Baricco re per una notte con Mozart e Beethoven nel tempio dell’elettronica
dal nostro inviato Maurizio CrosettiAlessandro Baricco
JESOLO
Il dj Baricco spara Mozart sulla pista da ballo mentre si alza un coro gregoriano (dal vivo!) e la discoteca diventa cattedrale. Eretica è la notte al “Muretto” di Jesolo, luogo di culto della scena elettronica, dove Alfredo Ortofrutta si affaccia sulla provinciale dritta come una freccia puntata verso il paradiso (del resto, è li che Mozart abita). Mai si era vista al mondo una presentazione di libro (Breve storia eretica della Musica Classica, Feltrinelli) che è anche rave party (quasi) e happening, festa e lezione accademica. E così, tra un “Kyrie Eleison” e un Kyr Royal, il sabato sera di Jesolo d’inverno, tutto chiuso fuorché gli occhi, è diventato un bizzarro evento per i mille che si erano prenotati online, gratis.
Il Muretto di Jesolo durante la “Notte Eretica” di Baricco
Sono le 23.15 quando Alessandro Baricco si sporge dalla consolle per allargare lo sguardo s…
JESOLO
Il dj Baricco spara Mozart sulla pista da ballo mentre si alza un coro gregoriano (dal vivo!) e la discoteca diventa cattedrale. Eretica è la notte al “Muretto” di Jesolo, luogo di culto della scena elettronica, dove Alfredo Ortofrutta si affaccia sulla provinciale dritta come una freccia puntata verso il paradiso (del resto, è li che Mozart abita). Mai si era vista al mondo una presentazione di libro (Breve storia eretica della Musica Classica, Feltrinelli) che è anche rave party (quasi) e happening, festa e lezione accademica. E così, tra un “Kyrie Eleison” e un Kyr Royal, il sabato sera di Jesolo d’inverno, tutto chiuso fuorché gli occhi, è diventato un bizzarro evento per i mille che si erano prenotati online, gratis.
Il Muretto di Jesolo durante la “Notte Eretica” di Baricco
Sono le 23.15 quando Alessandro Baricco si sporge dalla consolle per allargare lo sguardo su divanetti neri e tavolini, globi di luce e banconi dei bar. Applauso. È venuto a raccontare come nacque la musica classica, nel luogo più irrituale e in fondo perfetto: «Le note furono addomesticate per poter pregare, invece oggi ci servono per ballare, in questa fabbrica di musica: ma come siamo arrivati fin qui?».
Due dj veri, una pianista classica, Gloria Campaner, gloria anche locale che di Baricco è moglie, l’ensemble “Vox Gregoriana”, tutto shakerato e servito nei bicchieri che tintinnano e negli sguardi che cercano di cogliere, di capire il gioco dell’irritualità. «Oggi, dei suoni facciamo un po’ quello che vogliamo, ma non era così quando la storia è cominciata. Una storia lunga secoli, accaduta in un solo luogo, l’Europa. Note musicali come preghiera e splendore, perle pescate dal mare per decorare di luce questa notte».
Alessandro Baricco con Gloria Campaner al piano
Baricco è sempre Baricco, la voce è una sua colonna portante da quando la porse in tivù, lui ragazzino in maniche arrotolate, a un pubblico che vide atterrare l’alieno e ascoltò di Mozart, ancora lui, e mucche del Wisconsin. La voce qui è un po’ distorta dalle casse che pompano Beethoven, mentre qualche ragazzotto sghignazza nelle retrovie col mojito in mano e qualche matusa prova a fare lo spiritoso, «e cosa xèo, na messa cantata?». Non capiscono che invece bisogna giocare con la serietà dei bambini, è questo il senso dell’eresia.
L'ensemble Vox Gregoriana
Certo serve coraggio per parlare di “temperamento equabile” (è qualcosa che avrebbe a che fare con la suddivisione delle note e l’accordatura degli strumenti, forse) e di Giuseppe Verdi a una platea di variegati spettatori a metà tra le balere dello sfarinato Nordest e le reliquie di Tony Manero. Signore in tiro, signori attempati, ragazzine che bevono e ridono. Non importa: eresia sia.
«La voce di Dio fa ancora un certo effetto», dice lo scrittore mentre racconta che «il pianoforte è un passaporto per l’infinito, una macchina inventata per metterci dentro tutti i suoni del mondo, guardate questi tasti bianchi e neri, così in ordine sembrano filari, sembrano un frutteto. Qui dentro ci sono un mucchio di animaletti selvatici, ma se io adesso chiamo il domatore...». Che poi è una domatrice, la sua sposa che con la “Sonata al chiaro di luna” permette ad Alessandro di spiegare come fece Beethoven «a descrivere il mistero che abbiamo dentro, quel dolore e quella luce».
Vanno e vengono vassoi con i bicchieri in equilibrio, è quasi mezzanotte e c’è chi guarda l’orologio e bacia la vicina mentre Baricco, più eretico che mai, lascia che il coro gregoriano lanci le Vesperae solennes de confessore di Mozart, per nessuno più che per lui la musica fu classica nel Settecento della purezza di porcellana. Una leopardata chiede se è francese. Il successivo attacco del Dies Irae è la risposta.
Però che strano e che bello, in fondo, questo frastuono al cospetto del silenzio là fuori, dove le macchinette con le pinze per pescare i peluche allagano di colori chimici il buio. Sarebbe piaciuta a Tondelli, una notte simile. Il parcheggione della discoteca è tutto pieno, in confronto al vuoto delle strade e delle stanze senza neppure una luce, a parte le guaine di luminarie che hanno stretto attorno ai tronchi degli alberi. «Bisognava mettersi a raccontare, ancora una volta».
Scheletri di palazzi nuovi di zecca e ombre di gru, ma il Muretto è un’isola che naviga tra Corelli e Stravinskij. «Tutto è come un presentimento di bellezza». I led e Chopin, la potenza della musica dell’Ottocento che rifece il mondo e l’angoscia di quella del Novecento che precipitò nel pozzo. Un Negroni sbagliato, ma quasi tutto il resto è giusto mentre Alessandro Baricco, impavido, attraversa l’ultima porzione di notte a colpi di notturni, parlando del «riverbero della luce ereditata dai padri». I figli, tenere creature, si fanno un Margarita e forse pensano che l’abbia inventato Cocciante.