La scrittrice Tiffany McDaniel: “L’Ia voleva rubare i miei libri, ma la fantasia è più forte”
di Ilaria Zaffino«Ogni mio singolo libro è concepito, scritto e completato unicamente da me; nelle mie storie non si fa uso a nessun livello di IA. Non avrei mai pensato di poter vivere in un’epoca in cui serve ribadire un concetto tanto semplice come questo».
Eppure Tiffany McDaniel, autrice di culto per innumerevoli lettori - la sua opera più nota, L’estate che sciolse ogni cosa, l’ha imposta come fenomeno rivelazione, a cui sono seguiti, tra gli altri, Il caos da cui veniamo e Sul lato selvaggio (tutti pubblicati in Italia da Atlantide) – sulla distinzione tra le «storie forgiate dal fuoco dell’immaginazione umana» e quelle generate «per imitazione da una macchina» è dovuta tornare, addirittura con una nota a margine nel suo ultimo libro, dopo che le sue opere sono state usate, a sua insaputa, per addestrare l’Ia.
«Ogni mio singolo libro è concepito, scritto e completato unicamente da me; nelle mie storie non si fa uso a nessun livello di IA. Non avrei mai pensato di poter vivere in un’epoca in cui serve ribadire un concetto tanto semplice come questo».
Eppure Tiffany McDaniel, autrice di culto per innumerevoli lettori - la sua opera più nota, L’estate che sciolse ogni cosa, l’ha imposta come fenomeno rivelazione, a cui sono seguiti, tra gli altri, Il caos da cui veniamo e Sul lato selvaggio (tutti pubblicati in Italia da Atlantide) – sulla distinzione tra le «storie forgiate dal fuoco dell’immaginazione umana» e quelle generate «per imitazione da una macchina» è dovuta tornare, addirittura con una nota a margine nel suo ultimo libro, dopo che le sue opere sono state usate, a sua insaputa, per addestrare l’Ia.
Romanzi dove siamo abituati a trovare violenza, destini tragici, voli nella trascendenza: perché niente come le sue parabole nere riesce a insinuarsi nelle pieghe avvelenate dell’esistenza.
Americana (è nata in Ohio, dove vive, nel 1985), artista visiva e poetessa oltre che romanziera, Tiffany McDaniel nell’ultimo anno si è dedicata a un’altra sua grande passione: la letteratura per ragazzi. Per loro ha scritto la sua nuova serie fantasy The Wand Keepers, della quale è appena arrivato in Italia il secondo volume La maledizione delle mummie, con protagonista la giovane Spella, il suo gatto mummificato e la stravagante zia adottiva che fabbrica cappelli volanti. Un mondo magico dove risuonano però valori attuali come la difesa dell’ambiente, l’ecologia e la lotta al bullismo.
Ma davvero i suoi libri sono stati utilizzati, senza il suo consenso, per addestrare l’Ia?
«Quando l’ho scoperto, è stato come se mi avessero rubato non solo la scrittura, ma anche l’anima. L’Ia è una minaccia per ogni artista, autore e fotografo. In un mondo pieno di scrittori e artisti, non c’è alcun bisogno di usare testi o immagini generati da una macchina. E se un’azienda sceglie l’Ia al posto dei creatori umani, è perché mette il profitto al di sopra delle persone. Arte e scrittura devono provenire da un essere umano. Quando sono generate dall’Ia nascono da idee rubate, contenuti con cui è stata addestrata, inseriti senza il consenso dei creatori originali».
Come è capitato a lei. Non salverebbe proprio nulla in questa convivenza forzata tra uomini e macchine?
«Non dimentichiamoci che l’Ia consuma enormi quantità di acqua ed energia. L’arte e la scrittura sono state trasmesse attraverso le generazioni, lasciando un’eredità sostenibile, per celebrare la vita, non per consumarla. Scrivere davvero significa fissare la pagina bianca finché non arrivano le parole. È l’investimento emotivo, l’esperienza vissuta, la revisione, la rilettura. È portare con sé le frasi finché non si trova quella giusta. Ed è per questo che credo fortemente che l’Ia non debba avere posto nelle arti creative. Se la stai usando per scrivere un libro, non sei uno scrittore. Sei l’assistente dell’Ia».
Dopo tanti romanzi per adulti acclamati e premiati ha iniziato a scrivere per i ragazzi. Perché?
«In realtà ho sempre scritto storie fantasy, fin da bambina, ma agli inizi un agente mi suggerì che, per essere presa sul serio, non avrei dovuto dedicarmi ai libri per ragazzi. Fu un pessimo consiglio! La letteratura per ragazzi è complessa quanto quella per adulti. Ho sempre pensato che i libri per bambini siano uno dei generi più importanti, perché ci trovano due volte nella vita: la prima quando siamo bambini, desiderosi di credere in giganti, maghi e fate; poi di nuovo da adulti, ricordandoci chi eravamo da piccoli e quello che sognavamo. È la magia senza tempo della letteratura per ragazzi, e per questo amo farne parte».
E come è nata questa serie?
