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Gianrico Carofiglio: il mio viaggio da flâneur tra le città d’Italia

Immagine sulla cover di "Viaggio in Italia" di Gianrico Carofiglio 

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Lo scrittore bestseller riunisce in volume le sue esplorazioni nei centri urbani del nostro Paese. E qui ci racconta perché, visitandoli, bisogna essere disposti a cambiare il proprio sguardo
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La natura profonda del viaggiare – offuscata dall’ossessione per la distanza e per le mode turistiche – è tutta in un’azione (e in un’attitudine) elementare: guardarsi attorno. Elementare e insieme difficile perché la sua pratica richiede di sostare nello spazio incerto tra ciò che appare e ciò che potrebbe essere, accettando l’inquietudine che nasce da quello scarto. Da qui discende che il viaggio può avvenire ovunque: più che i luoghi conta lo sguardo, e soprattutto la disponibilità a farsi cambiare dallo sguardo. Oppure l’indisponibilità: si può attraversare il mondo senza vedere nulla come accade a Macon Leary, protagonista di Turista per caso, film del 1988 diretto da Lawrence Kasdan e tratto dal romanzo di Anne Tyler. Macon scrive guide destinate a chi si muove senza voler davvero viaggiare, a chi parte (è costretto a partire) per lavoro ma vorrebbe restare a casa, a chi cerca ovunque lo stesso letto, la stessa colazione, la stessa lingua: manuali che insegnano a non vedere, a n…

La natura profonda del viaggiare – offuscata dall’ossessione per la distanza e per le mode turistiche – è tutta in un’azione (e in un’attitudine) elementare: guardarsi attorno. Elementare e insieme difficile perché la sua pratica richiede di sostare nello spazio incerto tra ciò che appare e ciò che potrebbe essere, accettando l’inquietudine che nasce da quello scarto. Da qui discende che il viaggio può avvenire ovunque: più che i luoghi conta lo sguardo, e soprattutto la disponibilità a farsi cambiare dallo sguardo. Oppure l’indisponibilità: si può attraversare il mondo senza vedere nulla come accade a Macon Leary, protagonista di Turista per caso, film del 1988 diretto da Lawrence Kasdan e tratto dal romanzo di Anne Tyler. Macon scrive guide destinate a chi si muove senza voler davvero viaggiare, a chi parte (è costretto a partire) per lavoro ma vorrebbe restare a casa, a chi cerca ovunque lo stesso letto, la stessa colazione, la stessa lingua: manuali che insegnano a non vedere, a non lasciarsi toccare dai luoghi, a restare indenni e sterili.

Si viaggia davvero, dunque, se si è disposti a maneggiare lo sguardo, a farsi cambiare dallo sguardo accettando l’inevitabile inquietudine (insopportabile per Macon e per molti altri) generata da questa disposizione. E il viaggio, soprattutto quello nelle città, vive di due forze opposte e complementari: irrequietezza e pazienza. La prima spinge a muoversi, a cercare, a passare oltre; la seconda invita a rallentare, osservare, ascoltare. La pazienza – in qualche modo anche l’indolenza – propizia il movimento lento, disposto all’errore e alle deviazioni; uno sguardo che vaga, si perde e, proprio perché si perde, scopre. Kafka scriveva: «Chi cerca non trova, ma chi non cerca viene trovato». È così che nasce una conoscenza trasversale ma peculiarmente precisa, nutrita dall’attrito tra superficie e profondità, tra visibile e nascosto.

È lì che le città mostrano vitalità: nelle crepe, nei silenzi, nelle tracce dimenticate. Per questo il passo giusto non è quello dell’escursionista né dell’uomo d’affari, ma del flâneur. Figura descritta da Baudelaire e poi da Walter Benjamin, il flâneur cammina senza fretta e senza meta apparente, osserva l’irrilevante e lo rende significativo; la città, per lui, è un testo da leggere e decifrare. Si confonde con la folla ma rimane distinto, a un tempo dentro e fuori scena, e nella sua distrazione apparente custodisce una vigilanza intensa. Quello sguardo intercetta dettagli marginali e paesaggi invisibili.

