La fila dei lettori è lunghissima e vivace. Si chiacchiera mentre si aspetta, si raccontano aneddoti. C’è chi è venuto da fuori per partecipare alla festa dei 50 anni di Repubblica che si è tenuta ieri all’Auditorium Parco della Musica di Roma.
Girolamo Ferraiolo è arrivato da Agrigento in onore del giornale che è stato l’amore di una vita. Girolamo era un ragazzo quando seguì il consiglio di un professore e comprò Repubblica. Era il 1976, lui era uno studente di ragioneria, già lettore dell’Espresso. «Discutevamo tra i banchi di attualità grazie a Repubblica». Non è il solo Girolamo. L’abbraccio dei lettori passa per i ricordi personali. Un puzzle di voci che testimoniano quanto fosse vera l’intuizione di Scalfari: con Repubblica nasceva un pubblico nuovo. Colto, attento, esigente. Un pubblico che Scalfari voleva conquistare: i giovani, le donne. Scommessa vinta.
C’è commozione in platea e voglia di condividere. Ognuno ha il suo ricordo. Maria Trozzo, 76 anni, pensionata, non dimentica quando in sala professori arrivò un collega con il primo numero di Repubblica: «Ho sbirciato, sfogliato, letto e sono rimasta subito incuriosita. Appartenevo a una sinistra più radicale ma ho capito che quel giornale parlava anche a me». Il mondo della scuola è sempre stato vicino al nostro quotidiano, ieri come oggi. S’inserisce Marco Ianigro, avvocato, 56 anni: «Anche io l’ho comprato la prima volta su indicazione di un insegnante di latino e greco del ginnasio. Ricordo che un giorno sull’autobus un signore vedendomi leggere Repubblica mi rimproverò: ma come fa a leggere un giornale che non ha la terza pagina? Non aveva capito che proprio quella era la rivoluzione voluta da Scalfari: portare la cultura al centro dello sfoglio». Rita Sepe ribatte: «Repubblica continua a essere una palestra di impegno civico». Così Fulvio Pulcini: «Per chi è laico nel dna è un giornale di riferimento. L’ho scelto per gli editoriali di Scalfari».
Per molti Repubblica è una scuola. Antonio Soriero, 44 anni, giornalista: «Ho imparato a scrivere leggendo Vittorio Zucconi e Gianni Mura». Sono consapevoli, i lettori, di ogni passaggio. Alessandra Mendicino, 55 anni, da ex studentessa di lettere è «appassionata delle pagine culturali». Molti lo hanno scoperto negli anni dell’università, come Loredana Vaccarotti, 53 anni, professoressa, che lo condivideva al bar con gli amici prima di andare a lezione: «Lo trovo un giornale dinamico, critico anche verso la propria parte politica». Lo stesso dice Pierluigi Casu: «Leggo Repubblica per documentarmi, ne apprezzo l’autorevolezza e la visione chiara del mondo». E c’è chi ha stampata in mente la prima volta, come nelle storie d’amore. Giovanni Stefano, 67 anni, anche lui ex professore: «Andai a comprare il primo numero in un’edicola nei pressi della Marina militare del porto di Brindisi. L’ho conservato qualche decennio, poi l’ho perso durante un trasloco. Sono appena andato alla mostra del vostro giornale al Mattatoio e ho comprato il catalogo. Spero di non perderlo!».
C’è anche chi si è dichiarato alla donna della vita scrivendo messaggini sulle pagine. Daniela Corallo, 62 anni, insegnante, lavorava in una radio libera siciliana. Indica il compagno, sono ancora una coppia: «Mi scriveva versi ai margini di Repubblica. Nel nostro studio a casa conserviamo ancora il primo numero». A proposito di cuore, Anna Ingravallo, 43 anni, educatrice: «Il primo approccio è stato con il Venerdì. Sono stata conquistata dalle risposte furbe e pungenti di Natalia Aspesi».
L’assenza dello sport nella prima fase, per alcune donne fu addirittura un’esca, come per Barbara Secchi, 71 anni, ex dirigente in una multinazionale: «Era una direzione forte, la apprezzai». Il marito, Fabrizio Giovannucci, invece rimase conquistato dal formato tabloid. Non è l’unico. Claudio Botta, 53 anni, lo leggeva in treno verso Torino andando all’università e continua a farlo: «È comodo da sfogliare». Per lo stesso motivo Laura Marini, informatica cinquantasettenne, lo legge in spiaggia: «Resiste bene al vento (sorride)». Tutti raccontano di essere ancora lettori abituali. Sono all’Auditorium per incontrare le firme, i direttori, i loro giornalisti di riferimento. Si capisce che si sentono a casa.
Fiorenza Chiesa negli anni Settanta lavorava all’Alitalia: «Andando a Fiumicino avevo comprato questo giornale nuovo, ero curiosa. Un mio amico, compagno di viaggio, mi disse: questo è il giornale della borghesia illuminata. Ce n’era bisogno».