Moisés Naím: “Un’alleanza ampia per evitare che Caracas diventi un inferno tribale”
dal nostro corrispondente Paolo MastrolilliMoisés Naím
Trema la voce di Moisés Naím, mentre sceglie un’espressione che fa venire i brividi: «Ora dobbiamo evitare a tutti i costi che il Venezuela precipiti nell’inferno tribale». Per riuscirci, secondo l’analista che un tempo era stato il ministro dell’Industria e del Commercio in questo Paese benedetto e insieme messo alla prova dall’attrattiva delle sue risorse naturali, servono tre cose: «Un’alleanza fra tutte le forze di opposizione al regime; il chiaro e convinto sostegno della Casa Bianca per la transizione democratica; un solido appoggio da parte di tutti i Paesi europei, a partire dall’Italia, perché siete indivisibili dalla nostra storia».
Cosa ha provato, come venezuelano, vedendo l’arresto di Maduro a Caracas e la sua prima udienza in tribunale a New…
Trema la voce di Moisés Naím, mentre sceglie un’espressione che fa venire i brividi: «Ora dobbiamo evitare a tutti i costi che il Venezuela precipiti nell’inferno tribale». Per riuscirci, secondo l’analista che un tempo era stato il ministro dell’Industria e del Commercio in questo Paese benedetto e insieme messo alla prova dall’attrattiva delle sue risorse naturali, servono tre cose: «Un’alleanza fra tutte le forze di opposizione al regime; il chiaro e convinto sostegno della Casa Bianca per la transizione democratica; un solido appoggio da parte di tutti i Paesi europei, a partire dall’Italia, perché siete indivisibili dalla nostra storia».
Cosa ha provato, come venezuelano, vedendo l’arresto di Maduro a Caracas e la sua prima udienza in tribunale a New York?
«Mi ha reso molto felice, ma nello stesso tempo sono anche molto preoccupato per quello che qui chiamano il day after. Cosa succederà il giorno dopo, cioè adesso? Potrebbe costituire la fondazione di un nuovo Venezuela, o l’inizio di una pericolosa frammentazione tribale».
Gli Stati Uniti sostengono che Maduro non fosse il presidente legittimo del Venezuela, perché non aveva vinto le ultime elezioni, ed era capo di un’organizzazione criminale impegnata nel narcotraffico. Condivide?
«Questo corrisponde alla realtà dei fatti».
Ora però l’inclinazione di Trump sembra essere quella di mettersi d’accordo con quanto resta del regime, la nuova presidentessa Rodríguez, i ministri della Difesa Padrino e quello dell’Interno Cabello, lasciandoli al potere purché facciano quello che vuole lui e gli diano accesso alle risorse naturali del Venezuela. C’è questo rischio?
«Sì, esiste. Andiamo verso un periodo di grandi sorprese. Alcune potranno essere molto buone, per la rinascita del Venezuela, ma avverranno anche cose mai viste prima e molto preoccupanti».
Teme reazioni violente, o anche una guerra civile, se le forze armate e di sicurezza si sentissero minacciate, oppure se la popolazione restasse delusa dalla trasformazione del Paese?
«Il rischio esiste. Ma potrebbero avvenire anche altri sviluppi inquietanti e pericolosi, tipo la presa con la forza dei pozzi petroliferi».
Per quale motivo Trump, che era stato eletto con lo slogan “America First” e in campagna presidenziale aveva promesso la fine dell’interventismo, ora si è convertito al cambio di regime in Venezuela e al rilancio della Dottrina Monroe in America Latina?
«In realtà adesso l’amministrazione non sta più parlando del cambio di regime, ma solo del petrolio, chi lo controlla e chi lo usa. In questo modo inizia a dare forma a una propria dottrina predatoria, che va anche oltre quella di Monroe».
Ma così il popolo venezuelano non rischia di cadere dalla padella alla brace, restando nella condizione in cui era già prima?
«Sì, esiste questo rischio, è reale».
E come pensa che reagirà la gente, se si sentirà tradita?
«Il pericolo di instabilità è molto alto. Perciò è necessaria una grande attenzione affinché le tensioni non salgano, trasformando ovunque il Paese in un inferno tribale».
Quale soluzione suggerisce lei, per evitare questa deriva così minacciosa?
«Alleanza. Una forte e sincera alleanza fra tutti i gruppi dell’opposizione, finalizzata a stabilizzare il Paese; garantire la crescita economica, e quindi la soddisfazione delle esigenze di vita della popolazione; e infine favorire una transizione pacifica verso il ritorno alla democrazia».
Questo non richiede anche l’appoggio di Trump?
«Esattamente. Serve una visione chiara e convinta da parte della Casa Bianca, per garantire che il Venezuela non diventi un inferno».
È sbagliato cercare un accordo col regime?
«Sì, ma non darei per scontato che sia l’obiettivo finale. L’apparenza è questa, ed è ovvio che il segretario di Stato Marco Rubio abbia un dialogo con Rodríguez. Però passare da qui alla conclusione definitiva che Washington punta sul regime è prematuro».
Potrebbe essere solo una linea temporanea, per evitare il caos in questo momento di transizione?
«È molto difficile parlarne con certezza, perché le cose cambiano in continuazione. Chi avrebbe preveduto che tutto questo sarebbe avvenuto, prima di sabato notte?».
La legalità dell’arresto di Maduro è stata messa in discussione. Lui sostiene di avere l’immunità come presidente del Venezuela; il governo americano risponde che non era stato eletto legittimamente e aveva commesso reati. Chi ha ragione?
«Su questo tema è stato già detto tutto e non credo di poter aggiungere molto, anche perché le circostanze cambiano in continuazione. Il mio approccio in questo momento, il mio consiglio, è quello di andare piano per andare lontano».
Nel frattempo però Trump minaccia di espandere il suo interventismo anche oltre la Dottrina Monroe e gli avvertimenti a Cuba, prospettando di colpire l’Iran e prendersi la Groenlandia, un’azione militare che lo metterebbe in contrasto, se non in guerra aperta, con gli alleati della Nato. È la codificazione di una nuova linea espansionista e predatoria di Washington?
«Adesso non bisogna andare oltre quanto è successo in Venezuela con questi altri paesi. Le cose stanno accadendo in una maniera che era inimmaginabile fino a qualche giorno fa. Prendere il controllo dei territori di altri paesi, violando la loro sovranità, non sarebbe solo illegale in termini di diritto internazionale, ma diventerebbe una ricetta per la sofferenza di tutti».
In Venezuela vivono anche moltissimi italiani. Cosa dovrebbe fare il nostro Paese, e tutti gli alleati europei, per facilitare la transizione verso la democrazia in Venezuela ed evitare scontri ancora più gravi a livello globale?
«I governi europei devono capire che anche se il vostro continente è molto distante geograficamente dall’America Latina, siamo in realtà indivisibili. Ci legano secoli di storia e cultura, oltre a interessi comuni. Abbiamo un assoluto bisogno di cooperare per evitare il peggio in Venezuela, convincere gli Stati Uniti a favorire la transizione pacifica verso la democrazia, ma anche evitare ogni altra deriva che potrebbe minacciare l’intera stabilità globale come l’abbiamo conosciuta nell’ultimo secolo e di cui abbiamo goduto tutti, anche se in forma e misura diversa, dalla fine della Seconda guerra mondiale a oggi».