La sottile strategia di salvarsi la vita giocando a scacchi
di Massimo AdinolfiMax Oppenheimer, La partita a scacchi, 1935 circa
Giorni tutti uguali in spazi sporchi e angusti, tra topi e scarafaggi. Ore e ore ne “La Pecera”, l’Acquario, seduti su una sedia, denudati, soli, al centro di una grande stanza circondata da vetri-spia da cui puoi essere osservato senza nulla poter osservare. Nessun maltrattamento fisico, nessuna percossa ma nulla, assolutamente nulla da fare. Un po’ di ginnastica improvvisata nelle settimane di isolamento, l’assoluta incertezza sul proprio futuro, gli interrogatori opprimenti e ossessivi, i contatti sporadicissimi con l’esterno. Nella lunga detenzione di Alberto Trentini in Venezuela compare però, a un certo punto, una scacchiera, realizzata alla meno peggio, con pezzi di sapone e carta igienica, e sembra di ritrovarsi tra le pagine de La novella degli scacchi di Stefan Zweig, lo scrittore austriaco morto suicida nel 1942, che nella sua opera-testamento, Il mondo di ieri. Ricordi di un europeo ci ha lasciato la più struggente testimonianza di cosa poté significare, per un colto e ist…
Giorni tutti uguali in spazi sporchi e angusti, tra topi e scarafaggi. Ore e ore ne “La Pecera”, l’Acquario, seduti su una sedia, denudati, soli, al centro di una grande stanza circondata da vetri-spia da cui puoi essere osservato senza nulla poter osservare. Nessun maltrattamento fisico, nessuna percossa ma nulla, assolutamente nulla da fare. Un po’ di ginnastica improvvisata nelle settimane di isolamento, l’assoluta incertezza sul proprio futuro, gli interrogatori opprimenti e ossessivi, i contatti sporadicissimi con l’esterno. Nella lunga detenzione di Alberto Trentini in Venezuela compare però, a un certo punto, una scacchiera, realizzata alla meno peggio, con pezzi di sapone e carta igienica, e sembra di ritrovarsi tra le pagine de La novella degli scacchi di Stefan Zweig, lo scrittore austriaco morto suicida nel 1942, che nella sua opera-testamento, Il mondo di ieri. Ricordi di un europeo ci ha lasciato la più struggente testimonianza di cosa poté significare, per un colto e istruito mitteleuropeo, la caduta di un impero e il tramonto di una cultura prima scossa dalla Grande Guerra, poi travolta e schiacciata dal passo dell’oca del nazismo. Nella Novella, Zweig racconta la sfida, a bordo di un piroscafo, tra Mirko Czentovic, il campione del mondo in carica, e uno sconosciuto Dottor B., dilettante di talento, che, tra la sorpresa generale, riesce a strappare una patta al campione.
Come però ha imparato il gioco il dottor B? In maniera fortunosa: in prigionia. Arrestato, costretto nella più assoluta solitudine per lunghi mesi, sottoposto alla stessa «tortura bianca» inflitta a Trentini, il dottor B ha trafugato un libro di scacchi ed è riuscito, con semplici molliche di pane, a costruirsi i pezzi. E poi a giocare da solo, per occupare il tempo, per occupare la mente, per salvare qualche brano della propria vita: non una vita in mezzo agli uomini e alle cose, ma una vita solitaria, privata, nascosta. Una vita interiore.
Per Zweig, scriveva Daniele Del Giudice nella sua prefazione, «l’arte del gioco degli scacchi fa parte di un universo composto dalla poesia classica, dalla difesa della spiritualità europea, dall’amore per l’intelligenza, dal gusto per la musica e l’armonia». Valori, li chiama Del Giudice, e così siamo abituati a chiamarli anche noi. Ma prima ancora di assegnarli uno statuto ontologico di carattere ideale, forse è il caso di osservarli – il gioco e la poesia, la musica e la preghiera – nelle circostanze di vita, negli spazi e nei tempi che proprio grazie a essi divengono possibili.
