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Complotto contro il duce: Manfellotto racconta i cospiratori che fallirono nell’attentato

In “Voglio uccidere Mussolini”, movimentata commedia umana, personaggi diversi per indole, orientamento politico e radice famigliare sono uniti dalla volontà di sopprimere il tiranno
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Che cosa hanno in comune un’aristocratica irlandese amante dell’arte, uno spettinato anarchico di Carrara, un ufficiale gentiluomo che fa il baciamano alla cameriera, un sardo dagli occhi azzurri non insensibile alle ballerine e un ragazzetto di quindici anni chiamato a casa “Patata”, forse per le sue doti non particolarmente brillanti? Messi insieme in una stessa stanza, potrebbero dar vita a un giallo sul genere di Agatha Christie, un romanzo però senza morto, ma trattandosi di uomini e donne in carne ed ossa sono i protagonisti di una storia vera, splendidamente raccontata da Bruno Manfellotto in un libro dedicato agli attentatori del duce, Voglio uccidere Mussolini (Laterza).

Perché il filo che tiene uniti personaggi così diversi per indole, orientamento politico e radice …

Che cosa hanno in comune un’aristocratica irlandese amante dell’arte, uno spettinato anarchico di Carrara, un ufficiale gentiluomo che fa il baciamano alla cameriera, un sardo dagli occhi azzurri non insensibile alle ballerine e un ragazzetto di quindici anni chiamato a casa “Patata”, forse per le sue doti non particolarmente brillanti? Messi insieme in una stessa stanza, potrebbero dar vita a un giallo sul genere di Agatha Christie, un romanzo però senza morto, ma trattandosi di uomini e donne in carne ed ossa sono i protagonisti di una storia vera, splendidamente raccontata da Bruno Manfellotto in un libro dedicato agli attentatori del duce, Voglio uccidere Mussolini (Laterza).

Perché il filo che tiene uniti personaggi così diversi per indole, orientamento politico e radice famigliare è la comune volontà di sopprimere il tiranno, e insieme a lui il regime liberticida, mettendo in pratica gli stratagemmi più disparati o a volte solo immaginando di diventare assassini e per questo condannati a morte. Tutti attori solitari e non privi di eccentricità, malinconicamente vocati a una fine tragica, chi fucilato alle spalle dal plotone di esecuzione, chi punito con vent’anni di carcere, chi scannato con ferocia dagli scherani del duce, chi rinchiuso in manicomio con il marchio della follia, rimossi perfino dal palcoscenico della storia, sepolti in un angolo della memoria che a tratti li recupera fino a nuova tumulazione. Si chiamano Tito Zaniboni, Violet Gibson, Gino Lucetti, Anteo Zamboni, Michele Schirru. Sono andati incontro al proprio destino senza fare una piega, mai rinnegando il gesto a volte solo vagheggiato, come l’anarchico Schirru, punito con la fucilazione per aver avuto l’intenzione di uccidere Mussolini.

O come il socialista Zaniboni, che sulla propria volontà tirannicida avrebbe espresso qualche autocritica soltanto nel dopoguerra. O come la nobildonna Violet, trattata da demente paranoica, in realtà lucida analista della dittatura. Ogni vita è una trama romanzesca che attraversa in modo diverso il ventennio nero, facendo luce sulle tante tessere che compongono la storia di quegli anni, dal “maleodorante retrobottega della polizia politica” (copyright Ernesto Rossi) agli ambienti anarchici in fibrillazione, dall’antifascismo lacerato dalle divisioni politiche alle faide interne agli uomini di Mussolini, disposti a tutto pur di difendere i propri potentati. È una movimentata commedia umana quella raccontata da Manfellotto, dove ci si imbatte in nobili ma disordinati idealisti, spie e traditori della peggior specie, contesse maneggione, gerarchi corrotti, giornalisti cortigiani, magistrati asserviti e privi di scrupoli. Mentre la massima parte degli italiani assiste inerte alla recrudescenza del regime - e a una giustizia che si fa “speciale” -, senza troppi affanni, trovando sempre le ragioni per adattarvisi, secondo la vecchia regola del “tengo famiglia”.

Al di là degli affascinanti personaggi che animano il racconto, il vero deus ex machina resta sempre Mussolini, assai abile nel trarre profitto da ciascuno dei suoi attentatori. Ogni volta minimizza, perché sulla scena internazionale non deve essere messo in discussione il suo carisma. E all’ombra si adopera per approvare le leggi fascistissime che proprio cent’anni fa - tra il dicembre del 1925 e il 1926 - segnarono la nascita della dittatura, con una precisa corrispondenza tra attentato e misura liberticida, e una polizia politica connivente che evita di intervenire per non disturbare il manovratore. E se non bastano gli attentati veri – quattro realizzati, cinque solo progettati - il fascismo è pronto a inventarsene di falsi, pur di regolare i conti o lanciare dei messaggi all’interno dello stesso apparato. Ne sa qualcosa Leandro Arpinati, il ras di Bologna, sul quale viene allungato il sospetto per gli spari esplosi dall’insospettabile Zamboni, il povero “Patata” quindicenne, un caso tuttora avvolto dal mistero.

Come tutte le dittature, anche il fascismo offre preziosi materiali narrativi che Manfellotto sa comporre con sapienza, attento alle incredibili coincidenze della Storia. Cominciata in una stanza dell’hotel Dragoni, a due passi da Palazzo Chigi, dove il 4 novembre del 1925 viene arrestato Zaniboni poco prima che punti l’arma contro il duce, questa storia si chiude a Ponza, la piccola isola nella quale il 28 luglio del 1943 si ritrovano tre grandi protagonisti: il tiranno appena defenestrato, uno dei suoi maggiori oppositori ossia Pietro Nenni e il suo primo attentatore non pentito. Di fronte all’incredibile capriccio del caso, è un milite a dare corpo alla domanda che è inevitabile porsi alla fine del libro. «Ma se quello lì avesse avuto un minuto in più? », chiede a Nenni indicando Zaniboni e mimando il gesto con il proprio fucile. Però la storia non si fa con i “se”, e l’interrogativo resta senza risposta.

Il libro

Voglio uccidere Mussolini di Bruno Manfellotto (Laterza, pagg. 216, euro 18)

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