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Herta Müller. La mia vita agra con un fantasma chiamato libertà

La popolazione rumena festeggia la fine della dittatura di Ceausescu (Photo by David Turnley/Corbis/VCG via Getty Images) 

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Esce una raccolta di scritti della premio Nobel tedesco-rumena. Che qui racconta le persecuzioni sotto il regime di Ceausescu
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Non sono una storica. Perciò non sono in grado di ricostruire gli abissi tra le vittime e i carnefici in epoca nazista. Sono venuta al mondo nell’Europa dell’Est dopo il 1945, e vedevo solo da lontano la democrazia dell’Europa occidentale. Mi sembrava irraggiungibile. Ma ho conosciuto il “silenzio comunicativo” della minoranza tedesca rumena sul proprio coinvolgimento nel nazionalsocialismo. E quando ho iniziato a scrivere su mio padre e il suo passato di Ss mi hanno coperta di insulti e di sputi, perché denigravo il mio popolo.

Il mio primo libro è stato definito «letteratura dell’asfalto», e una recensione terminava con le parole «Jedem das Seine», “a ciascuno il suo”, la scritta sul portone del campo di Buchenwald. E ho conosciuto anche il silenzio in rumeno. Lo stravolgimento della storia, il negare che la Romania di Antonescu fosse stata al fianco di Hitler. Vecchi fascisti mutavano natura trasformandosi in comunisti al centocinquanta per cento. Il socialismo rosso era marrone …

Non sono una storica. Perciò non sono in grado di ricostruire gli abissi tra le vittime e i carnefici in epoca nazista. Sono venuta al mondo nell’Europa dell’Est dopo il 1945, e vedevo solo da lontano la democrazia dell’Europa occidentale. Mi sembrava irraggiungibile. Ma ho conosciuto il “silenzio comunicativo” della minoranza tedesca rumena sul proprio coinvolgimento nel nazionalsocialismo. E quando ho iniziato a scrivere su mio padre e il suo passato di Ss mi hanno coperta di insulti e di sputi, perché denigravo il mio popolo.

Il mio primo libro è stato definito «letteratura dell’asfalto», e una recensione terminava con le parole «Jedem das Seine», “a ciascuno il suo”, la scritta sul portone del campo di Buchenwald. E ho conosciuto anche il silenzio in rumeno. Lo stravolgimento della storia, il negare che la Romania di Antonescu fosse stata al fianco di Hitler. Vecchi fascisti mutavano natura trasformandosi in comunisti al centocinquanta per cento. Il socialismo rosso era marrone nella testa. Una dittatura si prolungava nell’altra. Il fascismo nello stalinismo e, dopo la morte di Stalin nel 1953, nel post-stalinismo, chiamato costruzione del socialismo fino al 1989. Nell’Europa dell’Est la dittatura se n’è andata non nel 1945, ma solo nel 1989. Lì la libertà è ancora giovane, incespica e non ha ancora raggiunto una vera consapevolezza. Quanto in fretta sia possibile farla nuovamente cadere lo vediamo in Polonia e in Ungheria.

Ci si avvicina alla dittatura con pretesti astrusi. La libertà diventa una facciata e la dignità dell’essere umano si perde per strada. Come si può arrestare la ricaduta in vecchi modelli? Se penso oggi al passato, capisco che il grosso problema della dittatura era: come si può vivere. La domanda non era affatto così succinta. Si ramificava in frasi secondarie che in sostanza erano l’elemento essenziale. Come si può vivere con quel che si pensa quando non è permesso dirlo, senza perciò finire in prigione. Come si può, nonostante tutto, mostrare quel che si pensa senza dirlo, quando è importante farlo, nel corso di una riunione o in un ufficio o durante un interrogatorio. Come si può vivere per restare o diventare come si è, per se stessi. Oppure, come si può non diventare come non si vuole essere. Come si conserva la propria dignità, potrei anche dire. In realtà non sapevo affatto come volevo essere, chi può saperlo? Eppure in un certo senso lo sapevo, perché ogni giorno vedevo attorno a me come non volevo essere e come in nessun caso potevo diventare. Come si può vivere e come ci si può sopportare, non essendo come si vorrebbe essere, perché non è concesso essere come si preferirebbe. Mi ritrovavo sempre in conflitto con questa domanda fondamentale, come si dovrebbe vivere. Non volevo nemmeno farmela, ma si poneva inevitabilmente da sola. C’era sempre, ovunque mi ritrovassi con la mia vita. C’era prima di me, come se mi avesse aspettato.

