Una delle definizioni più acute del venerdì l’ha data qualche tempo fa Michele Serra. “Un lusso, uno svago, un di più che poteva nascere al riparo della cronaca”. Perché nel settimanale di Repubblica “gli argomenti potevano essere selezionati con maggiore libertà, le parole potevano essere pensate con calma, le immagini – raffinate coprotagoniste – selezionate senza dover corrispondere alla stretta attualità”.
E il venerdì è così fin dal suo primo numero del 16 ottobre 1987 (e sì, nel 2027 festeggeremo i 40 anni) con un Marcello Mastroianni vestito di bianco in copertina. Un magazine che, al di là delle diverse sensibilità di chi lo ha diretto prima di me (Giorgio Dell’Arti, Franco Recanatesi, Paolo Garimberti, Laura Gnocchi, Attilio Giordano, Cristina Guarinelli, Aligi Pontani, Livio Quagliata), non ha mai perso la sua identità.
Quella stessa che i tanti lettori, andando ogni settimana in edicola e scrivendoci molte lettere (talvolta anche dure), non smettono di ricordarci.
Alto e basso, raffinate analisi culturali e approfondimento dei fenomeni pop, incontro con il passato e faccia-a-faccia con il presente, grandi reportage dal mondo e racconto delle comunità locali, film da Oscar e spettacoli d’essai. Il tutto letto con uno sguardo obliquo, sghembo, capace di cogliere, sulla carta e oggi anche sui social, il lato meno evidente della realtà, l’altra faccia della cronaca.