«È cominciato tutto durante la pandemia. In quei mesi in cui tutto sembrava molto buio, avevo personalmente bisogno di ricordarmi della luce nel mondo. Scrivere questa serie è diventata la mia occasione per fuggire nella magia. Così in quel periodo, mentre camminavo nei boschi, pensavo a quanto sarebbe stato meraviglioso imbattersi in un cottage di pietra nascosto dietro gli alberi antichi. Potevo immaginare la soffitta storta e, sbirciando dalle finestre, vedere una cappellaia magica intenta a lavorare ai suoi cappelli incantati. Quello è stato l’inizio. E proprio come è diventata la mia fuga dal mondo, vorrei che questa serie sia una fuga gioiosa anche per i lettori, ed è per questo che non c’è nulla di oscuro, triste o spaventoso qui: perché a volte abbiamo solo bisogno che un libro sia un caldo abbraccio».
Il Dr. Seuss incontra Harry Potter: un mondo selvaggio e bizzarro, traboccante di intuizioni inaspettate e dettagli affascinanti”, così la critica ha accolto questo suo ultimo libro. Cosa ne pensa?
«Volevo davvero che risultasse inaspettato, fresco, entusiasmante, ma affascinante allo stesso tempo. Qualcosa che un adulto potesse trovare gioioso quanto un bambino».
Ci sono autori verso cui si sente debitrice?
«Sono cresciuta con le leggende greche ed egizie. Ho assorbito le storie indigene di mia madre Betty, tramandate a lei da mio nonno Landon. Direi che quella precoce esposizione a miti e leggende mi ha formata come narratrice».
E se dovesse scegliere un libro del cuore della sua infanzia?
«A quel tempo leggevo di tutto. Sono cresciuta negli anni ’90 e ho amato R.L. Stine. Ma divoravo anche libri di scienza. Mentre scrivevo questa serie, ho riflettuto su quei libri letti da bambina: dal coraggio di Jack che sale sul fagiolo magico ai conigli eroici di La collina dei conigli, alla ragazza curiosa che attraversa un armadio nato dall’immaginazione di C.S. Lewis. Nei libri per ragazzi c’è sempre una speranza: ci invitano a sognare e a credere nella magia».
Ci racconta qualcosa del suo processo creativo: quanto tempo impiega per ogni libro? Dove scrive?
«Per la bozza di un romanzo per adulti impiego circa 30 giorni. Non mi piace lasciare che la storia ristagni: voglio metterla su carta il prima possibile. Poi arriva l’editing: per me, è una delle parti più piacevoli, perché stai scolpendo la storia, conoscendo più a fondo i personaggi. Quanto al luogo, scrivo con penna e taccuini. Non passo al computer finché non devo digitare la storia. Una volta digitata, la stampo e continuo a modificarla sulla carta. Non mi piace passare troppo tempo davanti allo schermo. Mentre adoro scrivere vicino all’acqua, al piccolo tavolo che ho allestito nel bosco. La natura è la mia compagna di scrittura».
Lei è conosciuta soprattutto come scrittrice, ma è anche artista visiva e poetessa. Quanto influisce questo sulla sua prosa, così lirica e ricca di immagini?
«Ho sempre illustrato le mie storie fin da bambina, e anche quando scrivo romanzi, dipingo i personaggi o le scene. Aggiunge uno strato in più alla storia, ma mi permette anche di vedere personaggi e scene proprio davanti a me. Che li dipinga ad acrilico, li disegni a carboncino o li componga con tessuti per arte tessile, mi piace poter viaggiare con loro attraverso le mie mani. Il rapporto tra la mia arte visiva e la scrittura è come una conversazione: la prosa ispira l’arte con una corrente emotiva, ma si alimentano a vicenda e mi aiutano a dare vita alla storia nella maniera più completa possibile».
Nei suoi romanzi la violenza ma anche l’esoterismo sono temi ricorrenti. C’è un motivo?
«In libri come Betty e Sul lato selvaggio, entrambi ispirati da storie vere, la violenza appare nelle pagine perché è stata vissuta da persone reali. Per raccontare queste storie, sapevo di non poter distogliere lo sguardo dal dolore che queste persone avevano subito. E anche nel caso di L’estate che sciolse ogni cosa è stato un “seme” di violenza a ispirare il libro: l’uccisione di un uomo da parte di un poliziotto, anni prima di George Floyd. Esplorare queste realtà significa affrontare i modi in cui la violenza plasma comunità e identità. Ma nella mia scrittura cerco di ricordare ai lettori che, anche nell’oscurità, esistono resilienza e forza».
E quanto c’è delle sue “parabole nere” in questa serie?
«Anche se i temi sono diversi, il mio cuore e la mia voce sono molto presenti nella serie. Tutti ciò che mi sta a cuore — il mondo naturale, la gentilezza, gli animali, la meraviglia — si trova in queste storie. Ho sempre pensato che la letteratura per ragazzi sia il nostro genere più gioioso. Allarga la nostra prospettiva, favorisce l’empatia, riaccende il senso di meraviglia. E queste sono cose che cerco di infondere in tutto ciò che scrivo, a prescindere dal pubblico. Il tono della serie è più giocoso, ma i lettori riconosceranno la mia voce».