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Addio a Martin Parr, il lato grottesco della fotografia

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L’artista è morto sabato scorso a Bristol. Aveva 73 anni. Attraverso i suoi scatti, è stato uno spietato cronista di cliché, eccessi e degradazioni della società di massa
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Ambasciator non porta pena. E invece quante gliene hanno dette, a Martin Parr, nel corso dei suoi 73 anni di vita conclusi sabato sera a Bristol, nella sua amata-odiata Inghilterra. Cinico, perfido, voyeur, dissacratore. Ma adesso che abbiamo perso l’iperrealismo sarcastico del suo sguardo fotografico sul mondo delle cattive abitudini e del cattivo gusto, dei consumi di serie B, del disagio mascherato da felicità, saremo davvero migliori?

Su Parr è difficile trovare un solo articolo, un saggio, un’intervista che non lo definiscano come minimo “controverso”. Ed è così: chi non lo ama lo ha odiato. Ma per paura: paura di riconoscersi nelle sue fotocartoline chiassose, volutamente somiglianti alle nostre istantanee delle vacanze, sapientemente stampate negli stessi c…

Ambasciator non porta pena. E invece quante gliene hanno dette, a Martin Parr, nel corso dei suoi 73 anni di vita conclusi sabato sera a Bristol, nella sua amata-odiata Inghilterra. Cinico, perfido, voyeur, dissacratore. Ma adesso che abbiamo perso l’iperrealismo sarcastico del suo sguardo fotografico sul mondo delle cattive abitudini e del cattivo gusto, dei consumi di serie B, del disagio mascherato da felicità, saremo davvero migliori?

Su Parr è difficile trovare un solo articolo, un saggio, un’intervista che non lo definiscano come minimo “controverso”. Ed è così: chi non lo ama lo ha odiato. Ma per paura: paura di riconoscersi nelle sue fotocartoline chiassose, volutamente somiglianti alle nostre istantanee delle vacanze, sapientemente stampate negli stessi colorazzi ipersaturi; paura di vedere riflessi nella sua lente impietosa i nostri comportamenti pubblici più scomposti e maldestri, le nostre figuracce.

Martin Parr, bambini con il gelato sciolto sulla spiaggia di New Brighton da The Last Resort, 1983-’85

 

La spiaggia (la prima fu quella di New Brighton) è stata la grande savana del suo safari, in The Last Resort fece incetta di bimbi frignanti, gelati sciolti sulle mani, bagnanti stesi fra le cartacce; poi però, in Small World, ci corse dietro per il mondo nei nostri frenetici package tour («Dove siamo? Sono le tre, dovrebbe essere Venezia…»), in Common Sense ci sparò il flash in faccia nei fast food mentre il ketchup ci colava sulla camicia, in Think of England mise il naso nelle deprimenti feste di compleanno, nelle fantozziane gite domenicali, nei disperatamente noiosi salotti dell’era thatcheriana, quel periodo di cattiveria edonista che è il vero sfondo su cui si muove la sua commedia umana, e forse il suo taciuto bersaglio.

Quel ragazzino piccoloborghese diventato artista per ribellione contro la noia della sua Eaton, sobborgo insignificante di Londra, fin dalle sue prime prove in bianco e nero ci ha sorpresi con la guardia abbassata, la gonna alzata, la bocca aperta («A qualsiasi classe sociale apparteniamo, abbiamo tutti lo stesso problema con la cotenna del bacon»), ci ha mostrati a noi stessi come non ci piacerebbe essere visti, ma come forse siamo: vittime arrendevoli di un’epoca assieme esagitata e depressa. Il ParrWorld non è una caricatura: è il nostro mondo, grottesco ed eccessivo, senza l’ipocrisia che ce ne fa vergognare e ignorare.

Per questo detestava essere definito «il grande fotografo del kitsch», e preferiva la qualifica di documentarista. Quando Henri Cartier-Bresson si oppose con tutta la sua autorità pontificale al suo ingresso nell’olimpo fotogiornalistico di Magnum (furono necessarie diverse votazioni, ma alla fine passò), dicendogli a brutto muso «io e te apparteniamo a due universi differenti», Parr rispose con reverente orgoglio: «don’t shoot the messenger», ambasciator non porta pena. Insomma: il mondo così è, se vi Parr.

 Uno scatto da Common Sense (1996) 
 

 

«Dicono che io ami la brutalità della vita, il degrado, la dissoluzione. Non è vero. Io vedo chiaramente le cose che succedono, per questo voglio prenderne fotografie», perché «se non lo faccio io non lo farà nessuno». Senza bisogno di ideologie, proclami politici e intenti sociologici, in 750 mila fotografie e 120 libri Parr in effetti ha documentato la faccia nascosta della società di massa e la degradazione del consumismo, con lo stupore divertito di un etnologo venuto da Marte.

E, tuttavia, neanche Parr poté negare di provare un sottile piacere nel mettere alla gogna le sue vittime. «Adoro i cliché. È attraverso i cliché che si capiscono le cose». La ricerca del lato grottesco della vita come strumento euristico per comprenderla. E sì, anche per giudicarla, perché ovviamente, ha scritto la sua biografa Val Williams, c’è un residuo inconfessato di moralismo metodista nel suo paese dei balocchi che ci trasforma in somarelli. Ma gli va riconosciuto di non essersi mai chiamato fuori: «Appartengo a ciò che fotografo, è la mia classe sociale, mi piace esplorare le mie ipocrisie. Ho usato i miei pregiudizi come strumento di indagine».

Lo ha fatto con grande dissimulata sapienza. Il suo feroce umorismo (che non poteva non incontrare quello di Maurizio Cattelan, col quale realizzò la stralunata rivista Toilet Paper) in fondo è erede di una cultura molto insulare, quel gusto britannico per la realtà deformata dallo specchio del paradosso e dell’eccesso, dell’iperbole e della beffa, che va da Jonathan Swift ai Monty Python passando per la flemma corrosiva di P. G. Wodehouse.

Anche chi lo ha detestato dovrà alla fine riconoscere che la fotografia umanista del ventesimo secolo, con il suo garbo ottimista, aveva bisogno di un antidoto, perché «davanti al fotogiornalismo umanistico la gente tende a pensare che il problema sia di qualcun altro. Invece il problema siamo noi». Oggi che il mondo rimane orfano di quel moralista cinico, di quel beffardo registratore, ora che è un mondo Parrless, sarà certo più tranquillo e sicuro di sé, ma anche più ipocrita.

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