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Sulla cima di Castel Sant’Angelo simbolo della resistenza di Roma

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Il mausoleo di Adriano si è trasformato nei secoli, rimanendo luogo di potere e profezia. L’anticipazione del nuovo saggio dedicato ai segreti e ai misteri della Città Eterna
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Una figura domina un intero quadrante della città: è l’arcangelo Michele, con la sua spada, in cima a Castel Sant’Angelo. Il senso di questa immagine è però molto diverso da quello che può immaginare un passante superficiale: una robusta fortezza su cui svetta la figura battagliera e con le ali spiegate di san Michele. L’opera, realizzata da Pietro Fiammingo (Peter Anton von Verschaffelt) a metà Settecento, è l’ultimo adattamento di un’icona che ne ha conosciuti molti (sette, succedutisi per il trascorrere del tempo e l’incidenza di eventi atmosferici, fulmini inclusi).

All’origine, nell’anno 590, c’è la leggendaria processione guidata da papa Gregorio Magno per supplicare la fine della pestilenza che piegava la città. A sancire il miracolo, l’apparizione sul mausoleo di Adriano dell’arcangelo, il quale non estrasse, ma rinfoderò la spada, a indicare che il contagio (per il quale, nella stessa processione al seguito del Papa si registrarono diverse vittime) era finito.

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Una figura domina un intero quadrante della città: è l’arcangelo Michele, con la sua spada, in cima a Castel Sant’Angelo. Il senso di questa immagine è però molto diverso da quello che può immaginare un passante superficiale: una robusta fortezza su cui svetta la figura battagliera e con le ali spiegate di san Michele. L’opera, realizzata da Pietro Fiammingo (Peter Anton von Verschaffelt) a metà Settecento, è l’ultimo adattamento di un’icona che ne ha conosciuti molti (sette, succedutisi per il trascorrere del tempo e l’incidenza di eventi atmosferici, fulmini inclusi).

All’origine, nell’anno 590, c’è la leggendaria processione guidata da papa Gregorio Magno per supplicare la fine della pestilenza che piegava la città. A sancire il miracolo, l’apparizione sul mausoleo di Adriano dell’arcangelo, il quale non estrasse, ma rinfoderò la spada, a indicare che il contagio (per il quale, nella stessa processione al seguito del Papa si registrarono diverse vittime) era finito.

Le pestilenze hanno attraversato tutta la storia di Roma: dalla Peste Antonina tra 165 e 180 (in cui operò uno dei geniali padri della medicina, Galeno), alla peste nera del 1348, alla pestilenza del 1556-57 (durante la quale un’attenta gestione ridusse il numero di morti, che alla fine furono circa quindicimila, ovvero il dodici per cento della popolazione cittadina del tempo).

In età contemporanea, avendo per lo più abbandonato gli approcci devozionali all’insorgenza, al contrasto e all’estinzione delle pandemie, la nostra tendenza è a rimuoverle, una volta terminate: lo vediamo chiaramente nel nostro rapporto collettivo con il recente sviluppo del Covid («Basta parlarne, già ne abbiamo sofferto abbastanza!»). Nel corso dei secoli, i segni materiali della devozione cristiana ci hanno invece lasciato migliaia e migliaia di monumenti, altari ed ex voto, con le più diverse motivazioni, nei luoghi religiosi.

Alla conclusione della peste di metà Trecento, è stato realizzato il più grande ex voto della città: la scalinata che porta all’Aracoeli, che vediamo accanto alla cordonata michelangiolesca diretta al Campidoglio. Anche dopo il Sacco dei lanzichenecchi (1527), che potrebbe aver causato circa ventimila morti in una città ridottasi a circa cinquantamila abitanti, si diffusero gravi malattie. Nella sua Storia d’Italia, Francesco Guicciardini cataloga il sacco tra «tutte quelle calamità con le quali sogliono i miseri mortali, ora per l’ira giusta di Iddio ora dalla empietà e sceleratezza degli altri uomini essere vessati». Una tragica profezia – sempre riferita dal Guicciardini – era stata pronunciata dall’irregolare predicatore senese Brandano, circa la rovina «de’ preti e di tutta la corte romana e la rinnovazione della Chiesa (…) affermava ostinatamente il flagello e rovina di Roma (…) e costui era prestata grandissima fede e credenza».

