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Horst Bredekamp:“Un Michelangelo tutto eros e felicità”

Particolare del Tondo Doni, Galleria degli Uffizi, Firenze (Photo by Fine Art Images/Heritage Images/Getty Images)

 
Dopo mezzo secolo di studi lo storico dell’arte tedesco pubblica una monografia in cui ribalta molti cliché sul genio del Rinascimento. Come quello sul suo carattere malinconico. O sul suo neoplatonismo
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«Ora potrei ricominciare da capo. Chi sostiene di aver compreso completamente Michelangelo lo manca irrimediabilmente». Mezzo secolo di studi, un volume di 800 pagine e altrettante illustrazioni. Horst Bredekamp, tra i maggiori storici dell’arte del mondo, professore alla Humboldt-Universität di Berlino, ha portato a compimento una nuova indagine sul genio del Rinascimento, «ripartendo da zero», come dice lui. Lasciando parlare le immagini, secondo la lezione di Aby Warburg, le opere – quelle certe –, i documenti, gli scritti autografi. Fino a sfiorare quasi il dito dell’artista, come Adamo con Dio sulla volta della Sistina. Il risultato di questa ossessione è un dossier monumentale, un attacco all’era della distrazione di massa. «Ma ogni capitolo si può leggere singolarmente», minimizza l’autore, che pubblica adesso l’edizione italiana (Castelvecchi) con il supporto del Kunsthistorisches fiorentino e della Biblioteca Hertziana di Roma. Un Buonarroti così non si era davvero mai visto …

«Ora potrei ricominciare da capo. Chi sostiene di aver compreso completamente Michelangelo lo manca irrimediabilmente». Mezzo secolo di studi, un volume di 800 pagine e altrettante illustrazioni. Horst Bredekamp, tra i maggiori storici dell’arte del mondo, professore alla Humboldt-Universität di Berlino, ha portato a compimento una nuova indagine sul genio del Rinascimento, «ripartendo da zero», come dice lui. Lasciando parlare le immagini, secondo la lezione di Aby Warburg, le opere – quelle certe –, i documenti, gli scritti autografi. Fino a sfiorare quasi il dito dell’artista, come Adamo con Dio sulla volta della Sistina. Il risultato di questa ossessione è un dossier monumentale, un attacco all’era della distrazione di massa. «Ma ogni capitolo si può leggere singolarmente», minimizza l’autore, che pubblica adesso l’edizione italiana (Castelvecchi) con il supporto del Kunsthistorisches fiorentino e della Biblioteca Hertziana di Roma. Un Buonarroti così non si era davvero mai visto prima.

Professor Bredekamp, leggendo il suo libro, sembra che lei sia riuscito ad avvicinarsi molto a Michelangelo, esplorandone non solo il lavoro, ma anche la mente. Che uomo era?

«Il nucleo e l’unicità di Michelangelo risiedono nella sua devozione onnicomprensiva, che ho cercato di definire con il concetto di panempatia. Una devozione che si estendeva a persone di ogni sesso e di ogni età, a tutti gli oggetti della natura e, ovviamente, alle opere d’arte. Un sentimento così essenziale ed estremo che inevitabilmente lo portava alla delusione. Questo può spiegare in parte la tendenza spesso osservata in lui a isolarsi, a lavorare in solitudine e a essere di umore malinconico. La malinconia, tuttavia, non era dovuta a una mancanza di coinvolgimento emotivo, ma, al contrario, a un eccesso di partecipazione».

C’è un cliché sulla sua vita che vorrebbe sfatare una volta per tutte?

«Un malinteso fondamentale risiede proprio nella caratteristica di cui ho appena detto, secondo cui egli sarebbe stato per natura un malinconico meditabondo. Testimonianze di questo tipo e descrizioni simili dei suoi contemporanei riguardano solo una parte della sua personalità. Anni felici come quelli successivi al suo trasferimento da Firenze a Roma, nel 1534, non sono meno importanti nella prospettiva generale della sua lunga vita. Inoltre, non è vero che Michelangelo lavorasse esclusivamente per il culto religioso».

È stato più volte inserito nel contesto della Firenze neoplatonica.

«Eugenio Garin si oppose a questa interpretazione già negli anni Sessanta, ma rimase in gran parte inascoltato. Naturalmente, già nell’atmosfera della sua formazione a Firenze nel palazzo dei Medici, il neoplatonismo era uno dei filosofemi indispensabili, ma lo erano anche l’ermetismo e la filosofia naturale di Lucrezio. L’ateismo di Lucrezio era estraneo a Michelangelo, ma nel poeta latino l’artista poteva trovare quella fiducia nella forza intrinseca della materia che gli era familiare grazie al suo lavoro. Buonarroti non procedeva mai alla realizzazione lineare di un’idea: la sua ricerca della forma si modulava fino all’ultimo in base alla risposta del materiale».

David di Michelangelo

 

Lei scrive che era “una persona che esprimeva il proprio conflitto interiore nel contrasto tra tensione e sollievo in ogni dettaglio del corpo”. La realizzazione del David è un esempio di questo. Ma quali erano i principali conflitti interiori di Michelangelo?

