editoriale. Privo di ansie apocalittiche, Baricco ricorda che, in assoluto, il nostro è un mondo in cui si legge di più rispetto a quello dei nostri antenati. E che contrapporre un’editoria di qualità del passato a un’editoria commerciale del presente è, in questo senso, discutibile.

I “barbari” non leggono in massa Joyce o Faulkner? C’è una ragione: «I barbari tendono a leggere solo i libri le cui istruzioni per l’uso sono date in posti che NON sono solamente libri». Baricco fa risalire l’inizio della rivoluzione nel «piccolo orticello della letteratura italiana» al bestseller planetario di Umberto Eco Il nome della rosa (1980).

Alla morte di Eco, nel 2016, Baricco riconoscerà al semiologo narratore di essere stato il più grande rivoluzionario di uno sport antico, «fare gli intellettuali». Aveva compreso per tempo che il cuore del mondo e del sapere soffoca in un tabernacolo piantonato dai sacerdoti custodi della cultura; e vive invece se, nomade come dev’essere, si sposta nei luoghi più assurdi, frequenta qualsiasi bellezza, può «battere dentro un cassonetto» e sparire quando vuole. Bene, questo vale da sintesi anche per la fitta sequenza di gesti del Baricco maestro: in televisione negli anni Novanta, nella scuola di scrittura che ha fondato, nelle lezioni pubbliche che arrivano in largo anticipo sull’exploit della divulgazione in piazza e non le sono nemmeno troppo apparentabili.

Ma restando sul punto della scrittura: la letterarietà senza tempo del mondo narrativo di Baricco non è l’iper-letterarietà dello scrittore citazionista, introflesso, ostico, colui che scrive per i suoi simili e vuole farsi leggere da loro; è come una verniciatura, o una fragranza sparsa nell’aria, un sentimento diffuso che si inala inavvertitamente e si riconosce come familiare, senza andare a cercare spiegazioni altrove.

Le istruzioni per l’uso dei libri di Baricco, se mai fossero necessarie, sono date in posti che non sono solamente libri. C’è in essi, pur con la coscienza dell’iper-lettore, la convinzione o l’attitudine “barbarica” a rifiutare gerarchie troppo rigide, a saltare qualche passaggio, a semplificarne altri, ad accettare che il senso, anziché in una dotta e abissale profondità, possa stendersi ed essere raggiunto anche sulla superficie, su una superficie levigata e verniciata come si deve, con una vernice sapiente che spesso sa di qualcos’altro – un altrove remoto, una certa idea di mondo, una lunga storia prima concentrata e poi distillata.

Nel pomeriggio dell’agosto 2024 in cui l’ho disturbato mentre lavorava, immerso nel verde del Somerset, Inghilterra sudoccidentale, alla sua Breve storia eretica della Musica Classica, mi ha offerto questa illuminante quanto asciutta considerazione a proposito del suo lavoro di autore di romanzi.

Non ti torna?, gli ho chiesto a proposito di una ovvia presenza – già nell’opera d’esordio – di indizi, presagi, temi disseminati nei libri successivi. Risposta: «Mi tornerebbe, se non fosse che il tempo, anche quello dei romanzi, non è affatto lineare, per cui è illusorio pensare che Castelli di rabbia sia il mio primo romanzo, al di là delle date. Si potrebbe dire, ad esempio, che tutto è in City (1999), il resto va compreso come gli anelli sul lago, là dove hai tirato un sasso».

Ci ho messo un anno. Ho riletto due volte City, romanzo effettivamente densissimo, e misterioso, scritto da un Baricco allora quarantenne. Ci ho messo un anno a immaginare una sequenza circolare di frasi, tutte pescate nelle pagine dello stesso libro. Gli anelli del lago. Valgano da viatico a chi intende affrontare questo viaggio.

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