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“Mi sveglio e trovo un poliziotto sexy nella mia baita”: un estratto dal libro di Colleen Hoover

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Uscita in contemporanea mondiale, “Woman Down” è l’ultima storia pubblicata dall’autrice romance da oltre 35 milioni di copie, tradotta in oltre 40 paesi. Ve ne regaliamo un passaggio, una scena raccontata in prima persona dalla protagonista: guarda caso, una scrittrice
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No. Qualcosa non va. Mi siedo sul letto con la schiena dritta, il cuore mi batte all’impazzata nel petto mentre mi tolgo la maschera dagli occhi. L’aria nella stanza sembra densa, quel tipo di silenzio soffocante che segue un brusco risveglio. La mia mente vortica, cercando di capire che cosa mi abbia svegliato. È stato un rumore? Un sogno?

Qualunque cosa fosse, era abbastanza forte da strapparmi dal mio sonno profondo e beato. Ora sono completamente sveglia, con i sensi all’erta, il corpo teso per l’adrenalina.

Leggi anche: Il post virale di Colleen Hoover, “Lotto contro il cancro”

Probabilmente è Mari; sarà venuta a bere dell’altro vino dopo i due giorni trascorsi dalla sua visita. Sto ancora cercando di orientarmi quando noto le luci: dei lampi rossi e blu squarciano l’oscurità, schizzando sulle pareti come una sorta di avvertimento.

Sono disorientanti, proiettano delle lunghe ombre che danzano al ritmo di ogni impulso di luce e, per un attimo, non riesco a capire se sto sognando o…

No. Qualcosa non va. Mi siedo sul letto con la schiena dritta, il cuore mi batte all’impazzata nel petto mentre mi tolgo la maschera dagli occhi. L’aria nella stanza sembra densa, quel tipo di silenzio soffocante che segue un brusco risveglio. La mia mente vortica, cercando di capire che cosa mi abbia svegliato. È stato un rumore? Un sogno?

Qualunque cosa fosse, era abbastanza forte da strapparmi dal mio sonno profondo e beato. Ora sono completamente sveglia, con i sensi all’erta, il corpo teso per l’adrenalina.

Leggi anche: Il post virale di Colleen Hoover, “Lotto contro il cancro”

Probabilmente è Mari; sarà venuta a bere dell’altro vino dopo i due giorni trascorsi dalla sua visita. Sto ancora cercando di orientarmi quando noto le luci: dei lampi rossi e blu squarciano l’oscurità, schizzando sulle pareti come una sorta di avvertimento.

Sono disorientanti, proiettano delle lunghe ombre che danzano al ritmo di ogni impulso di luce e, per un attimo, non riesco a capire se sto sognando o se è tutto reale. La camera è rivolta a oriente, perciò non riesco a vedere quasi nulla dalla posizione in cui mi trovo, ma le luci sono incessanti, urgenti, ritmiche e impossibili da ignorare.

C’è una finestra proprio dietro la testiera del mio letto, quindi mi volto a scostare la tenda per controllare che cosa sta accadendo fuori, ma non scorgo altro che quelle luci lampeggianti che si irradiano ovunque. Non vedo alcun veicolo, solo il pulsare costante delle luci rosse e blu che illuminano gli alberi.

La mia mente mi mostra immediatamente gli scenari peggiori: c’è stato un incidente? Un’effrazione? Perché la polizia è qui, in mezzo al nulla? Si tratta di Louie?

Qualcuno bussa forte alla porta, strappandomi dai miei pensieri e facendomi sussultare. Il cuore mi salta in gola, il rumore improvviso mi spinge ad alzarmi. Il martellare è incessante, riecheggia nella baita come un tuono. Indosso la vestaglia con mani tremanti e afferro il telefono, le pulsazioni che accelerano a ogni passo.

Controllo l’ora sul display. Sono quasi le cinque del mattino. Il sole dovrebbe sorgere tra poco. Accendo la luce del porticato, la cui luminosità inonda il piccolo spazio davanti alla baita, e guardo dallo spioncino.

La scena che mi si para davanti è inaspettata. A un paio di metri dalla porta c’è un agente di polizia; la sua postura è disinvolta, ma colgo un senso di urgenza nel modo in cui allunga il collo, gettando un’occhiata oltre la spalla, verso la volante.

