Suonala ancora a Rossini, caro Hoffmann
di Leonetta BentivoglioErnst Theodor Wilhelm Hoffmann è l’arte del sorprendente, del sovrannaturale, dell’allucinogeno e del satirico, inteso come humour aspro e straniante. Per lui i sogni sono dimensioni autentiche e la realtà materiale è il più noioso tra i paesaggi. Questo eroe del fantasmatico e dello spiritistico nasce a Königsberg il 24 gennaio del 1776 (quindi alla fine del mese si celebrano i 250 anni dalla nascita) e muore a Berlino nel 1822. Cambia il suo terzo nome in Amadeus per omaggiare Mozart, firmandosi E.T.A. Hoffmann. Ha un’attività sfrenata. Scrive racconti, crea partiture, dirige orchestre, si diletta col disegno ed esercita il mestiere di giurista. È un sapientone che sforna montagne di parole con foga persistente e a volte con esiti caotici. Lo si può considerare un’anima-chiave del romanticismo tedesco, in quanto teso verso spazi metafisici e ostile all’illuminismo razionalista.
Con un’opera abbastanza rilevante come Undine, del 1816, Hoffmann vuol realizzare concretamente la nozio…
Ernst Theodor Wilhelm Hoffmann è l’arte del sorprendente, del sovrannaturale, dell’allucinogeno e del satirico, inteso come humour aspro e straniante. Per lui i sogni sono dimensioni autentiche e la realtà materiale è il più noioso tra i paesaggi. Questo eroe del fantasmatico e dello spiritistico nasce a Königsberg il 24 gennaio del 1776 (quindi alla fine del mese si celebrano i 250 anni dalla nascita) e muore a Berlino nel 1822. Cambia il suo terzo nome in Amadeus per omaggiare Mozart, firmandosi E.T.A. Hoffmann. Ha un’attività sfrenata. Scrive racconti, crea partiture, dirige orchestre, si diletta col disegno ed esercita il mestiere di giurista. È un sapientone che sforna montagne di parole con foga persistente e a volte con esiti caotici. Lo si può considerare un’anima-chiave del romanticismo tedesco, in quanto teso verso spazi metafisici e ostile all’illuminismo razionalista.
Con un’opera abbastanza rilevante come Undine, del 1816, Hoffmann vuol realizzare concretamente la nozione di Zauberoper, specchio di una magia dove la musica fonde il canto, l’orchestra e l’azione. Undine non è la sua sola composizione musicale. Ma di fatto Hoffmann si dimostra assai più bravo come narratore che come musicista, trasformandosi in un referente e ispiratore imprescindibile nel campo della letteratura fantastica successiva. Il suo Schiaccianoci fa scaturire un balletto meraviglioso di Čajkovskij, e sul suo Uomo della sabbia si basa Freud per esplorare il concetto di perturbante. Nel frattempo Hoffmann disquisisce di musica come un pazzo. Incessantemente, ossessivamente. È come se nella sua gigantesca produzione di prosa recensiva e musicologica avvenissero il suo riscatto e un’affermazione più che mai prepotente di sé in ambito musicale.
Testimonia quest’impulso il volume sterminato de Gli scritti sulla musica di Hoffmann, uscito per L’orma editore. Raccoglie per la prima volta in italiano l’interezza dei suoi testi votati al linguaggio che l’autore sembra percepire come un apice di trascendenza. Marco Mangani ha tradotto e curato quest’antologia di articoli, diari, analisi, stralci di fiction e divagazioni sul tema, corredata da apparati utili: cronologia, bibliografia, glossario e quant’altro. Tale lavoro ponderoso è l’ultimo frutto della collana de L’orma chiamata “Hoffmanniana”, consacrata alla figura di quell’innovatore debordante.
Come critico e musicologo, Hoffmann è un purista radicale e un bizzarro anticonformista, e per esempio non gli piace un musicista immenso come Luigi Cherubini, che trova troppo poco sacro quando fa musica sacra. Un altro compositore contro cui si scaglia è Rossini, che a suo parere rende l’opera uno sfoggio superficiale di bravura. Detesta la sua frivolezza e l’abbandono del bel canto fluente della tradizione italiana in nome di “salti repentini” e di «disgustosi gorgheggi che prendono il posto della melodia nei gargarismi ad nauseam dei cantanti». Invece adora Christoph Willibald Gluck e lo mitizza, definendolo il padre del dramma musicale moderno, poiché capace di cogliere la progettualità dell’opera come amalgama di parola, azione e musica. Loda in maniera entusiastica i valori dell’antica musica liturgica, vertice di purezza, ed esalta Giovanni Pierluigi da Palestrina, massimo esponente della polifonia sacra rinascimentale. Hoffmann lo contempla come il portatore di un solido intreccio tra disciplina contrappuntistica e motivazione spirituale.
Ribadisce più volte, nel suo aderire alla musica, l’assenza di cerebralismo e di astratti giochi criptici, reputando lo strumento dell’intelletto “un musone giudicante”. Dichiara di amare sopra ogni cosa la “musica indipendente”, cioè quella strumentale che non ha bisogno di parola, imitazione e descrizione, ed è convinto che nella forma della Sinfonia beethoveniana si trovi la sua manifestazione più alta e compiuta. Il suo saggio musicale forse più famoso, dedicato alla Quinta di Beethoven, esprime bene quest’idea. Hoffmann sostiene che «la musica di Beethoven muove le leve del brivido, della paura, dello sgomento, del dolore, e risveglia quell’anelito infinito che è l’essenza del romanticismo». Spiega che Beethoven riesce a proiettare gli affetti umani al di là delle banali minuzie dell’io, lanciandoli nell’infinitezza e recando nell’arte musicale un vero e proprio pensiero poetico.
Tra le sue divinità spiccano pure Haydn e Mozart, e sono innumerevoli le scorribande nel cosmo dei suoni di un personaggio da lui inventato di sana pianta, Johann Kreisler, storicizzato da Hoffmann tramite svariati approfondimenti. Lo vive come un alter ego a cui affidare opinioni, sentenze e mirabolanti imprese musicali. Fra l’altro Kreisler non vibra solo nella bellezza della musica, ma ne sperimenta le possibili peculiarità diaboliche. Col mondo in cui è operativo (Kreisler fa il maestro di cappella), mantiene un rapporto tanto ricco di significati quanto conflittuale, esattamente come Hoffmann.
Il libro – Gli scritti sulla musica di E.T.A. Hoffmann (L’orma, a cura di Marco Mangano, pagg. 414, euro 35)