Lawrence Wright: “Cerco la pace tra Israele e Palestina almeno in un romanzo”
di Anna Lombardi«Il conflitto israelo palestinese ha 78 anni, proprio come me: è nelle nostre vite da sempre. Abbiamo visto la fine delle guerre in Vietnam, Afghanistan, Iraq. La dissoluzione dell’Urss, il crollo dell’apartheid in Sudafrica. Momenti terribili sono diventati Storia, questo sembra durare all’infinito. M’interrogo sulla sua persistenza da quando, inviato in Medio Oriente, mi dannava non riuscire a spiegarlo ai lettori». Lawrence Wright è la firma del New Yorker che vinse il Pulitzer nel 2007 per Le Altissime Torri, inchiesta su Al Qaeda e l’attentato dell’11 settembre. È autore, anche di La prigione della fede, dove svelava i segreti di Scientology,e di L’anno della Peste, sui motivi della disastrosa risposta americana alla pandemia. In America ha appena pubblicato The Human Scale, romanzo ambientato a Hebron, la città della Cisgiordania contesa fra palestinesi e coloni israeliani. in Italia uscirà nel 2027, inaugurando un nuovo marchio di fiction di NR Edizioni, che ne ha acquistato l’…
«Il conflitto israelo palestinese ha 78 anni, proprio come me: è nelle nostre vite da sempre. Abbiamo visto la fine delle guerre in Vietnam, Afghanistan, Iraq. La dissoluzione dell’Urss, il crollo dell’apartheid in Sudafrica. Momenti terribili sono diventati Storia, questo sembra durare all’infinito. M’interrogo sulla sua persistenza da quando, inviato in Medio Oriente, mi dannava non riuscire a spiegarlo ai lettori». Lawrence Wright è la firma del New Yorker che vinse il Pulitzer nel 2007 per Le Altissime Torri, inchiesta su Al Qaeda e l’attentato dell’11 settembre. È autore, anche di La prigione della fede, dove svelava i segreti di Scientology,e di L’anno della Peste, sui motivi della disastrosa risposta americana alla pandemia. In America ha appena pubblicato The Human Scale, romanzo ambientato a Hebron, la città della Cisgiordania contesa fra palestinesi e coloni israeliani. in Italia uscirà nel 2027, inaugurando un nuovo marchio di fiction di NR Edizioni, che ne ha acquistato l’intero catalogo ed è ora suo esclusivo editore.
Perché è così difficile mettere fine a questa guerra?
«Mi diedi una sorta di risposta ai tempi del rilascio di Gilad Shalit, il militare israeliano che, dopo 5 anni di prigionia, fu liberato da Hamas nel 2011 in cambio di 1000 palestinesi. Come può una vita equivalere a mille? Lo scambio mi suggerì una valutazione sbilanciata delle vite umane. Credo sia uno dei motivi che impediscono una soluzione. È la scala umana che dà il titolo al libro».
Perché un romanzo e non un’inchiesta?
«Ogni conflitto ha due facce: e io, per decenni, ho parlato con israeliani e palestinesi, guardandoli negli occhi. Ma il giornalismo si attiene ai fatti e, in questa guerra, c’è tanto altro: fede, trauma, irrazionalità. Cose alle quali il rigore di un’inchiesta non dà spazio. Un romanzo, invece, ti permette di portare i lettori nella mente dei protagonisti, aiutandoli a capire che cosa ne ha plasmato i comportamenti. Ho provato a raccontare il conflitto attraverso due personaggi con prospettive opposte».
Qual è il punto?
«Palestinesi e israeliani non sono destinati a essere nemici. È il contesto che gli impedisce di guardarsi come esseri umani, con storia e ambizioni da rispettare. I miei protagonisti sono ispirati a figure reali: Tony Malik è un agente palestinese americano, non religioso, che scopre la propria identità visitando a Hebron i parenti mai conosciuti prima. Yossi è figlio di sopravvissuti all’Olocausto, è un duro che ha combattuto e ucciso convinto che Israele sia l’unico rifugio sicuro per gli ebrei».
Insieme devono risolvere un caso.
«Storia, etnia, fede, esperienze personali li dividono. Ma potranno risolvere il caso solo se impareranno a fidarsi l’uno dell’altro. Anche se è difficile e non è detto che ce la faranno».
Nella realtà è possibile?