I lampeggianti sono così intensi da ridurlo a una mera sagoma, rendendomi difficile distinguerne i lineamenti. Il suo profilo è delineato dal bagliore delle luci rosse e blu e, per un attimo, provo una strana sensazione di distacco, come se questa scena stesse accadendo a qualcun altro e io la stessi solo osservando. Nella mia mente si affollano mille domande.

Esito un attimo, stringendo forte il telefono, le dita sospese sullo schermo. Dovrei chiamare qualcuno? No, è troppo tardi. O troppo presto. In ogni caso, posso gestire la situazione.

Probabilmente si tratta di un malinteso, forse di un indirizzo sbagliato, ma questo non impedisce al disagio di insinuarsi nel profondo del mio stomaco, mentre prendo fiato e afferro la maniglia della porta.

Dopo avere dato un’ultima occhiata dallo spioncino, faccio scattare la serratura inferiore, chiedendomi che cosa possa avere spinto un agente di polizia a presentarsi davanti a una baita isolata in piena notte.

La mia mente dà di matto mentre me ne sto lì, con la mano sulla serratura, tentennando ancora un secondo prima di decidermi ad aprire, o meglio, a socchiudere di pochi centimetri con la catena inserita. La fessura è minuscola, sufficiente a sbirciare fuori, ma non a permettere a qualcosa, o qualcuno, di entrare.Il mio lavoro mi ha portata a convivere con un costante senso di diffidenza, indipendentemente dall’uniforme indossata. Ho creato troppi colpi di scena, descritto troppi cattivi travestiti da eroi, per non pensare al peggio. Il mio cervello è naturalmente portato a immaginare lo scenario peggiore. E se quella fosse una finta volante?

A quanto ne so, questo tizio potrebbe non essere un vero agente, potrebbe mostrarmi un distintivo falso solo per spingermi ad aprire la porta e rendermi vulnerabile. Troppi crime, troppi falsi eroismi, troppi thriller psicologici: ormai sono programmata per diffidare di qualsiasi situazione.

Nonostante ciò, la curiosità e la preoccupazione mi spingono almeno ad ascoltarlo. Quando l’agente sente la porta aprirsi con un cigolio, si gira verso di me, incrociando il mio sguardo. I lampeggianti non mi permettono ancora di distinguere chiaramente i suoi lineamenti, distorcendo il suo viso nell’alternanza del rosso, del blu e del buio. Inoltre, sono ancora assonnata, cosa che rende l’intera situazione surreale, come se fossi intrappolata tra un sogno e la realtà.

Malgrado le luci disorientanti, però, c’è una cosa che posso dire con certezza: non è il tipico poliziotto che fa colazione a ciambelle e caffè.

È alto e muscoloso, con le spalle larghe, il tipo che passa più tempo in palestra che in commissariato. D’un tratto la sua presenza, così autorevole e composta, mi rende particolarmente consapevole del mio aspetto. Sono poco vestita e vulnerabile, un dettaglio che mi porta a chiudere di più la vestaglia.

Non ho idea del perché sia qui, ma una parte di me, forse la scrittrice, non può fare a meno di apprezzare il tempismo, perché Cam me lo sono immaginato proprio come il poliziotto sexy che è ho davanti.Il mio cervello registra l’attimo, conservando la sua immagine per quando mi servirà. È così che devi descrivere Cam, penso con un piccolo sorriso che m’incurva le labbra, nonostante la strana circostanza.

L’agente mi mostra il distintivo, il metallo riflette per un attimo la luce del porticato. Strizzo gli occhi, il mio sguardo si posa sul suo nome e poi sul luccichio della fede nuziale alla mano sinistra. Ovviamente è sposato. Non che abbia importanza, ma è un altro dettaglio a cui la mia mente iperattiva si aggrappa, mentre memorizzo un’altra similitudine tra quest’uomo e il mio personaggio. Ho la sensazione di avere appena trovato la mia fonte d’ispirazione.

Il libro

Woman Down di Colleen Hoover (Sperling & Kupfer, traduzione di Marta Lanfranco, pagg. 336, euro 19). In libreria dal 13 gennaio

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