In viaggio tra le pagine che hanno scritto una certa idea dell’Italia
di Maria Novella De LucaROMA – Il tempo ritrovato di una certa idea dell’Italia. Si potrebbe sintetizzare così, camminando nella grande navata postindustriale del padiglione 9 del Mattatoio, nel quartiere romano di Testaccio, il senso della festa che ieri ha inaugurato la mostra Repubblica50. Il racconto di mezzo secolo della nostra storia attraverso le pagine, le firme, le voci, la grafica, le interviste, i disegni di quella “nave corsara” che Eugenio Scalfari varò il 14 gennaio del 1976, cambiando per sempre il giornalismo in Italia. Inutile dire dei baci e degli abbracci tra colleghi – anche – di quella prima ora, quando il direttore era Eugenio Scalfari e quando il timone passò, poi, nel 1996 a Ezio Mauro.
E nell’abbraccio tra Mauro e Roberto Saviano, tra le gigantografie delle prime pagine che ricordano battaglia dopo battaglia il ruolo di Repubblica come giornale-contropotere, il timbro del giornalismo militante. Ma ieri a sorridere davanti alle vignette di Forattini e a guardare le foto delle prime …
ROMA – Il tempo ritrovato di una certa idea dell’Italia. Si potrebbe sintetizzare così, camminando nella grande navata postindustriale del padiglione 9 del Mattatoio, nel quartiere romano di Testaccio, il senso della festa che ieri ha inaugurato la mostra Repubblica50. Il racconto di mezzo secolo della nostra storia attraverso le pagine, le firme, le voci, la grafica, le interviste, i disegni di quella “nave corsara” che Eugenio Scalfari varò il 14 gennaio del 1976, cambiando per sempre il giornalismo in Italia. Inutile dire dei baci e degli abbracci tra colleghi – anche – di quella prima ora, quando il direttore era Eugenio Scalfari e quando il timone passò, poi, nel 1996 a Ezio Mauro.
E nell’abbraccio tra Mauro e Roberto Saviano, tra le gigantografie delle prime pagine che ricordano battaglia dopo battaglia il ruolo di Repubblica come giornale-contropotere, il timbro del giornalismo militante. Ma ieri a sorridere davanti alle vignette di Forattini e a guardare le foto delle prime riunioni di redazione, a scorrere la storia di questi cinquant’anni attraverso i pezzi, i reportage, le interviste – ecco la foto di Gorbaciov, ecco Arafat con una copia del Venerdì, ecco l’autostrada di Capaci bombardata per uccidere Falcone, ecco il titolo indimenticabile “Carte in tavola compagno Berlinguer” – sono arrivati tutti. Da Elly Schlein a Giuseppe Conte, da Nicola Fratoianni a Dario Franceschini, da Walter Veltroni a Paolo Gentiloni, da Maria Elena Boschi a Ignazio La Russa, da Pier Ferdinando Casini ad Angelo Bonelli. C’è Lucia Annunziata, oggi europarlamentare del Pd, ma a lungo giornalista di Repubblica. «Sono qui per ragioni sentimentali», dice, perché i giornali, come la politica, restano nel cuore. Perché ieri, come oggi, raccontare, anticipare, svelare e mettere a nudo cosa succede dentro e fuori i palazzi del potere, è ancora il ruolo di Repubblica.
Ognuno ha il proprio ricordo, ognuno ha un pezzo di Repubblica da raccontare, cinquant’anni sono un pezzo di vita, molti erano ragazze e ragazzi. Uno di loro era Carlo Rivolta, morì tragicamente, i suoi reportage sul movimento del ’77 anticiparono quello che sarebbe poi successo negli anni di piombo. E insieme alla politica, nel tempo ritrovato di Repubblica che guarda al futuro, ci sono le tante anime della società italiana. C’è il mondo cattolico, con Andrea Riccardi, fondatore della comunità di Sant’Egidio che sottolinea lo sguardo laico ma partecipe di Repubblica sulla Chiesa e l’amicizia tra Scalfari e papa Bergoglio. Ci sono Matteo Bruni, portavoce della Santa Sede, Paolo Ruffini, prefetto del dicastero vaticano per la comunicazione e padre Antonio Spadaro, gesuita, oggi tra i collaboratori del giornale. Ci sono gli scrittori Antonio Scurati, Vittorio Lingiardi, c’è Massimo Ammaniti. E proprio lo stesso padiglione, il numero 9, in questo quartiere che fu epicentro romano della lotta partigiana, aveva ospitato due anni fa la mostra su Enrico Berlinguer, con un enorme successo. Del resto Repubblica era e continua a essere una «casa della sinistra» critica, nel solco, appunto, di quella certa idea dell’Italia. Il viaggio nella memoria di Repubblica è un po’ nostalgia, un po’ un Sentimental Journey, dal titolo del bellissimo documentario che Enrica e Donata Scalfari, alla mostra insieme a Simone Viola, amato nipote del fondatore, avevano dedicato al padre. Così come il documentario di Ezio Mauro, che si può vedere nell’ultima sala, in una piccola area-video, è un appassionato memoir che dal 14 gennaio del 1976 ci conduce a Repubblica del terzo millennio, attraverso le voci di Corrado Augias, Natalia Aspesi, Emanuela Audisio, Franco Bevilacqua, Simonetta Fiori, Massimo Giannini, Laura Pertici, Michele Serra.
Arrivano al Mattatoio il capo della Polizia, Vittorio Pisani, Massimiliano Capitanio, Antonello Giacomelli e Laura Aria di Agcom, ci sono Paolo Di Benedetto e Paola Severino, ex ministra della Giustizia. Ieri, oggi, domani. La lista dei colleghi delle diverse ere di Repubblica è lunga, lunghissima. Abbracci, tanti. Riconoscersi. Alcuni, troppi, non ci sono più, le fotografie restituiscono immagini che muovono ricordi. Come le parole di commiato di Scalfari, il giorno in cui salutò la redazione, dopo essersi dimesso: «Vi lascio le viole per il pensiero e il rosmarino per i ricordi».
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