“Dall’est all’Africa così ho raccontato la grande storia”
di Francesca CaferriA novantacinque anni e mezzo, Bernardo Valli si è stancato degli aerei. E, dopo averne presi centinaia nei suoi anni da inviato, quello che avrebbe potuto portarlo a Roma da Parigi per festeggiare i 50 anni di Repubblica ha scelto di evitarselo. Ma anche a uno come lui, che non ama compleanni e anniversari, l’importanza di questa festa non sfugge: ed eccoci qui allora, seduti accanto a un telefono, a raccogliere i pensieri del “principe degli inviati”, colui che dalle colonne di questo giornale ha raccontato il mondo, portando con sé i lettori dall’Africa al Medio oriente, passando per l’Asia e l’Est Europa.
Bernardo, ci racconti come sei arrivato a Repubblica?
“Sono arrivato dal Corriere della Sera. Tornavo dal Vietnam la prima volta che mi sono trovato a contatto con Repubblica: il giornale non c’era ancora. Per qualche tempo sono stato con Scalfari e Caracciolo al tavolo degli ideatori. Ho lavorato lì un paio di anni, poi sono andato alla Stampa, perché Giorgio Fattori, il direttore, era un mio amico. Infine sono tornato a Repubblica, che a quel punto era già molto ben avviata, come inviato speciale. Negli anni, con Scalfari e con Caracciolo è nata un’amicizia profonda: lenta, ma bellissima. Erano personaggi di incommensurabile qualità”.
E che idea c’era intorno a quel tavolo: cosa volevate fare?
“Raccontare le notizie. Bene. In modo veloce. E bisogna dirlo: ha funzionato. Certo, all’inizio ci è voluto un po’ a partire, ma poi il successo è stato folgorante e, è importante dirlo, è stato ovunque: al Nord, al Centro, al Sud dell’Italia. La Repubblica è diventata centrale nel racconto del Paese e del mondo. Per quanto riguarda il racconto del mondo, fino a un certo punto il giornale era il principe dell’informazione: l’unico che raccontava e spiegava. Da un certo punto in avanti la concorrenza della televisione ha cominciato a farsi sentire: le dirette e tutto il resto. Ma noi eravamo sempre lì”.
Tu di sicuro: al lettori di Repubblica hai raccontato il mondo...
“Direi di sì. Prima sono stato a lungo in Portogallo, per la rivoluzione. E poi l’Estremo Oriente, il Medio Oriente, le guerre di Israele, poi il crollo del Comunismo in Europa dell’Est e il lento avvento delle democrazie in quei Paesi... Sicuramente ho dimenticato qualcosa”.
Adesso mi dici che sono scontata. Però questa è la Storia con la maiuscola: te ne accorgevi di essere in mezzo alla Storia?
“Mah, guarda. Adesso ti direi proprio di sì, allora chissà. Ho fatto tutte le guerre: in Africa, in Asia, in America latina, in Medio Oriente. Come si può dire... sono stato uno che inseguiva i cambiamenti di regime, le rivoluzioni e i colpi di Stato”.
Prima hai detto: “È arrivata la diretta tv ed è cambiato tutto”.
“Sì, certo. Quando le televisioni hanno cominciato a trasmettere in diretta dai posti del mondo dove avvenivano i fatti, il giornale di carta è sceso nella graduatoria degli ascolti. Ma noi siamo rimasti in piedi grazie all’intelligenza di Scalfari, dei giornalisti che lavoravano con lui e alla velocità con cui Caracciolo riusciva a far distribuire il giornale: eravamo nei Paesi africani arrivati all’indipendenza, così come in quegli asiatici e poi siamo andati nelle nazioni ex sovietiche a capire come cambiavano. Non tutti lo facevano”.
Se ti chiediamo di scegliere una cosa fra le tante che hai fatto per Repubblica: il servizio più bello...
“L’assedio di Baghdad. Siamo stati i più bravi di tutti, senza nessun dubbio. Quando tornai a Roma, dopo tanto tempo lì, Scalfari organizzò un grande pranzo per festeggiare: c’erano tutti, la direzione, l’editore, i capi dei servizi. E c’ero io, l’inviato speciale. Fu bellissimo”.
E una cosa che avresti voluto fare e non hai fatto c’è?
“Beh, credo di averle fatte tutte nella mia vita”.
Quindi nessun rimpianto?
“Nessun rimpianto. O meglio, il rimpianto di quando l’importanza del giornale di carta non era stata, come oggi, ridimensionata dall’avvento della televisione e di altre fonti di informazione veloci, che hanno fatto breccia tra i giovani”.
Parli di Internet: però alla fine su Internet ci siamo anche noi, e non ce la caviamo tanto male. E anche tu usi molto la rete per informarti...
“Certo. Dico solo che il giornalismo è cambiato e che il ruolo individuale è diminuito, perché non ci sei solo più tu a raccontare. Ma il giornalista resta un protagonista assoluto, il testimone degli avvenimenti che vive direttamente e racconta poi ai lettori”.
Oggi che lo guardi con più distacco, da Parigi, questo giornale che è la tua casa da tanti anni come lo vedi?
“Stai facendo questa domanda a uno che ha quasi cento anni...”.
Novantacinque e mezzo...
“Ecco, sei più precisa di me. Provo a risponderti dal mio punto di vista di quasi centenario: Repubblica è cambiata, è stata ridimensionata rispetto ai tempi in cui c’ero io. Ma è sempre un giornale interessante”.
Un augurio per i nostri 50 anni, guardando al futuro, ce lo fai?
"Certo che ve lo faccio. A Repubblica mando il mio abbraccio. Solidale”.