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Quando la cena di classe diventa rischiosa da morire. Il nuovo romanzo di Michele Mari

Particolare dalla copertina del libro di Michele Mari "I convitati di pietra" (Einaudi) 

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Arriva in libreria “I convitati di pietra”, edito da Einaudi
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Un grande attore e i personaggi che ha incarnato. Una persona e il segnaposto che lo rappresenta sul tavoliere del gioco in cui è impegnato coi suoi amici. Una scena pornografica e il fruitore che la osserva. Alla fine, sì, anche un autore e il romanzo a cui devolve le sue conoscenze e la sua sapienza. È a paratie che non si valicano (né si cessa di voler valicare) che induce a pensare il nuovo romanzo di Michele Mari. Si intitola I convitati di pietra (Einaudi): come potrebbe non far pensare a ciò che in una storia di fantasia può trascinarci nell’abisso reale? E considerate che è un libro divertente, molto. Quella che ogni romanzo di Mari formula e regolarmente adempie è la promessa di una rara congiunzione fra il godimento di una varietà lessicale e sintattica rigogliosa (ma offerta senza affanni o esibizionismi) e la dimensione narrativa del romanzesco, in equilibrio fra il racconto bizzarro ma verosimile e il rocambolesco più sfrenato. Sarà mai davvero morto un povero ragazzino p…

Un grande attore e i personaggi che ha incarnato. Una persona e il segnaposto che lo rappresenta sul tavoliere del gioco in cui è impegnato coi suoi amici. Una scena pornografica e il fruitore che la osserva. Alla fine, sì, anche un autore e il romanzo a cui devolve le sue conoscenze e la sua sapienza. È a paratie che non si valicano (né si cessa di voler valicare) che induce a pensare il nuovo romanzo di Michele Mari. Si intitola I convitati di pietra (Einaudi): come potrebbe non far pensare a ciò che in una storia di fantasia può trascinarci nell’abisso reale? E considerate che è un libro divertente, molto. Quella che ogni romanzo di Mari formula e regolarmente adempie è la promessa di una rara congiunzione fra il godimento di una varietà lessicale e sintattica rigogliosa (ma offerta senza affanni o esibizionismi) e la dimensione narrativa del romanzesco, in equilibrio fra il racconto bizzarro ma verosimile e il rocambolesco più sfrenato. Sarà mai davvero morto un povero ragazzino per sbullonamento centrifugo del seggiolino in quella vertiginosa sarabanda che è la giostra almeno a Milano nota come Calcinculo? Chissà. Non pare, Mari, narratore preda di scrupoli documentari, per casi come questo. Gliene viene in mente uno e, per nostra fortuna, lo racconta. Quel che della trama maggiore non è inopportuno anticipare, essendo essa fornita di una sua particolare suspense, è presto detto.

La classe terza A del liceo classico milanese Berchet diplomata nel 1974 si ritrova per una cena commemorativa nel luglio dell’anno successivo. Sono in trenta, sono ventenni, hanno la vita davanti. In modo assieme anonimo e collettivo, senza cioè che sia poi possibile attribuire con precisione la paternità dell’idea, decidono di istituire una specialissima riffa, con progressivo accumulo di un montepremi destinato a diventare ingentissimo e ad essere spartito, in un futuro indeterminato, dal terzetto che sopravviverà agli altri nove decimi dell’ex scolaresca. Il romanzo è la cronaca, pluridecennale, di quella partita.

Come c’è da aspettarsi da Mari la diversità psicologica, interclassista, culturale, etica dei personaggi si sventaglia a partire dalle loro rispettive generalità anagrafiche. Piselli, Mentasti, Testaviva, Ridolfi, Dario Brancigalievore, Elisabetta Bathory, Lorenzo Rivadeneyra, Raniero Mercandalli, Immacolata Gaudillo, la Podesta (senza accento), la Sancio, la Migliavacca... Tra gli altri spiccano il subdolo Luca Brodo e il complesso Lothar Semprini. Del primo, a scuola già bullizzato da Piselli e Mentasti con lanci di dadi Knorr, sono caratteristiche due cupe attività: macumbe non soltanto simboliche per danneggiare amici e nemici; pratiche masturbatorie di frequenza abnorme, tanto da fargli probabilmente detenere nel campo record mondiali pure impossibili da omologare. In una sola circostanza Brodo manifesta un pensiero teorico, ed è quando sostiene con vigore che il porno non appartiene al dominio del cinema e più generalmente dell’arte, ma è da ascriversi direttamente al livello di realtà della vita, in quanto consustanziale alle fantasie sessuali degli esseri umani.

Il caso di Lothar Semprini è del tutto diverso. Il nome di chiara origine mandrakiana gli è stato imposto da un padre la cui passione per i fumetti gli è stata pienamente trasmessa. Collezionista inseparabile dai cimeli della sua emeroteca, in età ormai più che matura Semprini viene invece impressionato dal destino (reale: febbraio 2025) dell’attore Gene Hackman, morto di stenti in piena demenza senile. L’ambizione di Semprini è di compilare un romanzo in cui immagina che i personaggi incarnati da Hackman lo abbiano visitato nell’ultima settimana del suo totale e solitario smarrimento cognitivo.

Si aggiunga che già la riffa tardoadolescenziale che impegnerà una assottigliata pattuglia di superstiti fino a un avanzato futuro abbatte la paratia tra la dimensione della vita e quella del gioco. Fra persona fisica del giocatore e giocatore stesso non c’è più distinzione: è un gioco in cui, per giocare, necessario e sufficiente è vivere. Messa in gioco l’esistenza biologica dei giocatori sino alla sua cessazione ordinariamente detta morte allora il tempo di questa esistenza diviene tempo di gioco e ognuno è segnaposto di sé stesso. Ci sono perciò livelli di realtà che si mescolano sia nella vicenda privata dei personaggi sia nella riffa che li accomuna. Qualcosa del genere però succede anche tra loro e il loro autore. I destini che Mari immagina e assegna sono spesso crudeli e grotteschi ma poi li narra con asciutta pietà o anzi vera e propria pietas, cioè amore paterno. L’eros è per le parole, i personaggi Mari li ha per figli. Ma quando fa loro snocciolare dettagli maniacali su fumetti e film o note erudite sulla storia dei dadi da brodo con digressioni inopinate verso Franz Kafka tramite Max Brod o verso Mario Marenco e il suo libro Lo scarafo nella brodazza, quando presta loro competenze personali profonde e certamente non posticce, quando fa così non sta lui stesso sommergendo le paratie dell’enunciazione letteraria? Ne resta una, quella che separa autore e lettore.

Oltre ai piaceri del romanzesco e dello spettacolo linguistico generosamente allestito, il lettore, nella sua esistenza senza riffe, prova il brivido di vederla oscillare.

Il libro – I convitati di pietra di Michele Mari (Einaudi, pagg. 168, euro 17)

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