Proprio come il dottor B, Alberto Trentini ha potuto resistere perché è riuscito a coltivare una vita interiore. Non importa neppure aggiungere: una vita vera e autentica, per farci star dentro l’intero palinsesto metafisico dell’Occidente. Fu infatti Platone per primo a raccontare l’emergere di questa dimensione; è nel Fedone che l’anima per la prima volta si ritrae dal corpo per raccogliersi in se stessa, impegnata in un tacito dialogo tra sé e sé. Ed è in un carcere che ciò avviene per la prima volta, è Socrate che, in attesa di bere la cicuta, racconta questa esperienza paradossale, sconosciuta agli dèi e agli eroi di Omero, e all’umanità che ne ascoltava e narrava le gesta. Di lì passerà attraverso altre scuole, attraverso la disciplina stoica, poi quella neoplatonica; e dal neoplatonismo transiterà nel primo cristianesimo.
Nelle Confessioni, Agostino racconta con ammirazione la modalità di lettura silenziosa a cui attendeva Ambrogio, nei momenti di quiete e di raccoglimento, quando «i suoi occhi correvano sulle pagine e il cuore ne coglieva il significato, ma la sua voce taceva e la sua lingua era ferma» – una lettura silenziosa, invisibile, che inonda di senso la nostra vita mentale. Hegel ha detto che il grande merito del cristianesimo fu la scoperta della soggettività infinita. Ma una simile soggettività senza limiti o misure nello spazio esterno può esistere solo se un mondo interiore è stato, nel frattempo, adibito. Grazie alla filosofia e alla religione, e in seguito anche a tutte le cose che ha amato Stefan Zweig e ha amato l’Occidente. Cose che, con amarezza altrettanto infinita, lo scrittore vedeva calpestate dalla brutalità dei totalitarismi del Novecento.
Forse non è un caso che uno dei più potenti argomenti mai sviluppati dalla filosofia del Novecento riguardi proprio l’impossibilità di un linguaggio privato. Lo usa Ludwig Wittgenstein, nelle Ricerche filosofiche. Senza entrare nel dettaglio, Wittgenstein dimostra che non c’è linguaggio se non in uno spazio pubblico, che nessuno può parlare una sorta di mono-linguaggio, proprio come non ha senso, dice Wittgenstein, seguire una regola privatim. Che fine fa, allora, il monologo solitario, il verbum cordis, la ruminazione psichica delle parole, che fine fanno le fantasie private, e l’immaginazione della mente?
Se lo chiedeva anche Iris Murdoch, non ancora scrittrice ma già acutissima studiosa di filosofia – che arriva a Cambridge proprio mentre Wittgenstein lascia il Trinity College, e che di una delle allieve predilette del filosofo, Elizabeth Anscombe, fu molto amica (sulla loro amicizia e quella con Philippa Foot e Mary Midgley, sulla stagione filosofica vissuta a cavallo del secondo conflitto mondiale tra Oxford e Cambridge, sono apparsi di recente i saggi di storia intellettuale di Benjamin J.B. Lipscomb e Nikhil Krishnan. In Italia, Mondadori ha pubblicato quello, bellissimo, di Clare Mac Cumhaill e Rachel Wiseman, Il quartetto. Come quattro donne hanno riportato in vita la filosofia).
Murdoch non prova a confutare direttamente l’argomento di Wittgenstein, ma ha a cuore una domanda cruciale: cosa succede, sul piano esistenziale, se prosciughiamo la nostra vita interiore? Il suo interesse è anzitutto morale, ma la domanda ha un’urgenza politica che è difficile sottovalutare. E che si ripropone oggi in forma temibile e inedita: cosa succede quando gran parte dei nostri pensieri si riversano in rete e sono, per dir così, esternalizzati, quando a elaborare parole, a macinare linguisticamente il mondo, può essere anche un’intelligenza priva di qualunque spazio interiore? Non si presentano così nuove minacce? Come possiamo sopportare la pressione del potere pubblico, se non abbiamo un’arrière-boutique – così lo chiamava Montaigne, il primo diarista della modernità – in cui rifugiarci?
Un linguaggio interamente privato è una contraddizione, diceva Wittgenstein. Sia pure. Oppure è il delirio di un folle: d’accordo. Ma un linguaggio interamente pubblico, non ci imprigiona senza scampo? Non abbiamo bisogno almeno di un po’ di sapone, e di qualche pezzettino di carta, con cui giocare piano, in silenzio, da soli, e resistere?