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Giovanni Frangi, viaggio al termine della notte con la pittura

Nobu at Elba Redux, la mostra di Giovanni Frangi a Milano

 

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L’installazione dell’artista a Milano rinnova l’eterna sfida di catturare il buio con il colore. Un’avventura sulla scia degli esperimenti realizzati in passato da Caravaggio fino a Rothko
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Si può dipingere il vuoto? Si chiedeva Sartre di fronte all’opera di Alberto Giacometti. Si può dipingere la notte? Verrebbe così da chiedersi di fronte a Nobu at Elba, l’opera che Giovanni Frangi espone a Milano, in Palazzo Citterio (fino al 18 gennaio), riprendendo un progetto che è stato presentato per la prima volta nella primavera del 2001 a Villa Panza a Varese. La scena è quella di un fiume raggiunto dalle tenebre della notte. Si tratta di una istallazione immersiva dove lo spettatore si trova circondato da tele scure di grandi dimensioni che raffigurano un fiume, accompagnate da sculture di gommapiuma che riproducono dei massi al suo bordo. In primo piano è dunque l’esperienza della notte che cala sul giorno. Non però semplicemente quella del buio, dell’assenza di luce, ma della luce della notte. Ma può, appunto, la notte avere una luce? Non è forse questa domanda al centro della pratica della pittura in quanto tale?

Si può dipingere il vuoto? Si chiedeva Sartre di fronte all’opera di Alberto Giacometti. Si può dipingere la notte? Verrebbe così da chiedersi di fronte a Nobu at Elba, l’opera che Giovanni Frangi espone a Milano, in Palazzo Citterio (fino al 18 gennaio), riprendendo un progetto che è stato presentato per la prima volta nella primavera del 2001 a Villa Panza a Varese. La scena è quella di un fiume raggiunto dalle tenebre della notte. Si tratta di una istallazione immersiva dove lo spettatore si trova circondato da tele scure di grandi dimensioni che raffigurano un fiume, accompagnate da sculture di gommapiuma che riproducono dei massi al suo bordo. In primo piano è dunque l’esperienza della notte che cala sul giorno. Non però semplicemente quella del buio, dell’assenza di luce, ma della luce della notte. Ma può, appunto, la notte avere una luce? Non è forse questa domanda al centro della pratica della pittura in quanto tale?

Non è la pittura un modo per afferrare la luce anche laddove essa sembra eclissarsi, anzi proprio laddove si eclissa? Per provare a cogliere appieno il gigantesco sforzo che Frangi compie con questo suo lavoro non bisogna dimenticare che tutto il suo impegno di artista è caratterizzato da un uso neoespressionista del colore. Basterebbe citare il celebre ciclo delle Tangenziali milanesi dove a emergere è la potenza vangoghiana del giallo acceso che riverbera dal cielo sull’asfalto delle strade, oppure quello del Porto Marghera dove i rossi, gli arancio, i viola, i gialli e gli azzurri si sovrappongono in una intensissima orchestrazione per raffigurare la forza della luce a contatto con le acque della laguna, ma anche quello dei Giardini pubblici dove il colore traccia con grande poesia le sagome dei prati, degli alberi e delle loro ombre lunghe. Ogni opera d’arte degna di questo nome tende a catturare una forza attraverso una forma.

Caravaggio: Sette opere di misericordia (1606-7), la tela conservata nella chiesa del Pio Monte di Misericordia a Napoli

 

Da questo punto di vista l’esperienza del colore resta nell’opera di Frangi, considerata nel suo insieme, il modus princeps e più emblematico di questa cattura. Nondimeno tra la fine degli anni Novanta e i primi anni del nuovo secolo il suo lavoro esplora il limite della luce e del colore attraverso un crescente interesse verso il nero di cui è testimonianza significativa un’opera intitolata Notte (1997), dove già si annuncia l’atmosfera più propria di Nobu at Elba. Il cielo è scuro, privo di stelle e di luna, l’azzurro-blu delle acque addolcisce poeticamente la colatura del nero, i residui di giallo e di verde appaiono come fiori al bordo di una scarpata. Il timbro pittorico è catramoso e materico. La sua direzione tracciata: come dipingere la notte, come dipingere con il nero? Il lavoro assiduo sul colore porta l’artista a confrontarsi sino in fondo con la sua potenza e con i suoi limiti. Se fino a quel momento egli ha fatto, come ha dichiarato in una vecchia intervista, «del colore la mia grammatica», d’ora in avanti le possibilità espressive del colore sono messe alla prova di fronte alla parete irta del nero. Si tratta dunque, come accade per il Giacobbe biblico, secondo le stesse parole del pittore, di «lavorare contro me stesso», contro un «avversario che non ti molla». Si tratta di una vera e propria ascesi: abbandonare l’immediatezza del colore — il colore come “scorciatoia” diceva il grande maestro catalano Antoni Tàpies — per poi provare a trovarlo rinnovato nel fondo della notte. Cosa si può vedere, sentire, toccare di notte? Non c’è da una parte la luce del colore e dall’altra le tenebre senza luce della notte.

Vasilij Kandinskij: Paesaggio autunnale con albero (1910), collezione privata

 

L’opzione di Frangi — come del resto quella dei più grandi artisti del nero quali sono, per esempio, Caravaggio, Rothko, Congdon, Kounellis o Parmiggiani — non è mai manichea, ovvero non separa la luce dall’ombra del nero. Il suo compito non è quello platonico di divaricare le virtù metafisiche della luce dalla sua caduta terrestre nella notte. Piuttosto si tratta di trovare la luce nella notte. Si tratta di seguire la luce proprio là dove essa sembra morire, estinguersi, sfinire. Tra le acque di un fiume che scorre — come la vita — nel silenzio della notte. È in questo movimento verso la luce del nero che il suo neoespressionismo si rivela del tutto originale: non solo esaltare il colore ma trascinarlo sino all’impatto con l’impossibile da rappresentare, sino al punto dove la sua luce sembra dissolversi. È questo il suo massimo sforzo. Non a caso in una recente intervista egli definisce senza indugi Nobu at Elba come «il lavoro più impegnativo che ho mai realizzato». Si tratta, in altri termini, di radicalizzare l’immanentismo di fondo che caratterizza il suo lavoro sulla Natura: alberi, cascate, montagne, laghi, mari, albe, prati, tramonti. Se per la pittura metafisica più tradizionale — “alla” Kandinskij — il colore ha il compito di liberare lo spirito dal peso inerte della materia, lo sprofondamento di Frangi nella notte, la sua rinuncia alla gloria spiritualista del colore, lo conduce dritto verso l’evento stesso del mondo.

Tutto è luce perché l’ombra, come direbbe Claudio Parmiggiani, non è la morte della luce ma il suo sangue. La lezione frangiana del nero è così anti-gnostica: essa mostra che la luce non è ciò che semplicemente mette fine alla notte ma ciò che non smette mai di attraversarla. La pittura è infatti l’arte che trova la luce nel fondo della notte. Dipingendo la notte Frangi rivela l’essenza più propria della pittura: interrogare il mistero della luce della notte è infatti interrogare il mistero stesso della pittura.

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