Roma, Villa Medici 

 

Altri segni che, nella convinzione popolare, preconizzavano questa rovina? Una mula aveva partorito nel palazzo della Cancelleria; molta parte delle mura tra il Vaticano e il Castello aveva subìto dei crolli; un fulmine aveva colpito una statua della Madonna in Santa Maria in Traspontina, frantumando il Bambino e la corona; l’immagine di Cristo nella chiesa di Santo Spirito aveva pianto ripetutamente; nella Cappella pontificia il giovedì santo furono trovate le ostie dell’eucaristia sparpagliate in terra. Dopo il Sacco, si leggeva nei dispacci degli ambasciatori rivolti ai Gonzaga, agli Estensi e a Baldassarre Castiglione: «Exterminio e total ruina de Roma, una compassione la maggiore del mondo a vedere questo cossì crudel spettaculo»; «La sera fu presa tutta Roma et messo tutto a fil di spada (…) le rapine infinitissime. Non vi si è salvata casa»; «Il prefato exercito ha sachezato tuta heri sera et tuts nocte questa misera cità di Roma e tuttavia dura il sacho. O miseranda e orfana cità, o che pietà, o che compassione»; «La extrema ruina et desolatione. Roma resta ruinatissima per molti anni, né so se si possa sperare che mai più habbia da haver forma di Roma». Eppure, anche qui la città ha dimostrato una formidabile resilienza.

Michelangelo Buonarroti aveva terminato di affrescare la volta della Cappella Sistina nel 1512: dopo la sciagura del Sacco, già nel 1536 iniziava ad affrescare il Giudizio universale, una delle opere che parlano in modo inequivocabile al mondo intero. Nello svolgimento di un racconto della Città Eterna che dura almeno duemilaottocento anni, il comune denominatore che cerco di far emergere è la ricchezza delle stratificazioni. Roma si è incaricata di coprire i segni di saccheggi e distruzioni attraverso l’incessante opera di trasformazione che la caratterizza (tieni a mente, caro lettore: solo se cambia, si adatta, si rinnova, una città può progredire e servire l’interesse della propria comunità). Con una ricerca molto istruttiva, è tuttavia ancora possibile trovare le rare e suggestive tracce delle antiche distruzioni.

A partire proprio dal rapporto tra il Vaticano e il castello, simboleggiato dal Passetto di Borgo. Un dettaglio, appena visibile, aiuta la memoria: i segni dei colpi di archibugio che gli invasori lanzichenecchi spararono sulle feritoie di questo corridoio difensivo – nel tratto più vicino all’antica Porta Angelica – mentre alti ecclesiastici e dignitari correvano al riparo verso la fortezza. Il mirabile mausoleo dell’imperatore Adriano si era da tempo trasformato nell’estremo riparo per i detentori del potere pontificio.
Dopo essere stato inserito nel sistema difensivo delle mura Aureliane (alla fine del III secolo), e dopo essere stato il rifugio di Totila (545) all’epoca delle guerre tra goti e bizantini, fu collegato alle nuove mura Leonine alla metà del IX secolo per tutelare i palazzi vaticani dopo il trasferimento qui della residenza papale dal Laterano (avvenuta nel Quattrocento, con Martino V e Nicolò V). Divenne parte dei conflitti baronali medievali (vi si insediarono i Teofilatti e i Crescenzi) e visse poi importanti vicissitudini, con l’intervento dell’imperatore Ottone III, un breve controllo da parte del Comune ribelle a metà Duecento, l’affidamento da parte di Niccolò III Orsini alla propria famiglia – incluso il periodo della pluridecennale fuga dei papi ad Avignone – fino al definitivo controllo papale.
Proprio sotto l’autorità pontificia conobbe tuttavia tormenti maggiori, tra cui l’assalto per opera di truppe militari cittadine, contrarie al primato di autoritari mercenari bretoni al servizio di cardinali francesi (1379), che ebbe gravi conseguenze sulla struttura difensiva esterna. Il Passetto era dunque il cordone decisivo per l’autodifesa dei governanti, come scrisse Mariano Vasi alla fine del Settecento: «Questo Castello comunica col palazzo Vaticano mediante un lungo corridore coperto, e sostenuto da vari archi, fatto a tempo d’Alessandro VI, perché dall’uno all’altro luogo potessero i Pontefici in qualunque occorrenza comodamente, e con tutta la sicurezza passare».
Roma.
IL LIBRO

La città dei segreti di Francesco Rutelli, Newton Compton, pagg. 256, euro 14,90. Incontro oggi alle 18.30 alla Galleria Sordi di Roma

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