È una delle città più raccontate al mondo. E non solo e non necessariamente per la sua disperante bellezza. Ma perché nella sua eternità Roma è insieme specchio e giacimento di ciò che si agita nell’animo di chiunque vi sia nato, inciampato, o che l’abbia raggiunta da naufrago o da illuso conquistatore. Roma è un’autobiografia universale. Cui varrà ora la pena inscrivere il viaggio di Aurelio Picca, Roma mia, non morirò più (La nave di Teseo). Un corpo a corpo con la città e con sé stessi. Un capolavoro che ha il canto della poesia e la forza di un fescennino. Un formidabile atto d’amore costruito attraverso un entusiasmante piano sequenza di cartoline (così le ha battezzate Picca) che, con il ritmo di un corto cinematografico, fotografano quartieri, volti, storie, o anche semplici frammenti di memoria indissolubilmente legati a una stagione della città, a un suo angolo, a una sua bottega, a un’officina meccanica dove customizzare le Alfa gt di una volta. E che di Roma restituiscono p…
È una delle città più raccontate al mondo. E non solo e non necessariamente per la sua disperante bellezza. Ma perché nella sua eternità Roma è insieme specchio e giacimento di ciò che si agita nell’animo di chiunque vi sia nato, inciampato, o che l’abbia raggiunta da naufrago o da illuso conquistatore. Roma è un’autobiografia universale. Cui varrà ora la pena inscrivere il viaggio di Aurelio Picca, Roma mia, non morirò più (La nave di Teseo). Un corpo a corpo con la città e con sé stessi. Un capolavoro che ha il canto della poesia e la forza di un fescennino. Un formidabile atto d’amore costruito attraverso un entusiasmante piano sequenza di cartoline (così le ha battezzate Picca) che, con il ritmo di un corto cinematografico, fotografano quartieri, volti, storie, o anche semplici frammenti di memoria indissolubilmente legati a una stagione della città, a un suo angolo, a una sua bottega, a un’officina meccanica dove customizzare le Alfa gt di una volta. E che di Roma restituiscono per questo la carnalità, la luce, il buio, i profumi e la puzza, il mescolarsi vorticoso di sacro e profano, di patrizio e plebeo, di coatto e sublime. Anche e soprattutto grazie all’uso di una lingua esatta, asciutta e tuttavia costantemente immaginifica. Dove anche le forme dialettali non sono mai caricatura ma il calco fedele del genoma di una città. Diversa persino nel suo cielo. Perché «la verità è che ogni quartiere, casa, strada, vicolo, palazzo, monumento, intonaco, pietra, rudere, ha in cima al capo una sua pezza di cielo». La verità «è che il cielo di Roma non esiste perché è inventato. È mentale (…) Un cielo che possiede scintille di coltello e risate che ricadono in gola».
Ad orientarsi soccorre un’unica bussola: quella con cui nasce ogni romano e che ogni romano di adozione deve imparare presto a maneggiare. Perché «ogni cittadino sa nella pancia (come se Roma fosse divisa in due partendo dall’ombelico) che esiste un nord e un sud». Perché «Roma sud è quella lì e Roma nord è quell’altra lì». Perché «se a Sergio Citti potessimo chiedere chi è il contrario dei Parioli? Ancora adesso risponderebbe: il resto di Roma». Perché «pare che tra i bulimici, imporchettati nella plastica delle maschere del Foro Italico, qualcuno si inorgogliva a dire: “Qui c’è tutta Roma nord”. Ecco, Roma nord, quella porzione di città che trova i suoi bastioni nei Parioli (è incantevole il vuoto del quartiere), al Fleming, a via Cortina d’Ampezzo (ci sono centri sportivi fantastici). Una Roma che nell’immaginario collettivo non è popolare bensì abbronzata in pieno inverno, quella che quando fa due fiocchi si traveste da alta montagna con i suv e i