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Gessen: così con Donald stiamo diventando un’autocrazia

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Manifestanti uccisi. Interventi militari contro stati sovrani. Media sotto attacco. Lettera dagli Stati Uniti di oggi
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A un anno dall’inizio del secondo mandato di Donald Trump, gli amici che vivono fuori dagli Stati Uniti continuano a esprimere turbamento per le notizie provenienti da questo Paese, mescolato spesso a preoccupazioni per la mia sicurezza. Io faccio spallucce. Perfino coloro di noi che negli Stati Uniti sono contrari alle azioni di questa amministrazione hanno un modo per normalizzarle.

Su questa sponda dell’Atlantico, siamo semplicemente diventati un Paese che costruisce campi di concentramento. E si tratta di uno soltanto dei cambiamenti che abbiamo digerito.

Siamo diventati un Paese nel quale le persone sono fatte sparire da una forza paramilitare che dà loro la caccia nei loro appartamenti, per le strade delle città e delle campagne, e perfino nei tribunali. Meno di un anno fa, i filmati degli arresti eseguiti dall’Immigration and Customs Enforcement sarebbero diventati virali e sui social i post di avvistamento di agenti dell’Ice avrebbero fatto venire i brividi lungo la schiena.…

A un anno dall’inizio del secondo mandato di Donald Trump, gli amici che vivono fuori dagli Stati Uniti continuano a esprimere turbamento per le notizie provenienti da questo Paese, mescolato spesso a preoccupazioni per la mia sicurezza. Io faccio spallucce. Perfino coloro di noi che negli Stati Uniti sono contrari alle azioni di questa amministrazione hanno un modo per normalizzarle.

Su questa sponda dell’Atlantico, siamo semplicemente diventati un Paese che costruisce campi di concentramento. E si tratta di uno soltanto dei cambiamenti che abbiamo digerito.

Siamo diventati un Paese nel quale le persone sono fatte sparire da una forza paramilitare che dà loro la caccia nei loro appartamenti, per le strade delle città e delle campagne, e perfino nei tribunali. Meno di un anno fa, i filmati degli arresti eseguiti dall’Immigration and Customs Enforcement sarebbero diventati virali e sui social i post di avvistamento di agenti dell’Ice avrebbero fatto venire i brividi lungo la schiena. Adesso, perfino i centri di detenzione di più alto profilo sono pressoché spariti dai radar: chi è stato rilasciato? Chi è stato deportato? Chi manca ancora? Chi riesce a tenerne traccia?

Siamo diventati un Paese nel quale una persona può essere giustiziata sommariamente in pubblico per aver protestato contro quella forza paramilitare. Dopo che un agente dell’Ice ha ucciso Renée Good, sparandole tre volte a bruciapelo a Minneapolis, il 7 gennaio, Trump, il vicepresidente J.D. Vance e altri funzionari federali hanno detto che gli spari erano giustificati dall’autodifesa (i video mostrano altro), e hanno puntato il dito contro la presunta affiliazione di Good con gruppi di sinistra – affermando, a quanto sembra, che, se in America si protesta, oggi si è punibili con la morte.

Siamo diventati un Paese il cui governo federale dispiega forze militari e paramilitari per le strade delle sue città più importanti, terrorizzando i residenti mentre sostiene di proteggerli. Un osservatore esterno che voglia fare un bilancio degli Stati Uniti potrebbe descriverci come una nazione sull’orlo di una guerra civile. Ma a malapena riusciamo a tenere aggiornato l’elenco delle città dove gli agenti sono già stati sguinzagliati o sono ancora in giro: Washington, D.C.; Los Angeles; Chicago; Portland, Oregon; Memphis, Tennessee; New Orleans. Il numero degli agenti federali armati fino ai denti e dispiegati a Minneapolis ormai potrebbe essere il quintuplo degli effettivi della polizia municipale.

Siamo diventati un Paese il cui governo attacca le sue università, toglie fondi alla ricerca, fa fare marcia indietro ai progressi scientifici, assalta i musei e svuota le istituzioni culturali. Pochi di questi attacchi – realizzati alla luce del sole, annunciati con ordini esecutivi, celebrati in discorsi e messi in vetrina a caratteri cubitali luminosi – incontrano una resistenza significativa. Ci stiamo rimbecillendo.

Siamo diventati un Paese che calpesta in maniera vistosa il diritto internazionale. Il nostro esercito bombarda una nazione diversa ogni poche settimane, commette omicidi in acque internazionali, destituisce leader politici stranieri con la forza. Con le sue ambizioni imperiali, il nostro governo minaccia il mondo, alleati inclusi.

Siamo un Paese governato da un megalomane le cui opinioni sono palesemente intrise di odio e orgogliosamente ignoranti, la cui avidità non conosce limiti, la cui rivendicazione del potere è assoluta. I leader stranieri cercano di ammansirlo con lusinghe e se ne ingraziano i favori con regali. Di rado tutto ciò serve a frenare il suo appetito o anche solo catturare la sua attenzione, ma sembra che sia l’unica cosa che riescono a fare.

