Marco Bellocchio, lei è stato uno dei lettori di Repubblica fin dal primo numero. C’è un ricordo personale che lega il suo cinema a questo giornale?
"Sì. Quando ho visto la grande fotografia di Moro sulla spiaggia di Maccarese, bimbi e genitori in costume, il caldo, il leader dc sorridente in giacca e cravatta. Un’immagine che si apriva a un racconto, a una drammaturgia più complessa. Da lì ho scoperto tutta una serie di mondi che nel mio primo film su Moro non erano stati affrontati e che hanno poi costituito, diciamo, il romanzo di Esterno notte. Quella fotografia mi ha dato l’immagine dell’esterno, mentre l’altro film, Buongiorno, notte, era tutto nel buio del carcere, della prigione. È stata una sollecitazione, un’illuminazione che nasceva da quell’immagine”.
C’è stato un periodo in cui ha sentito che Repubblica fosse particolarmente necessaria: gli anni di piombo, Tangentopoli, il berlusconismo?
"Sicuramente gli anni di piombo, il sequestro Moro. In quel momento Repubblica ha saputo mettere a fuoco la tragedia che stava avvenendo. Non che gli altri giornali non ci riuscissero, ma lì Repubblica si è rivelata davvero come un quotidiano originale, con una sua identità forte. Poi sì, anche Tangentopoli. Io allora leggevo quasi esclusivamente Repubblica, era il mio giornale, e tutta Tangentopoli l’ho seguita lì. Però con il tempo mi sono progressivamente allontanato da una posizione di condanna giudiziaria totale. Non perché i corrotti non lo fossero, ma perché il senso della giustizia, almeno per me, si è fatto più complesso. La storia non si lascia mai ridurre a schemi semplici. Falcone, Borsellino, i processi: Repubblica era il giornale a cui credevo di più. Poi i tempi sono cambiati, tutto è cambiato, la politica è irriconoscibile rispetto ad allora”.
Nel suo cinema ha spesso messo in scena il potere politico, familiare, religioso nelle sue forme più opache. Quanto è stato importante un giornalismo capace di mettere in discussione le versioni ufficiali?
"Era un riferimento costante, soprattutto per me che ero fuori dai partiti. Io dicevo che Repubblica metteva insieme Marx e Freud, perché in fondo stava in quell’area lì. Naturalmente era critica verso il Partito comunista, quando si chiamava ancora così, e poi successivamente. Però è chiaro che stava in quell’area della sinistra, molto ferocemente anticraxiana, antisocialista”.
Repubblica ha dato grande spazio alla cultura come fatto politico. Oggi la cultura ha ancora una funzione politica?
"La cultura è politica, è chiaro. Non mi fa ridere parlare di impegno, ma l’impegno degli anni Sessanta, Settanta, Ottanta, Novanta è diverso da quello di oggi. Oggi è più discreto, più riservato, si dimostra in quello che uno fa, nel modo in cui si comporta, in quello che scrive, nei film che realizza. Non è più un impegno di militanza diretta, anche se potrebbe esserlo. Magari vedessi un film che inneggia apertamente a un’idea politica ed è anche bello. Ma non è più come allora”.
La sfiducia verso i media è molto diffusa. È una crisi del giornalismo o più in profondità del rapporto tra cittadini e democrazia?
"Direi del rapporto tra cittadini e democrazia. Capisco sempre di più il non andare a votare: non è solo disinteresse o qualunquismo, è una forma di protesta contro una politica che non rappresenta. I politici si chiedono perché la gente non vota, ma dovrebbero interrogarsi su come cambiare. Non si vota se non si cambia faccia. È agghiacciante che i votanti scendano sotto il 50 per cento, ma questa è la realtà”.
Viviamo in un’epoca di immagini continue e parole rapidissime. Che responsabilità hanno oggi i giornali nel creare pensiero invece che reazione istintiva?
"Una responsabilità fondamentale. Sono sempre andato subito alla terza pagina, alle pagine culturali, e oggi anche agli inserti. Sono quelli che aiutano a orientarsi. Un telegiornale ti basta, non ne vuoi vedere un altro. Oggi tutto va alla velocità della luce e persino i processi creativi vengono sconvolti, basti pensare all’ingresso dell’intelligenza artificiale. Tutto cambia. I giornali sono fatti da esseri umani, ma il rischio è che la velocità schiacci la riflessione".
Se Repubblica dovesse scegliere oggi una sola grande battaglia civile quale dovrebbe essere?
“La rigenerazione della democrazia. Non basta un giornale, sono necessarie una cultura e una politica nuove. La democrazia è in crisi, non è uno slogan. Viviamo in un’epoca di nuovi autoritarismi, di leader che sopportano la democrazia solo come facciata. Ma non si può tornare al passato. Ai politici servono discrezione, umiltà, silenzio, non le urla e le contrapposizioni continue. Mi è capitato di vedere, proprio in questi giorni, una trasmissione in cui un parlamentare di sinistra diceva una cosa molto semplice: che almeno l’un per cento degli italiani più ricchi, quelli che hanno enormi patrimoni, potrebbe fare un piccolo sacrificio. Subito un esponente della Lega ha risposto: ‘Ah, vuoi la patrimoniale?’, come se fosse una bestemmia. Con questa mentalità anche il più modesto riformismo diventa impraticabile. Però, nonostante tutto, bisogna sperare e continuare a crederci”.