Vivaldi, il segreto di una musa per tutte le stagioni
di Corrado AugiasIl giorno di Natale è uscito nelle sale cinematografiche il film di Damiano Michieletto Primavera. Il famoso regista di opere liriche (Venezia, 1975) si sperimenta così in un nuovo genere. Il titolo rimanda a una delle stagioni, la storia gira intorno alla vita del musicista Antonio Vivaldi noto soprattutto per le sue Quattro stagioni. Gira per modo di dire perché qui non abbiamo un biopic, cioè una biografia fatta cinema; quello che interessa a Michieletto, e allo spettatore con lui, è raccontare l’incontro di due anime, il legame profondo, mai diventato amore, tra due spiriti eletti, lo stesso Vivaldi e la più brillante delle sue allieve, la giovane violinista Cecilia.
Andiamo però con ordine, come si diceva una volta. Siamo ai primi del Settecento…
Il giorno di Natale è uscito nelle sale cinematografiche il film di Damiano Michieletto Primavera. Il famoso regista di opere liriche (Venezia, 1975) si sperimenta così in un nuovo genere. Il titolo rimanda a una delle stagioni, la storia gira intorno alla vita del musicista Antonio Vivaldi noto soprattutto per le sue Quattro stagioni. Gira per modo di dire perché qui non abbiamo un biopic, cioè una biografia fatta cinema; quello che interessa a Michieletto, e allo spettatore con lui, è raccontare l’incontro di due anime, il legame profondo, mai diventato amore, tra due spiriti eletti, lo stesso Vivaldi e la più brillante delle sue allieve, la giovane violinista Cecilia.
Andiamo però con ordine, come si diceva una volta. Siamo ai primi del Settecento, l’ospedale della pietà è il più grande orfanotrofio veneziano (ce ne sono altri tre in città, tale l’abbondanza degli “illegittimi”), un’istituzione che avvia le orfane più brillanti alla pratica musicale.
Sono ragazzine, adolescenti, giovani donne, figlie di un amore fugace o illecito, abbandonate alla nascita dentro la ruota di un convento. Nell’Ospedale della Pietà vengono allevate con una cura limitata dall’angustia di una religiosità severa, talvolta crudele. Cecilia è cresciuta lì dentro, non conosce altro, ora ha vent’anni ed è una violinista eccezionale, ma della sua arte può dare prova, insieme alle sue consorelle, solo nascosta dietro una grata, a beneficio di ricchi mecenati.
Venezia si trova in una fase di declino politico ed economico, ha perso i territori orientali, ha dovuto ridimensionare il suo commercio marittimo. Di tutto questo le “orfanelle” nulla sanno, eppure il peso della situazione generale in qualche modo arriva fin dentro le loro vite di semirecluse. Un giorno però un vento di primavera scuote la piccola orchestra (apprezzatissima) delle orfanelle e la vita di Cecilia. È arrivato un nuovo maestro di violino, si chiama Antonio Vivaldi. Del grande musicista amato da J. S. Bach, nato probabilmente prematuro, abbiamo il certificato di battesimo: «Addì 6 maggio 1678. Antonio Lucio, figliolo del signore Gio Batta Augustin Vivaldi sonador e della sig.ra Camilla figliola di Camillo Calicchio sua consorte, nato il 4 marzo ultimo caduto, qual hebbe l’acqua in casa per pericolo di morte …».
Il padre oltre a essere sonador, cioè violinista nell’orchestra della basilica di San Marco, era anche barbiere - fu lui il primo che insegnò al figlio a “tirar l’arco”. Quello che più interessa nel documento sono le parole «ebbe l’acqua in casa per pericolo di morte», fu insomma la levatrice che s’affrettò a battezzarlo temendo che non sarebbe sopravvissuto. Era nato cagionevole di salute, asma cronica probabilmente, il che, una volta avuti gli ordini sacerdotali, gli impedì di dire messa ma non di comporre, suonare, insegnare.
Le due esistenze s’intrecciano, quella del prete rosso (così chiamato dal colore dei capelli) e quella della geniale orfanella. Un giorno però un incidente drammatico e odioso cambierà per sempre la vita di Cecilia, di riflesso quella del maestro. L’ex orfanella abbandona l’orfanotrofio per affrontare onde ben più pericolose di quelle della laguna.
L’abilità narrativa di cui Michieletto ha così spesso dato prova nelle regie delle sue opere, si ripete in questo felice esordio cinematografico che resta ancorato alla vita musicale. Non so se Tecla Insolia, che interpreta benissimo Cecilia, sappia effettivamente tirare l’arco, come si diceva; nel film però è come se davvero sapesse farlo, il che in un racconto è lo stesso. Uguale valutazione per Michele Riondino, straordinario interprete di Vivaldi. Ma direi che la recitazione è accuratissima per tutti i personaggi, per esempio Andrea Pennacchi che interpreta il governatore. Sottolineo questo elemento perché in un’opera lirica la vera e propria recitazione, intendo l’espressione del volto, l’intensità dello sguardo, è forse l’elemento meno visibile, date le dimensioni di un teatro e la distanza tra palcoscenico e platea. Il teatro non ha primi piani, il cinema sì. Il vero Vivaldi, compositore di eccezionale talento, morì povero e solo a Vienna a 63 anni in una camera d’affitto. Le sue spoglie, come quelle di Mozart, finirono in una fossa comune e per quasi due secoli nessuno parlò più di lui. Il conte Charles de Brosses, grande erudito, aveva detto che era «un vecchio posseduto da una prodigiosa furia di composizione».
Aveva senz’altro ragione se si pensa che il catalogo dei suoi concerti ne annovera: 6 per viola d’amore; 27 per violoncello; 2 per mandolino; 16 per flauto; 15 per oboe; 39 per fagotto; 1 per tromba; 2 per corno; 26 per complesso d’archi; 51 per complessi vari - sempre in unione con orchestra d’archi e continuo. Titoli descrittivi o bizzarri: Del cardellino, La tempesta di mare, La pastorella, Madrigalesco, La notte, il riposo, il sospetto, il piacere, la caccia, L’estro armonico, La Stravaganza, Il cimento dell’armonia e dell’invenzione eccetera - oltre ovviamente alle celeberrime Quattro stagioni.
Per quarant’anni Antonio Vivaldi aveva continuato a produrre senza tregua composizioni che dovevano mettere in risalto il virtuosismo degli esecutori, le sue putte - cioè le orfanelle che suonavano e cantavano nascoste dietro una grata, il volto spesso coperto da una maschera. Ascoltare quei suoni così ben armonizzati, quelle voci angeliche senza poterle vedere aveva spesso acceso delle fantasie. Rousseau però nelle Confessioni le smentisce così: «Al momento d’entrare nel parlatorio dove erano racchiuse quelle bellezze tanto bramate, sentii un fremito d’amore … Mi vennero presentate le celebri cantanti… Venite Sofia, ella era orribile. Venite Cattina... ella era guercia… Venite Bettina, il vaiolo l’aveva sfigurata». Conclude: «La bruttezza non esclude la grazia, io la trovai in loro». Ecco la parola, “grazia”, la stessa che accompagna questo film.