Certo, alcuni aspetti della situazione in cui ci troviamo sono antecedenti a Trump. Da molto tempo questo Paese ha il sistema carcerario più grande del mondo, e uno dei meno umani del mondo occidentale; questo ha costituito la premessa per la creazione dei campi di concentramento. Le esecuzioni da parte della polizia di persone di colore vanno avanti da molto tempo. Le origini dell’Ice e della sua agenzia madre, il Dipartimento per la sicurezza della patria, concepita come una forza di polizia segreta, risalgono all’11 settembre. Le guerre culturali risalgono come minimo agli anni Ottanta. Non rispettare il diritto internazionale, giocando al poliziotto più armato del mondo, è una tradizione bipartisan di lunghissima data, così come implementare politiche sempre più ostili e più restrittive per ciò che concerne l’immigrazione. Da almeno un paio di decenni, la presidenza stessa è diventata meno trasparente e più potente.

Non sto dicendo che quello che stiamo diventando quest’anno sia soltanto il proseguimento di ciò che è stato. Poche persone lo sosterrebbero. La verità, però, è che anche se ci insegnano a pensare alla Storia come a una serie di punti drastici di svolta in date specifiche – guerre, rivoluzioni, assassinii, dichiarazioni di indipendenza e decreti che annunciano la legge marziale –, nessuna trasformazione è istantanea o totale. Questa Amministrazione Trump si sta muovendo a una velocità vertiginosa. Ciò nonostante, non ha ancora distrutto tutto. Siamo ancora un Paese con una società civile solida. Gli avvocati hanno combattuto l’Amministrazione in tribunale. La popolazione si è radunata per manifestare contro l’usurpazione del potere di Trump e si è organizzata per proteggere i vicini di casa dall’Ice. Ma gli attacchi di Trump alle università, i suoi assalti al sistema giudiziario, le sue minacce alle società no profit e alle organizzazioni filantropiche hanno già alterato il funzionamento della società civile. Le università e le fondazioni non sono più quello che erano un anno fa, e non lo è nemmeno il ramo giudiziario, dove si concentra così tanto lavoro della società civile. L’esecuzione di Good ha sicuramente condizionato il calcolo mentale di ogni potenziale manifestante.

Gli autocrati cancellano la libertà di stampa in almeno due modi: piegandola, come ha fatto Trump, con cause legali e pressioni normative costanti, e ridistribuendo l’accesso alle informazioni. A ottobre, l’Amministrazione Trump ha cacciato a calci fuori dal Pentagono mezzi di informazione di lungo corso, sostituendoli con giornalisti e influencer fedeli. Il panorama mediatico, come la società civile, è molto più circoscritto, se lo si raffronta a quello di un anno fa.

Abbiamo ancora le elezioni. Ma quanto saranno libere ed eque le elezioni del 2026? Trump non porta soltanto rancore alle autorità elettorali di molti Stati: ha fatto del rancore il perno centrale della sua campagna del 2024. Da quando è tornato in carica, la sua Amministrazione ha preso una serie di decisioni per azioni esecutive e ha intentato una serie di cause legali finalizzate a limitare l’accesso ai seggi, epurando le liste degli elettori, limitando l’indipendenza delle autorità elettorali locali e in genere preparando il terreno per l’intimidazione sistematica sia degli elettori sia dei funzionari deputati a controllare lo svolgimento delle elezioni.

Un termine per definire i regimi che mantengono gli orpelli della democrazia, come legislature, tribunali ed elezioni, ma li usano perlopiù come apparati, è “autoritarismo elettorale”. È questo che stiamo diventando. Se chiedete a chi ha vissuto in un Paese diventato un’autocrazia, vi racconterà una versione diversa di una medesima storia: i muri si chiudono, lo spazio rimpicciolisce sempre più. Lo spazio di cui parlano è la libertà. In Russia, un tempo erano consentite le proteste di massa.

Naturalmente, gli Stati Uniti non sono la Russia – o l’Ungheria o il Venezuela o Israele o una qualsiasi delle molte democrazie che si sono trasformate in autocrazie o lo stanno diventando. Adesso, però, è venuto il momento di concentrarsi sulle somiglianze e di cercare di imparare qualcosa dal modo in cui gli altri Paesi hanno represso le proteste, eviscerato i rispettivi sistemi elettorali, limitato la libertà dei media e costruito campi di concentramento. L’unico modo per impedire che quello spazio imploda è riempirlo, puntellando i muri, prendendo tutto lo spazio che ancora esiste per parlare, scrivere, pubblicare, protestare, votare. Sembra che la popolazione del Minnesota stia facendo proprio questo, e tutti noi dovremmo farlo. Adesso, subito, finché possiamo ancora farlo.

© 2026 The New York Times Company

Traduzione di Anna Bissanti

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