Per esempio, a Genova, città verticale e obliqua, il cammino svela un tempo più che uno spazio, tra carruggi e scalinate. A Palermo, dietro la bellezza barocca, sopravvivono il fantasma della mafia e i segni dolorosi della ribellione. A Torino, la compostezza sabauda convive con un’irrequietezza sotterranea dalle vibrazioni soprannaturali. A Milano, simbolo della modernità italiana, riaffiorano memorie e leggende notturne – la Dama Velata del Parco Sempione, le streghe di piazza Vetra – che non parlano solo di paura o superstizione: sono colpe e dolori rimossi, figure femminili torturate e condannate che tornano a chiedere ascolto, forse giustizia.

Ogni città ha una faccia ufficiale e una verità molto più difficile da scoperchiare: il visibile e l’invisibile; la mappa e la topografia emotiva che nasce nella mente, e anche nel corpo, di chi cammina. In quella geografia si annidano desideri, paure, fantasmi, speranze. Le città hanno un inconscio: strati di memoria e simboli che riaffiorano quando meno te l’aspetti. Ogni cammino davvero tale è anche un viaggio nei loro sotterranei simbolici.

Questo libro non è un catalogo né tantomeno una guida. Piuttosto un invito a esplorare con lentezza, a ricercare i margini di ignoto, i territori del mistero che vivono accanto all’ordinario, qualunque cosa significhi questa parola. Anche una strada percorsa cento volte può nascondere qualcosa di inatteso, se rallentiamo e accettiamo l’idea pacificamente eversiva di non sapere dove stiamo andando. Rebecca Solnit scrive: «Camminare è un atto di resistenza contro la velocità e l’efficienza». In un tempo che ci spinge a correre e a semplificare, rallentare diventa un gesto politico: serve a cogliere ciò che di solito sfugge, ad ascoltare, a percepire, a intuire le storie minime o dimenticate per restituire loro dignità. Sotto la superficie, le città parlano. Ma parlano a chi cammina senza cercare, a chi accetta l’incertezza e l’inquietudine, a chi sa che i passaggi segreti non stanno solo nei palazzi, ma nei dettagli dimenticati e nelle strade prese per sbaglio.

Il titolo Viaggio in Italia è evidentemente un omaggio all’opera di Guido Piovene, pubblicata nel 1957 e che rappresenta un momento fondamentale della nostra storia culturale: un ritratto lucido e a tratti impietoso del Paese nel pieno della modernizzazione. Questo libro condivide con quello di quasi settant’anni fa l’attenzione al dettaglio e la convinzione che viaggiare significhi interrogare i luoghi, non celebrarli. Ma se Piovene costruiva un affresco unitario, teso a comporre il ritratto e la biografia di una nazione, qui l’intento è diverso: rinunciare a una visione sistematica e lasciarsi guidare da frammenti, deviazioni, apparizioni. Più che la mappa di un Paese, il lettore troverà una costellazione di luoghi e di storie invisibili, un invito a guardare senza fretta, e a scoprire che talvolta la verità delle città si nasconde proprio negli interstizi e nelle fratture.

There is a crack in everything, that’s how the light gets in, scrive e canta Leonard Cohen. C’è una crepa in ogni cosa ed è così che entra la luce. E dalle crepe nascoste, talvolta, le città si lasciano vedere per ciò che sono: organismi viventi, forme di pensiero e soprattutto luoghi di possibilità.

IL LIBRO E GLI INCONTRI

Viaggio in Italia di di Gianrico Carofiglio (Touring Club Italiano, pagg. 128, euro 16,50). Dal 20 gennaio in libreria L’autore lo presenta il 21 gennaio (ore 18) alla libreria Borri Books di Roma (con Ottavio Di Brizzi) e il 22 (ore 18.30) alla libreria Odeon di Firenze (con Francesca Santolini)

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