A quell’epoca non lo sapevo, ma era la domanda che invocava libertà personale e dignità del singolo. Attraverso la distanza odierna credo che nell’oppressione avvenga un fissarsi distruttivo sul contrario, sulla libertà che non può essere vissuta. È presente come assenza, e sa di essere storpiata. È così molestata che termina nel punto stesso in cui inizia. La fine divora l’inizio fin dal primo momento. Ma poiché rimane sempre presente, sia pure solo come un opposto, nella mente è più che una semplice proiezione. Non è una muta immagine mentale, ma un sentimento terribilmente preciso. Sentimento è la parola giusta. I sentimenti, infatti, sono nella mente. Comunque nascono nella mente. Essere consapevoli dell’oppressione vuol dire essere consapevoli della mancanza di libertà. È questa fatale coppia di gemelli che passa attraverso la vita. È una coppia in cui allo stesso modo la fame cronica pensa sempre al cibo che manca.

Oggi devo confessarmelo: la maggior parte di quel che ho imparato su libertà e dignità l’ho appresa dai meccanismi dell’oppressione. Osservare questi meccanismi – e cos’altro resta da fare nell’oppressione? – è come decifrare la scrittura speculare della libertà. La cosa più chiara che ho imparato, posso dirlo semplicemente: libertà e dignità sono sempre concrete. Ci sono, oppure mancano in ogni singola lingua. Non sono capace di parlarne in generale. Tentarci non porta a nulla. La parola astratta libertà e il sentimento della dignità non mi interessavano come idee, ma come oggetti. Oggetti molto concreti. Perché la libertà ha il suo luogo concreto, dov’è presente oppure manca. Ha il suo contenuto, il suo peso. Nella libertà c’è sempre una situazione concreta.

Qualcosa succede, o viene impedito. Queste due categorie, permesso e vietato, sono sempre presenti. Quasi tutto quello che volevo fare era vietato nella dittatura. E quel che era permesso me lo sono vietata io stessa, perché non volevo diventare come quelli che me lo permettevano. La libertà è un oggetto. Ma in quella vita, in Romania, era così lontana che non la si poteva afferrare. Piuttosto era lei ad afferrare me. Questo era il motivo per cui, in tutte le situazioni che la vedessero in gioco, mi ritrovavo inevitabilmente in conflitto. Che la vedessero in gioco – ma in gioco lo era sempre.

Era il terzo anno che lavoravo come traduttrice in una fabbrica di macchinari e mi rifiutai di spiare i miei colleghi per i servizi segreti. Le angherie a quel punto seguirono per settimane. Un mattino volevo entrare nel mio ufficio, ma ci si era insediato un ingegnere. Disse che quello non era più il mio posto. Le istruzioni d’uso dei macchinari e i miei grossi dizionari erano finiti sul pavimento del corridoio. Andai a piangere un po’ in bagno, in modo che nessuno mi vedesse. Poi un’amica mi liberò un angolo della sua scrivania. Era un ufficio con diverse persone. Qualche giorno dopo l’amica mi aspettò al mattino fuori dall’ufficio con le mie cose in braccio. Disse che i suoi colleghi non mi volevano più là dentro perché ero una spia.

La calunnia era organizzata dai servizi segreti. Era la vendetta per il mio rifiuto di spiare i colleghi. Non potevo fare niente contro quella calunnia. Nella fabbrica c’erano sicuramente moltissime spie che nessuno conosceva e che venivano compensate con posizioni e denaro per i loro servizi. Ero così indifesa a quell’epoca, il mondo per me era deragliato. Eppure sapevo ogni giorno che il rifiuto era giusto. Era di un’importanza vitale. Mi sentivo libera, dopo quel rifiuto. Ero libera dall’obbligo di fare quello che mi si chiedeva di fare. Probabilmente accettare mi avrebbe dato anche dei vantaggi, dal punto di vista del regime era una cosa normale e più che solamente consentito. Era un dovere consentito. Sapevo molto bene che il mio rifiuto avrebbe avuto conseguenze serie. Eppure mi sentivo sollevata, perché da quel momento la questione era chiara per entrambe le parti: per me era chiaro che non avrei preso parte all’oppressione.

© Carl Hanser Verlag e per gentile concessione di Berla & Griffini Rights Agency

Il libro: “Una mosca attraversa mezza foresta” di Herta Müller (Feltrinelli, trad. di M. Cabonaro, pagg. 112, euro 16). Questo testo è tratto dal libro

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