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Le Bon: “Così cambierà il Pompidou”

(Photo by J-F TRIPELON-JARRY / ONLY FRANCE / Only France via AFP)

 

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Parla il presidente del Centre progettato da Renzo Piano per essere più di un museo. Ora chiude, si rinnova e punta alle nuove generazioni. A Parigi ma non solo
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«Non è una chiusura, è una metamorfosi». Così Laurent Le Bon, presidente del Centre Pompidou, definisce il cantiere che impegna per cinque anni uno dei musei più iconici d’Europa. «È un cambiamento nella continuità. Per spiegarlo cito spesso il vostro Gattopardo: “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”». Un riferimento che accompagna una trasformazione ambiziosa, pensata nel rispetto dello spirito originario del Pompidou ma con lo sguardo rivolto invece al Ventunesimo secolo. «Siamo legati al genio di Renzo Piano e Richard Rogers. Non possiamo modificarne neppure un dettaglio esterno. È un prototipo da preservare» spiega Le Bon, 56 anni. La ristrutturazione, quindi, avviene in costante dialogo con Renzo Piano che progettò l’edificio, inaugurato nel 1977, a partire dal 1970. «Il suo studio è a due passi, ci vediamo spesso». Il nuovo progetto architettonico è stato affidato al duo franco giapponese Moreau-Kusunoki, in collaborazione con lo studio messicano di Frid…

«Non è una chiusura, è una metamorfosi». Così Laurent Le Bon, presidente del Centre Pompidou, definisce il cantiere che impegna per cinque anni uno dei musei più iconici d’Europa. «È un cambiamento nella continuità. Per spiegarlo cito spesso il vostro Gattopardo: “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”». Un riferimento che accompagna una trasformazione ambiziosa, pensata nel rispetto dello spirito originario del Pompidou ma con lo sguardo rivolto invece al Ventunesimo secolo. «Siamo legati al genio di Renzo Piano e Richard Rogers. Non possiamo modificarne neppure un dettaglio esterno. È un prototipo da preservare» spiega Le Bon, 56 anni. La ristrutturazione, quindi, avviene in costante dialogo con Renzo Piano che progettò l’edificio, inaugurato nel 1977, a partire dal 1970. «Il suo studio è a due passi, ci vediamo spesso». Il nuovo progetto architettonico è stato affidato al duo franco giapponese Moreau-Kusunoki, in collaborazione con lo studio messicano di Frida Escobedo, già nota per la nuova ala del Metropolitan Museum di New York.

Il Centre Pompidou riaprirà nel 2030. Come ha vissuto il momento della chiusura?

«Dopo tanti annunci, è davvero arrivato, ma preferisco parlare di metamorfosi. È un cambiamento nella continuità. Per spiegarlo cito spesso, come le ho detto, il capolavoro di Tomasi di Lampedusa. Siamo legati al genio di Renzo Piano e Richard Rogers. Il ministero della Cultura ha concesso al Centre Pompidou la protezione come monumento storico. È un livello di tutela importante».

Renzo Piano è coinvolto in questo gigantesco cantiere?

«È molto legato al Pompidou che è stato il suo primo grande progetto, vinto quando aveva solo trent’anni. All’inizio voleva partecipare anche al concorso per la ristrutturazione, poi ha deciso di farsi da parte, con grande eleganza. All’esterno il Pompidou conserverà la sua identità. All’interno, invece, cambierà tutto, i centoventimila metri quadrati verranno ripensati da cima a fondo, con un’Agora pluridisciplinaire di diecimila metri quadrati, nuove gallerie espositive, una terrazza panoramica, spazi per il pubblico giovane, due sale cinematografiche».

Cresceranno gli spazi espositivi?

«Sì, cresceranno nell’Agora. Dieci anni fa avremmo immaginato una nuova ala, un nuovo edificio. Oggi adottiamo un’etica della sobrietà. Non solo per ragioni ecologiche. L’obiettivo è offrire più ospitalità, più qualità. Vogliamo raccontare una storia che parte dalla Piazza, immaginata da Piano e Rogers ispirandosi alla piazza del Campo di Siena, e accompagnare il visitatore in un edificio spettacolo. Ogni piano deve essere un momento di meraviglia. Su 460 milioni di euro complessivi per la ristrutturazione del museo, 280 vengono dallo Stato, ma 180 dobbiamo trovarli noi. E siamo già a buon punto perché abbiamo coperto 100 milioni».

Durante i lavori, il Centre Pompidou continua con tante mostre e progetti.

«II nostro punto d’appoggio nella capitale durante i lavori è il Grand Palais. Ci lavorano già 150 dipendenti del Centre Pompidou che hanno realizzato quattro mostre e altre sono in arrivo. È un luogo molto diverso, ma c’è un legame storico perché è proprio al Grand Palais che nel 1971 fu esposto per la prima volta il progetto architettonico del Centre Pompidou. Fuori Parigi, abbiamo avviato la strategia “Constellation”, una rete di altre sedi e collaborazioni. Siamo diventati il primo prestatore mondiale di opere, oltre novemila ogni anno. Abbiamo dieci musei con cui condividiamo il nostro nome, come Metz e Massy in Francia».

Qual è il senso dei vostri partenariati all’estero?

«Sono molto cambiati in quindici anni. Non si tratta più solo di prestare opere ma di veri partenariati, dove portiamo il nostro savoir-faire curatoriale e museografico e impariamo dagli altri. È un rapporto di scambio. All’estero c’è lo storico partenariato con Malaga, apriamo una sede a Bruxelles, in Asia siamo a Shanghai e Seul. Abbiamo appena firmato per un centro in Brasile, è in corso un progetto a Jersey City. Ma non cloniamo un modello. Ogni sede ha una sua identità. E oggi non ci chiedono più solo “voglio una mostra di Matisse o di Picasso”. Con la Cina, ad esempio, abbiamo sviluppato una delle migliori collezioni di arte cinese contemporanea. In Arabia Saudita stiamo costruendo collaborazioni interessanti. Abbiamo previsto anche mostre anche Italia, una di Kandinsky a Roma, un progetto con il Maxxi, e un altro sul Cubismo a Rovigo nel 2027».

Guardando al 2030, come vede il futuro del Pompidou?

«Abbiamo capito che il dna del post Maggio ’68 c’è ancora e basta reinterpretarlo in chiave contemporanea. Non rifaremo un museo di white cubes. Saremo un progetto culturale del ventunesimo secolo, con una sfida centrale: la gioventù. Se i giovani non verranno, avremo fallito. Per questo abbiamo mantenuto la biblioteca all’interno del progetto, è un importante luogo di scambio e partecipazione di molti studenti che vengono e poi scoprono tutto il resto della nostra offerta culturale».

Come affrontare il tema del digitale?

«È una questione centrale. Sarebbe sbagliato trasformare tutto in immersività, ma sicuramente stiamo investendo anche nell’arte digitale. Siamo stati tra i primi musei a collezionare Nft. L’identità del Centre Pompidou è la pluridisciplinarità. Gli artisti non si limitano più all’olio su tela o al bronzo, sperimentano nuovi media, fanno film, creano con strumenti digitali. Questo ci proietta nel futuro, mantenendo vivo lo spirito delle origini. Cinquant’anni fa c’erano solo due o tre istituzioni a difendere la creazione contemporanea. Oggi lo fanno tutti. Il Louvre, Orsay, la Collection Pinault et le Fondazioni Cartier, Vuitton. Il nostro compito è distinguerci, non inseguire la logica dei blockbuster».

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