Il primo numero di Repubblica esce in edicola il 14 gennaio 1976. Scalfari ha 52 anni, viene dalla direzione dell’Espresso. Già il formato è una novità: tabloid, molto più piccolo di quello usuale degli altri quotidiani, più maneggevole. Nessuna cronaca locale e poca cronaca nazionale. Niente sport, non è pubblicato il lunedì.
Altra rivoluzione: la cultura esce dalla terza pagina trovando collocazione al centro esatto dello sfoglio. L’idea è quella di settimanalizzare il quotidiano. Le linee guida del progetto culturale sono: la modernizzazione del Paese, i giovani e le donne, le battaglie per i diritti civili, la laicità, l’uguaglianza.
Anziché ostentare un’illusoria neutralità, questo giornale dichiara di avere operato una scelta di campo (Eugenio Scalfari)
La redazione iniziale è composta da una sessantina di persone, età media trent’anni, quasi tutti alle prime armi. A fianco giornalisti come Giorgio Bocca, Sandro Viola, Mario Pirani, Corrado Augias, Fausto De Luca, Gianni Rocca, Enzo Forcella, Franco Magagnini, Mauro Bene, Natalia Aspesi, Orazio Gavioli, Miriam Mafai, Barbara Spinelli, Rosellina Balbi e poco dopo Bernardo Valli.
Il primo numero vende 300mila copie, tutte quelle stampate. Un giornale indipendente ma non neutrale s’intitola l’editoriale con cui Repubblica si presenta ai lettori: «Questo giornale è un poco diverso dagli altri. Anziché ostentare un’illusoria neutralità politica, dichiara esplicitamente d’avere operato una scelta di campo».
Per due anni il quotidiano naviga sulle 70mila copie. La svolta arriva nel ’78: dopo il rapimento Moro le copie salgono a 150mila. A quel punto, come ha notato Scalfari, l’identità del giornale è chiara: «Avevo finalmente individuato il mio pubblico: un pubblico riformista e repubblicano, sostenitore dei diritti civili ma anche dei doveri che ne derivano».