Ecco cosa ne è di un sapere d’amore. Tutto si gioca su una domanda. Una domanda ripetuta tre volte. Imbarazzante perché semplice. Imbarazzante perché impossibile. La domanda delle domande, fra due esseri umani. Tu mi ami? Prova a rispondere. Tu mi ami? Prova a rispondere veramente. Prova a rispondere con tutta l’intensità e la sincerità di cui sei capace. Non è semplice. Ti trema la voce. Tu mi ami? Gesù risorto lo domanda a Pietro. Glielo domanda fuori tempo massimo, anzi: fuori dal tempo. Come se gli assenti della nostra vita tornassero per avere la certezza di ciò che abbiamo provato, che ancora proviamo per loro.
L’unica apertura autobiografica del nuovo, lungo e trascinante “racconto a voce” di Roberto Benigni – Pietro. Un uomo nel…
Ecco cosa ne è di un sapere d’amore. Tutto si gioca su una domanda. Una domanda ripetuta tre volte. Imbarazzante perché semplice. Imbarazzante perché impossibile. La domanda delle domande, fra due esseri umani. Tu mi ami? Prova a rispondere. Tu mi ami? Prova a rispondere veramente. Prova a rispondere con tutta l’intensità e la sincerità di cui sei capace. Non è semplice. Ti trema la voce. Tu mi ami? Gesù risorto lo domanda a Pietro. Glielo domanda fuori tempo massimo, anzi: fuori dal tempo. Come se gli assenti della nostra vita tornassero per avere la certezza di ciò che abbiamo provato, che ancora proviamo per loro.
L’unica apertura autobiografica del nuovo, lungo e trascinante “racconto a voce” di Roberto Benigni – Pietro. Un uomo nel vento (su Rai1 e Radio3 in prima mondiale mercoledì 10 dicembre alle 21.30, produzione Stand by Me e Vatican Media; libro in uscita l’11 con Einaudi Stile libero) – è il ricordo di una domanda posta da lui e dalle sorelle al babbo Luigi. Babbo, ma tu vuoi bene alla mamma? Sì, risponde lui, che domanda è. I figlioli insistono: e allora perché non glielo dici mai? Il babbo, imbarazzato, risponde che non sono cose che si dicono, e lei lo sa da sé. Per leggere in profondità il patto d’amore – un amore senza riserve – fra Gesù di Nazaret e il suo «migliore amico», Benigni punta il fascio di luce sull’imbarazzo. Quello che una generazione di uomini come suo padre provava nel nominare i sentimenti. Che vergogna parlare d’amore. Per i bisnonni, i nonni, i padri. E per tutti noi, tutti noi, vuol farci notare Benigni, che parliamo di qualunque cosa, disinvolti, ironici, qualunque cosa ma non d’amore. «Ci vuole un coraggio per parlare d’amore!».
Dal centro di un piccolo anfiteatro allestito per l’occasione nei Giardini vaticani – la Cupola illuminata in alto, la tomba di Pietro giù in basso, nella terra a cui tornano le spoglie mortali (Benigni racconta anche l’incredibile vicenda archeologica legata alle ossa del santo) –, da quel luogo fatale viene sdipanata la storia del pescatore di Galilea, Palestina – «un territorio occupato» anche duemila anni fa. Lui, Simone, figlio di Giona, lì, con le sue reti vuote a mollo. Ecco il Nazareno che lo addita: seguimi.
L’arrivo del Messia è in minore: né scalpiccio di cavalli, né tuoni apocalittici. Un incontro semplice, naturale. O un colpo di fulmine inatteso. Seguimi. Benigni definisce quel Simone rinominato Pietro «un uomo nel vento»: ed è il vento della vocazione in senso letterale, la chiamata, la forza con cui si è chiamati. Scherza dicendo che è il primo follower di Gesù, ma gli interessa osservare che proprio il primo – il fondatore di una chiesa, il Papa di cui i papi sono i successori – è il più imperfetto, dubbioso, vulnerabile. Anche impetuoso, e tenacissimo. Ma è il gaffeur che commenta a sproposito, è colui che infantilmente chiede di potere camminare sulle acque, colui che si addormenta nella notte del Getsemani. È colui che rinnega dopo avere giurato fedeltà.
Su quel «non lo conosco» ripetuto tre volte prima del canto del gallo, Benigni tocca uno dei punti di massima intensità del suo monologo: perché spinge chi lo ascolta a immedesimarsi soprattutto in un passaggio – il momento in cui lo sguardo di Pietro incrocia quello di Gesù. È la terza volta che ripete no, non lo conosco, e l’amico gli passa davanti. Provate a pensare, dice Benigni, di comportarvi allo stesso modo con la persona a cui più tenete al mondo. Provate a pensare di rinnegarla mentre vi sfiora e incrocia i vostri occhi. «Pianse amaramente», dicono le Scritture; e secondo Benigni quello è un pianto che dura l’intera vita, un pianto che non si smette di piangere. Non a caso, di quelle lacrime Bach ha fatto musica. La musica della nostra inadeguatezza, del nostro errore. «Tutto ciò che poteva sbagliare, lui l’ha sbagliato». La roccia su cui andrebbe edificata la chiesa di Cristo sembra andare in mille pezzi.
Ma in questa notte di fine anno giubilare il narratore ci ricorda che il punto è questo. Che non esiste una fede senza dubbi, un’anima senza ferite. Un cuore senza ombre. Quando Gesù, nell’ultima cena, si china ai piedi degli apostoli per lavarli, Pietro non capisce. «È come se Macron o Merz o Trump lavassero i piedi di quelli in fila alla Caritas!». Un’enormità. «Leggere nel libro della vita di Pietro» significa capirlo quando, come noi, non capisce. «Pietro, io ti capisco!» sorride Benigni con il naso in su. E ti capisco perché sono come te, sono io che sbaglio, dico la cosa stupida, dubito, penso male, rinnego, inciampo, non sono sicuro di saper riamare. O di intendere, mentre si compie, la rivoluzione dell’uguaglianza di tutti, degli ultimi che diventano primi, dei nemici invitati alla festa. Ama il tuo nemico. Ama, di nuovo. Anche papa Leone – commentando il monologo – ha detto ieri a Benigni: «Che bello, parla di amore». Di quell’incondizionato amore – umano, più che umano – che è difficile sentire di meritare e provare. È difficile perfino pronunciarlo. L’umile, trasparente amore che non sembra avere fondo, né fine.