«Ogni forma di Michelangelo era determinata dalla resistenza tanto euforica quanto disperata a ogni tipo di imposizione: contro la forza di gravità, contro l’autoritarismo politico, contro le verità di fede imposte e contro il vincolo delle norme estetiche. Se si confronta l’Apollo del Belvedere con il David, si nota che Michelangelo ha quasi deriso le regole della proporzione classica per salvare l’enorme blocco di marmo. Rispetto alla figura ideale di Apollo, la mano destra e la testa sono troppo grandi, mentre la parte inferiore del corpo è troppo piccola. Proprio per questo, però, la figura di Michelangelo è dotata di una vitalità che sfida i cliché e sprigiona così il suo effetto irresistibile».

Michelangelo comunicava con i suoi amici più cari attraverso i disegni. Questo era il caso dell’aristocratico Tommaso de’ Cavalieri e della poetessa Vittoria Colonna. Li considera le persone più importanti nella vita di Buonarroti? Come definirebbe il suo rapporto con loro?

«Senza dubbio Tommaso de’ Cavalieri e Vittoria Colonna erano tra le persone a lui più vicine. Ma anche altre, come ad esempio il suo assistente l’Urbino o Donato Gianotti e Luigi del Riccio. Nelle sue poesie si fa riferimento a donne che non vengono nominate, ma che sono venerate con fervore, anche in senso erotico. Nel rapporto con Cavalieri questa componente è più che evidente, senza che sia possibile determinare con certezza il grado di affetto. Lo stesso vale per Colonna, alla quale era profondamente legato. Si può escludere una relazione fisica, ma sembra innegabile che, oltre al fascino intellettuale, esistesse comunque tra loro una tensione erotica».

Nudo di spalle (Casa Buonarroti, Firenze, @ Getty Images)

 

Lei restringe notevolmente il catalogo delle opere. In particolare, al di là dei grandi cicli di affreschi o del Tondo Doni, non abbiamo quasi alcuna certezza sugli altri dipinti di Michelangelo. Ci sono dipinti di cui lei nega categoricamente l’attribuzione. Era più uno scultore che un pittore?

«Formatosi presso Domenico Ghirlandaio, Michelangelo era anche un pittore, soprattutto naturalmente nella tecnica dell’affresco. Il Tondo Doni dimostra la sua tecnica prodigiosa nel dipinto. Nella prefazione ho scritto che mi riferisco esclusivamente alle opere che ritengo certe, senza che la mia determinazione debba essere considerata definitiva. Per esempio, la Madonna di Manchester della National Gallery di Londra è stata più volte attribuita a Michelangelo, ma la paratattica priva di tensione delle figure raffigurate mi sembra un indizio del fatto che questo quadro non possa essere opera sua. Mentre Michelangelo dipingeva la volta della Cappella Sistina, firmava le sue lettere con “scultore” e si opponeva a questo incarico con l’argomento che non era un pittore. Ma questa era più un’autodifesa che un’affermazione categorica. In tutte le sue opere pittoriche, come nel Noli me tangere, tramandato solo attraverso le copie, prevale una fisicità plastica, che potrebbe essere definita come principio scultoreo in tutti i generi, compresa l’architettura».

I suoi disegni vengono periodicamente messi all’asta. Avverrà anche a febbraio con lo studio di un piede per la volta della Cappella Sistina. Ma come si riconosce un Michelangelo autentico?

«Per quanto riguarda i disegni esistono due scuole storiche: una riduzionista, legata a Luitpold Dussler e Alexander Perrig, e una espansiva, che nella figura di Charles de Tolnay ha ampliato di dieci volte l’opera grafica accertata, adottando criteri psicologici come la spontaneità. Sono stato per molto tempo collega di Perrig, che per oltre sessant’anni si è occupato dei disegni di Michelangelo, dei suoi allievi e contemporanei. Ho assistito al modo in cui è stato ignorato dalla scuola espansiva e infine completamente messo da parte. In tutto il libro ho cercato di non riprodurre ciò che sembrava certo – procedendo come un’intelligenza artificiale – ma di mettere in evidenza considerazioni che, a mio avviso, erano state ingiustamente dimenticate o sepolte. Cerco, e questo vale anche per i disegni, di riaprire la discussione, ma non di dire categoricamente l’ultima parola».

Particolare del Giudizio Universale di Michelangelo: gruppo di dannati risucchiati nell'inferno (Cappella Sistina, Vaticano, Roma)

 

C’è un’opera perduta di Michelangelo che spera ancora di trovare?

«Ci sono troppe opere attribuite con ottimismo a Michelangelo che poi si sono rivelate mere supposizioni. Tuttavia, sarebbe possibile trovare da qualche parte un dettaglio dell’originale del modello di Michelangelo per la sala del Consiglio di Palazzo Vecchio a Firenze, la cosiddetta Battaglia di Cascina, perché questo è stato tagliato a pezzi da numerose persone e i brandelli sono stati trattati come reliquie».

Ha mai sognato Michelangelo?

«Per il mio libro sul Sacro Bosco di Bomarzo, negli anni Ottanta ho trascritto e tradotto circa 170 lettere dell’inventore di questo giardino straordinario, Vicino Orsini. Una notte, alle 4 del mattino, mi è apparso davanti alla finestra di una casa isolata sul Mare del Nord, sorridendomi con dolcezza e cordialità. Con Michelangelo non mi è ancora successo nulla del genere, ma forse lui sta ancora aspettando di farsi vedere»(ride).

Il libro – Michelangelo di Horst Bredekamp (Castelvecchi, traduzione di S. Aglan-Buttazzi, pagg. 816, euro 100)

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