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Cent’anni di Bagutta il premio letterario che nacque in osteria

Italo Calvino al premio Bagutta nel 1959 (con Grazia Livi)

 

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Nel suo genere è la più antica istituzione italiana. Prese vita fra i tavoli amati da Bacchelli e Orio Vergani
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Milano

Leggenda vuole che il cenacolo eterogeneo di undici golosi che si riuniva da qualche mese in baccanali goliardici in una trattoria toscana nel cuore di Milano, in una via oscura alle spalle di San Babila, ebbe l’idea di istituire il premio letterario Bagutta l’11 novembre del 1926, caldo giorno di San Martino. Si trattava di undici outsider, come si direbbe oggi, gaudenti, più o meno tutti alla vigilia dei trent’anni, allora uomini, solo ragazzi per i canoni correnti. C’era già il fascismo, ma non anelavano alla rivoluzione né cercavano di raggiungere chissà quale traguardo, piuttosto avevano un colto sogno da osteria: dare al Paese quello che il Goncourt, ormai dal 1898, rappresentava per la Francia.

Come avrebbe ricordato anni dopo Luigi Monelli, sceneggiatore e scrittore che prima di collaborare tra gli altri con De Sica era stato uno di loro, non rappresentavano un’emanazione del potere culturale dell’epoca. Il luogo era infatti frequentato da giovani promesse o aspiranti…

Milano

Leggenda vuole che il cenacolo eterogeneo di undici golosi che si riuniva da qualche mese in baccanali goliardici in una trattoria toscana nel cuore di Milano, in una via oscura alle spalle di San Babila, ebbe l’idea di istituire il premio letterario Bagutta l’11 novembre del 1926, caldo giorno di San Martino. Si trattava di undici outsider, come si direbbe oggi, gaudenti, più o meno tutti alla vigilia dei trent’anni, allora uomini, solo ragazzi per i canoni correnti. C’era già il fascismo, ma non anelavano alla rivoluzione né cercavano di raggiungere chissà quale traguardo, piuttosto avevano un colto sogno da osteria: dare al Paese quello che il Goncourt, ormai dal 1898, rappresentava per la Francia.

Come avrebbe ricordato anni dopo Luigi Monelli, sceneggiatore e scrittore che prima di collaborare tra gli altri con De Sica era stato uno di loro, non rappresentavano un’emanazione del potere culturale dell’epoca. Il luogo era infatti frequentato da giovani promesse o aspiranti tali, «due giornalisti, due pittori, un avvocato, un commediografo, tre letterati e un dandy». E infatti nessuno ricorda più che nel 1927 il primo vincitore sarebbe stato Il giorno del giudizio di Giovanni Battista Angioletti (dimenticato anche l’editore torinese Ribet), mentre nell’anno appena trascorso il riconoscimento è andato a Vittorio Lingiardi, autore di Corpo, umano (Einaudi).

Compie un secolo il Bagutta, il premio letterario più antico d’Italia, fondato appunto nel 1926. E vista la ricorrenza rimanda la cerimonia al primo marzo, saltando la tradizionale cena con annuncio del vincitore per decenni andata in scena a gennaio. Il traguardo dei cento anni avrà il suo culmine in Sala Alessi a Palazzo Marino in piazza della Scala, alla presenza del sindaco Sala.

Bagutta si chiama ancora una via di Milano, Bagutta si chiamava la trattoria aperta qui nei primi anni Venti del Novecento da Oreste Pepori, toscanaccio di Fucecchio che a stretto giro prese per la gola Riccardo Bacchelli appena sbarcato a Milano così come il sodale Adolfo Franci, giornalista fiorentino. Si aggiunse in breve un altro giornalista, l’indimenticabile Orio Vergani, specialista di Tour de France che riassunse la morte di Fausto Coppi con «l’airone chiude le ali» e che del Bagutta incarnò l’anima davvero milanese fino alla morte, nel 1960. Lasciando poi il testimone al figlio (anche d’arte) Guido Vergani che a sua volta lo consegnò al figlio, anche lui Orio, gallerista scomparso prematuramente ad appena 49 anni lo scorso marzo.

Sospeso dal 1937 al 1946 per evitare ingerenze di regime, nell’albo del Bagutta tra le firme note brillano quelle di Giovanni Comisso, Indro Montanelli, Carlo Emilio Gadda, Mario Soldati, Ottiero Ottieri o Italo Calvino. Più di recente Sandro Veronesi e Giorgio Fontana.

Alla chiusura del ristorante Bagutta nel 2017, il patrimonio è andato all’asta, salvato dalla famiglia Rocca. Si rivedrà in una mostra curata dal Fai a fine anno, ovviamente a Milano. Non si rivedranno più certi ospiti come Inge Feltrinelli o Dante Isella, a lungo nella giuria oggi presieduta da Isabella Bossi Fedrigotti, responsabile di un’istituzione che per buona parte del Novecento è somigliata a un club maschile (tra le giurate ora c’è anche Eva Cantarella).

Resta l’eccezione di un premio che vanta, oltre al primato dell’anzianità, quello del montepremi. All’autrice o all’autore dell’anno vanno 12 mila 500 euro, più del doppio dello Strega.

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