Era la vigilia di Natale del 1925, esattamente 100 anni fa, quando il mondo conobbe per la prima volta un personaggio destinato a non invecchiare mai: Winnie-the-Pooh, «un orso dal cervello piccolissimo», così appariva all’inizio della sua gloriosa carriera, amante del miele e circondato da una stramba compagnia di amici animali.
La sua prima apparizione avvenne sull’Evening News, quotidiano londinese pubblicato tra il 1881 e il 1980, con un titolo semplice ma profetico richiamato in prima pagina: «Una storia per bambini di A.A. Milne». Dove Pooh tenta di travestirsi da nuvoletta, aggrappandosi a un palloncino, per saccheggiare un alveare in cerca di miele. La storia fu poi trasmessa alla radio il giorno di Natale alle 19.45. L’anno dopo l’autore decise di raccogliere questo e altri racconti che avrebbe dedicato all’orsetto nel famoso libro, pubblicato nell’ottobre del 1926, divenuto un classico della letteratura per l’infanzia.
Era la vigilia di Natale del 1925, esattamente 100 anni fa, quando il mondo conobbe per la prima volta un personaggio destinato a non invecchiare mai: Winnie-the-Pooh, «un orso dal cervello piccolissimo», così appariva all’inizio della sua gloriosa carriera, amante del miele e circondato da una stramba compagnia di amici animali.
La sua prima apparizione avvenne sull’Evening News, quotidiano londinese pubblicato tra il 1881 e il 1980, con un titolo semplice ma profetico richiamato in prima pagina: «Una storia per bambini di A.A. Milne». Dove Pooh tenta di travestirsi da nuvoletta, aggrappandosi a un palloncino, per saccheggiare un alveare in cerca di miele. La storia fu poi trasmessa alla radio il giorno di Natale alle 19.45. L’anno dopo l’autore decise di raccogliere questo e altri racconti che avrebbe dedicato all’orsetto nel famoso libro, pubblicato nell’ottobre del 1926, divenuto un classico della letteratura per l’infanzia.
Da quel lontano Natale di 100 anni fa l’orsetto tenero e goloso, che ancora appassiona i bambini di oggi, è diventato un fenomeno globale. Tradotto in più di 50 lingue, dal francese (dove è “Winnie l’Ourson”) al giapponese (“Kuma no Pooh-san”), di Winnie-the-Pooh si possono acquistare felpe, zaini, gioielli, vasi per piante, portachiavi, tutine, porta-spazzolini. E non si tratta solo dell’effetto Walt Disney (i diritti cinematografici furono venduti nel 1961), perché già negli anni Trenta Milne aveva approvato una linea di stoviglie trasformando la sua creatura in un grande affare commerciale.
Aneddoti, curiosità e dettagli di come è nata questa icona senza tempo, capace dopo cento anni di conquistare anche le nuove generazioni, rivivono in una biografia del suo autore, Somewhere, a Boy and a Bear, pubblicata ora nel Regno Unito da Gyles Brandreth, scrittore e saggista, che di Pooh è fan da tutta la vita, essendo stato molto legato anche a Christopher Robin, il figlio di Milne, morto nel 1996, per il quale il mondo di Pooh nacque come sappiamo, squisitamente in ambito domestico.
Uomo di molte vite – studente brillante, redattore di Granta a Cambridge, autore umoristico per Punch, commediografo di successo nel West End e a Broadway – Milne sosteneva anzi di non aver inventato i personaggi, ma di averli semplicemente osservati: erano i giocattoli del figlio, animati dalle voci della moglie Daphne e dall’affetto di Christopher. Quest’ultimo, però, visse il successo dei libri come un peso. La fama lo rese bersaglio di scherno a scuola e incrinò in modo irreparabile il rapporto con il padre.
Si è molto discusso anche sull’origine del nome eccentrico dato al personaggio: per “Winnie” è più semplice, deriva dall’orso nero dello zoo di Regent’s Park dell’epoca, che si chiamava Winnipeg, o Winnie in breve, dove padre e figlio andavano spesso. “Pooh” è più complicato. C’è chi dice che una bambina allo zoo, sentendo l’odore dell’orso, abbia esclamato «Oh poo!». Milne raccontava un’altra storia: durante una vacanza di famiglia nel Sussex, padre e figlio davano da mangiare a un cigno in un lago vicino, e Christopher lo chiamò Pooh.
A prescindere dai dettagli, è chiaro che l’esperienza della paternità fu fondamentale per l’immaginazione letteraria di Milne. Prima arrivò una raccolta di poesie per bambini, pubblicata nel novembre del 1924, e poco più di un anno dopo Pooh passò dai giochi in casa alla pagina stampata. Fu un successo che non si è più fermato. Perché le sue storie continuano a parlare a lettori di ogni età. Forse per l’equilibrio perfetto tra quella fantasia che rasenta l’assurdo tipicamente infantile e l’ironia più adulta. Forse perché ciascuno di noi riconosce nel Bosco dei Cento Acri un pezzo del proprio mondo e i personaggi ci sembrano tutti così familiari. O per quella saggezza disarmante, travestita da nonsenso e nascosta dietro frasi semplici e apparentemente sciocche. Qualunque sia il segreto, il potere di Pooh resta intatto ed è destinato a durare. Almeno altri cento anni.