“Un nuovo quotidiano, in tempi come questi? Di uno che decida di fondare ora un giornale nazionale si può dire solo che è un pazzo o un genio”. All’annuncio ufficiale della nascita di Repubblica, il cronista non riesce a trattenere più di una perplessità. Ma di fronte a un “rivoluzionario della carta stampata”, fondatore dell’Espresso e autore di uno dei più clamorosi bestseller della stagione, Razza Padrona, l’ipotesi della follia viene scartata: siamo in presenza “del più importante evento editoriale dell’anno”.
Alla conferenza stampa di presentazione del nuovo giornale – il 7 ottobre del 1975 – Eugenio Scalfari si presenta con un abito chiaro, perfettamente intonato alla bella barba ancora sale e pepe. Ha 51 anni, e le idee chiare. E più di tutti conosce i rischi dell’impresa. “La parte diabolica di questo progetto è che può essere un fallimento e allora vuol dire che abbiamo sbagliato”, dichiara ai giornalisti. “Ma può essere anche l’innesco di una bomba. E allora sarà un terremoto”. Se dopo cinquant’anni siamo qui a parlarne, sulle colonne dello stesso giornale, è perché la deflagrazione vi è stata, e pure con effetti duraturi.
Il primo numero di Repubblica
Nella notte tra il 13 e il 14 gennaio del 1976, in quella piazza Indipendenza che sarebbe diventata luogo dell’anima, vide la luce a Roma il primo numero di Repubblica. Le foto raccontano l’euforia di quei momenti, gli abbracci emozionati del neodirettore Scalfari con i giornalisti che avrebbero fatto grande l’impresa, da Mario Pirani a Sandro Viola, da Fausto De Luca a Corrado Augias, c’è anche Andrea Barbato, presto uscito da quest’avventura per un’altra in tv. E da qualche parte è già scalpitante Giorgio Bocca, mentre sta per approdare al giornale Bernardo Valli, con le sue valigie cariche di mondo. E le fondatrici? Ci sono pure loro, anche se non inquadrate dagli obiettivi, già all’opera nella redazione al quarto piano e in quella milanese. Tutti nomi che hanno scritto la storia del giornalismo italiano: Natalia Aspesi, Miriam Mafai, Rosellina Balbi, Barbara Spinelli, Silvia Giacomoni ed, entro breve, Sandra Bonsanti. Al pianterreno, mescolati ai capiredattori e agli inviati, si danno da fare i capitani coraggiosi che hanno messo i soldi nel progetto, a cominciare da Carlo Caracciolo, “il principe biondo” salito vent’anni prima a bordo dell’Espresso, e poi Mario Formenton e Giorgio Mondadori, che si dispone a fare strillonaggio nella piazza: sono loro i partner ritenuti più affidabili, editori puri che non hanno altri interessi al di fuori dei libri e dei giornali. È proprio da qui che parte la rivoluzione di Repubblica, un quotidiano pensato come un contropotere, “impermeabile a tentativi di penetrazione e di inquinamento dall’esterno”, capace grazie alla sua autonomia editoriale di sottrarsi a “sudditanze, affiliazione e padrinaggi”. Nella stagione della memoria Scalfari avrebbe rintracciato la formula del successo del giornale proprio nell’indipendenza, per cui la linea politica non viene dettata da interessi extragiornalistici o extraeditoriali, ma è solo frutto delle scelte di una direzione libera da condizionamenti. “L’editore ha l’importantissimo compito di proteggere e garantire l’autonomia del giornale e di chi ci lavora. E questa è la natura nostra: ieri, oggi e domani. Se essa venisse cambiata, Repubblica cesserebbe semplicemente di esistere”.
La sfida al Corriere
Ma nell’autunno del 1975, in un mercato dei quotidiani già saturo e indebolito da un’emorragia di un milione di copie, come si poteva solo pensare di sfidare l’ammiraglia centenaria di via Solferino? Oltretutto era pure il Corriere di Piero Ottone, quello di Pasolini in prima pagina, il giornale “sinistro” che aveva messo in fuga Montanelli e i suoi. Bisognava inventarsi qualcosa di molto diverso e nuovo, capace di fare apparire terribilmente stantia la formula del “giornale omnibus”, ormai vecchia di una trentina d’anni. Da dove cominciare? Intanto dal formato più piccolo, molto più simile al modello di Le Monde. Solo venti pagine, con un risparmio di carta e pure di peso: solo un terzo di quello del Corrierone. E, poi, niente cronaca, poco sport, nessun necrologio. Non serviva un radicamento locale a un quotidiano nazionale, capace non solo di informare ma anche di intervenire sui problemi italiani, in un equilibrato dosaggio tra notizie e analisi. “A favore della modernizzazione del Paese”, “contro le degenerazioni del sistema politico ed economico”, “per una maggiore giustizia sociale e fiscale”, recita la carta fondativa del giornale. E “in difesa dei diritti”. Formula nuova, dunque. Ma anche lettori nuovi da rintracciare nelle “classi dirigenti vive” del paese, intellettuali, politici nazionali e locali, quadri sindacali, insegnanti, studenti, i giovani e le donne emersi come nuovi soggetti politici dal Sessantotto e dal femminismo. E il popolo comunista, sempre più numeroso dopo il successo di Berlinguer alle elezioni del giugno di quell’anno. Militanti e non, ai quali non basta più la stampa di partito.“Il nostro sarà il quotidiano della sinistra italiana, ma anche la sua voce critica”, annuncia il neodirettore fin dal principio dello “Scalfagiro”, il tour nelle diverse piazze italiane per il lancio della nuova testata. Un giornale fazioso? “Un giornale che sceglie da che parte stare, dichiarando fin da principio il proprio punto di vista”. Non esistono giornali non faziosi, ripete a chi gli chiede spiegazioni. Anche se quasi tutti preferiscono nasconderlo sotto la pretesa di un’obiettività impossibile.