«La pace è sempre possibile. Palestinesi e israeliani sono culturalmente affini. Se li metti in un ambiente multietnico come New York, convivono: lo vedi se fai un giro a Brooklyn. Freud parlava di “narcisismo delle differenze”, descrivendo gruppi simili che si odiano per dettagli minimi. Lo abbiamo già visto in Irlanda, Cipro, Rwanda: e perfino nella guerra civile americana. Tutto dipende da quanto si valuta la vita dell’altro. Per questo, ogni volta che ci si avvicina alla pace, gli estremisti lo impediscono aumentando la violenza. Accadde con l’assassinio di Rabin, con il 7 ottobre e ora con le violenze dei coloni in Cisgiordania».
Servono figure carismatiche per superare l’odio?
«A Camp David, il cammino fu ipotizzato da tre uomini diversissimi: Jimmy Carter, che fino ad allora aveva fatto solo il governatore della Georgia. Anwar Sadat: un autocrate e un assassino. E Menachem Begin, con un passato da terrorista. Un gruppo improbabile che, nell’isolamento di Camp David, in 13 giorni riuscì a scrivere quegli accordi che, pur contestati, vigono da allora».
Come fecero?
«Ebbero il coraggio politico di affrontare le conseguenze. E la pagarono cara: Carter non fu rieletto, primo dem a perdere il voto ebraico. Sadat fu ucciso, Begin finì per dimettersi».
Ora ci prova Donald Trump...
«Motivato dall’ansia di vincere il Nobel e passare alla Storia come pacificatore. Se riesce, il Nobel se lo merita».
Perché ha ambientato il romanzo a Hebron?
«È uno dei primi insediamenti, ospita i coloni più radicali, è nel cuore della città: un microcosmo dell’intera situazione. Ci andai la prima volta nel 1997 e vidi migliaia di soldati che facevano scudo a centinaia di coloni in una città con 200mila palestinesi. Ci tornai a febbraio 2023: avevo già scritto la bozza del romanzo, volevo verificare delle cose. Mi accompagnò Issa Amro, forse l’ultimo pacifista palestinese ancora lì. Sconfinammo nel lato della città proibito agli arabi, fu picchiato selvaggiamente dai soldati. Ero con una videomaker che girò tutto. Se non ci fossimo stati noi, lo avrebbero ucciso».
A Gaza, incontrò gli uomini di Hamas.
«Ci andai nel 2009, dopo l’Operazione Piombo Fuso, e mi accadde un episodio imbarazzante. L’impianto di depurazione era stato bombardato e il mare era lurido, così mi ero ripromesso di non mangiare pesce. In hotel ordinai una bistecca, pensando al bestiame portato attraverso i tunnel e non colsi l’avvertimento del cameriere quando chiese se la volevo “molto ben cotta”. Il giorno dopo stavo male, ma avevo un appuntamento con Khalil al-Hayya: sì, il mediatore di Hamas, che gli israeliani hanno tentato di uccidere a Doha. Mi portarono in una scuola piena di bambini coi fazzoletti verdi, un campo scuola dei miliziani. Ricordo le sue parole schiette che trascrivevo su un taccuino, sotto un ventilatore che girava: e la mia testa con quello. Finì che caddi dalla sedia. Mi portarono un materasso, lo coprirono di tappeti da preghiera e continuai l’intervista sdraiato fra gli stivali dei combattenti di Hamas. Uomini crudeli, mi curarono amorevolmente».
Dopo il 7 ottobre ha riscritto il romanzo.
«L’avevo consegnato un mese prima. Il 7 ottobre mi dilaniò: sapevo che la ferita di Israele era profonda, avevo già conosciuto quel tipo di sentimenti lavorando sull’11 settembre. Sono tragedie delicate da affrontare. Pensai di ambientare la storia nel passato o nel futuro. Decisi di affrontare la cruda verità, rendendo il romanzo più vero dei notiziari. La prima bozza già si concludeva con una campagna militare a Gaza, anche se non distruttiva come quella a cui abbiamo assistito. Ambientare i personaggi nella realtà di quella terra mi è sembrato l’unico modo onesto per affrontare il conflitto».
IL PREMIO
L’autrice di questo articolo Anna Lombardi viene oggi premiata al consolato Usa di Firenze con il premio Amerigo (categoria quotidiani), promosso dall’omonima associazione e dedicato ai giornalisti che meglio raccontano l’America agli italiani