chirurghi plastici che non mancano per nessun terremoto al mondo. Una Roma in tiro, precisa, gommata, palestrata, multifilippinata (le donne sono belle), da scuola privata ma per niente cantata da Alvaro Amici. E comunque una Roma che definirei azzurra (per via del cielo), che fa pensare alle tigri, alle giraffe, alle aquile del bioparco». A dimostrazione che «a Roma il derby antropologico non si gioca tra la Magica (Roma ndr) e l’Aristocratica (Lazio ndr), bensì tra Roma sud e Roma nord. I romani che stanno di qua o di là non sono cugini ma fratelli. Certo divisi da una invisibile faglia (…) Le viscere di Roma erano a Testaccio (Roma sud) e il cuore di Roma era Trastevere (sempre Roma sud). Però non c’è romano che non voglia fidanzarsi o sposarsi a Roma nord. Petrolini recitava all’Ambra Jovinelli (Roma sud), i B52 bombardano san Lorenzo (Roma sud), e le prime foto della liberazione sono scattate a san Giovanni (Roma sud). Il Colosseo, il Vittoriano stanno a Roma sud, però il Tevere viene da nord. I grandi scrittori vivevano a Roma sud: Gadda, Pasolini, Caproni, Bertolucci e Monteverde. Anche il pittore Mario Schifano è a sud, eppure Alberto Moravia ha descritto meglio di ogni altro la borghesia di Roma nord».
In una città costruita per stratificazioni e accumulo, dove dunque nulla si sostituisce o si sottrae, ma piuttosto si ammucchia, Picca lavora di scavo. Un’archeologia contemporanea che lo spinge, naturalmente, anche in cerca di “Egli”, di Gioacchino Belli, la voce di Roma. Se ne sta da qualche parte al cimitero del Verano, che con i suoi 80 ettari (800 mila metri quadri), «non è soltanto il giardino dei morti, ma un museo sempre aperto». Ma Picca non lo trova. «Si è fatto tardi. Tra poco il cimitero verrà chiuso. Ma non posso andarmene senza aver trovato la tomba. Mi spiegate come potrei uscire senza salutare il più grande romano della modernità? Però per trovarlo sono costretto a giocare a tombola. Infatti Egli riposa nella particella numero 49. Ma va a finire che mi escono tutti i numeri (il 39, il 35, 36, 40, 45) e quello che cerco invece no. Ormai mi si intrecciano numeri e nomi e il tempo sta per scadere quando mi accorgo che il Belli è in tombino umile, povero, anonimo, come un plebeo. Ma la povertà di questa tomba è giusta, è l’abito di un sarto perfetto, cioè la dimora di un poeta universale che non ha bisogno di tombe».
Non lo si vorrebbe più mollare il viaggio di Picca. A maggior ragione quando si consegna al suo esito. Esatto come le pagine e l’ombra silente che ci hanno accompagnato sin lì. Alla «cartolina dal 2 novembre 1975». Al fango e sangue dell’Idroscalo di Ostia, dove venne assassinato Pier Paolo Pasolini. «Non voglio parlare della sua morte. L’hanno fatto. Lo faranno». «Pier Paolo Pasolini me lo voglio ricordare nei dettagli che vanno a parare tutti in quel castello di rovine che è Petrolio. A Cecafumo, tra l’aeroporto di Centocelle e i nuovi palazzoni di via Tuscolana, dove già nel 1961 reclutava ragazzi di vita a decine prima di trasformare il cielo della Grande Rovina narrativa in non ha colpa l’azzurro di essere azzurro (uno dei suoi più terribili cieli irreali). E poi gli occhiali neri come Onassis, che non sono indossati per celare lo sguardo, bensì per abbassare la visiera del lupo fin dentro il camposanto della sua faccia da coatto, da cravattaro, di uno che se lo osservi bene ha il naso appiccicato, i capelli che sembrano un parrucchino, le labbra sottili da perfido. Quei due tagli di pelle ai lati hanno i tratti di un cadavere che vive animato di una disperata vitalità».
IL LIBRO
Roma mia, non morirò più di Aurelio Picca, La nave di Teseo, pagg. 384, euro 22