Le lettere del direttore
Per capire la portata della sfida, si può dare un’occhiata alle lettere scritte da Scalfari nell’autunno del 1975 a chi voleva accanto a sé in quella che avrebbe definito “l’avventura più divertente della sua vita”. Si tratta di “una profonda trasformazione nel modo di fare giornalismo in Italia”, annuncia a Guido Carli, ex Governatore della Banca d’Italia e suo personale amico. “Il nostro è un obiettivo politico e morale, cioè quello di abbandonare la via delle doppiezze dei giornali, che sostengono una tesi in una pagina e la tesi opposta nell’altra, costretti a ciò dal complicato gioco delle assicurazioni politiche, economiche e finanziarie, e dalla montagna di debiti che si accumulano inesorabilmente sui loro dissestati bilanci”. La guerra al cerchiobottismo, patologia duratura del giornalismo italiano, è dichiarata. Nella chiusa, la stilettata definitiva. “Scusami, caro Guido, se uso con te un linguaggio che può sembrare viziato da troppo orgoglio, ma lo uso pensando non al mio vantaggio perché perfino con Carli o senza Carli la mia strada la farò egualmente”. Chiaro? Dello stesso tenore bellico la lettera scritta a Umberto Eco, l’intellettuale semiologo che con Opera aperta aveva dato uno scossone ala critica tradizionale, già collaboratore dell’Espresso. “Forse tu non ti rendi abbastanza conto del tipo di iniziativa che noi abbiamo preso, dei suoi valori editoriali e politici e dello schieramento che automaticamente si è formato contro di noi non appena l’annuncio è stato dato”. Deve convincerlo a salire a bordo “per sparare insieme, da fratelli, contro tutti gli altri”. “Caro Umberto, ora dipende da te. Se vuoi venire con noi la porta è aperta fino al 14 gennaio. Le condizioni fissale tu. Dopo il 14 gennaio tiriamo su il ponte levatoio e si sta da una parte o dall’altra”.
O con me, o contro di me. La campagna è cominciata. Nel tempo il vascello guidato da Scalfari e Caracciolo avrebbe radunato insieme a Eco il firmamento della cultura italiana e internazionale, da Italo Calvino ad Alberto Arbasino, da Beniamino Placido ad Alfredo Giuliani, da Alberto Asor Rosa a Cesare Garboli, da Giuliano Briganti a Tullio Pericoli, e ancora Georges Duby, Jacques Le Goff, Claude Lévi-Strauss. Con una differenza sostanziale rispetto agli altri giornali, rivendicata con orgoglio dal fondatore. Se tutti i quotidiani nazionali potevano annoverare scrittori e maîtres à penser tra i propri collaboratori, questa volta gli intellettuali figuravano tra gli stessi artefici e dirigenti di Repubblica, che non a caso avrebbe contribuito alla formazione civile di più generazioni di italiani.
Addio Terza Pagina
Anche questa è una novità radicale, raccontata fin dal primo numero da un’impaginazione sovversiva, che butta alle ortiche la polverosa Terza Pagina mettendo il paginone culturale al centro del giornale: da qui deve irradiarsi nel resto delle pagine un patrimonio di idee e conoscenze attraverso le quali guardare alla realtà. “In fondo sono sempre stato un giornalista culturale”, ci ha raccontato nella sua ultima intervista da vegliardo. “Di qualsiasi cosa mi sia occupato, l’ho sempre fatto attraverso la lente della cultura”.
Voleva cambiare il giornalismo, Eugenio Scalfari. In realtà, insieme al giornalismo, avrebbe cambiato anche il paese, allargando i confini di una struttura di opinione – quella liberale di sinistra – autonoma rispetto alle lobbies e ai partiti, nata minoritaria e destinata a crescere grazie al successo imprenditoriale di Repubblica. Sul finire degli anni Ottanta, le classifiche di vendita registrano lo storico sorpasso dell’avversario di via Solferino: obiettivo inimmaginabile nell’autunno del 1975. Alla fine di quella conferenza-battesimo, annunciando l’arrivo in redazione di moltissimi giovani, Scalfari ricorse a una parola desueta. “Repubblica sarà una scuola”, disse. “Una scuola di giornalismo”. E allo stesso modo ci avrebbe salutato nella primavera del 1996, lasciando il timone del giornale al successore da lui scelto Ezio Mauro. “Questo giornale è stato anche una scuola professionale”, ribadisce nel fare il bilancio dei suoi vent’anni di direzione. “Ma – cosa che mi sta più a cuore - è stata anche una scuola morale, e uno stile”. Una scuola di cui ci sentivamo tutti partecipi, i “senatori” e “la canaglia”, le prime firme e i redattori periferici, la tipografia e le segreterie, gli autisti e i commessi, senza distinzioni di status o di ruolo, tutti imbarcati nella stessa arca che avrebbe dovuto porre riparo alle storture del mondo. “Grazie per come mi hai parlato, mi hai guardato, mi hai abbracciato”, gli scrive uno dei suoi amati grognard, il nome delle guardie più fedeli di Napoleone con cui chiamava i suoi uomini al comando. E, dopo cinquant’anni, ancora non finisce l’applauso dei suoi giornalisti e delle svariate generazioni che sono parte della lunga storia del giornale, insieme agli innumerevoli lettori cresciuti “a pane e Repubblica”. Un applauso pieno di gratitudine, bussola e monito per il futuro.