Anselm Kiefer, quando l’arte trasforma il mondo
di Massimo RecalcatiAnselm Kiefer
È noto che l’alchimia sia un punto di riferimento fondamentale nel modo con il quale Kiefer concepisce il processo della creazione artistica.
Non a caso Massimo Cacciari ha definito una volta la sua opera come una poiesis alchemica capace di rendere la rovina sacra, la fine un nuovo inizio. Kiefer ne parla in particolare nelle sue lezioni al Collège de France. Innanzitutto ciò che lo interessa maggiormente è l’analogia tra l’alchimia come processo di trasformazione e la creazione artistica.
Come può un metallo povero, umile, scuro assottigliare la sua materia sino a divenire argento e oro? Canonicamente il processo alchemico segue un movimento che dal piombo, passando per l’argento, raggiunge la lucentezza preziosa dell’oro. Si può leggere questo processo in una chiave teleologica, ovvero come…
È noto che l’alchimia sia un punto di riferimento fondamentale nel modo con il quale Kiefer concepisce il processo della creazione artistica.
Non a caso Massimo Cacciari ha definito una volta la sua opera come una poiesis alchemica capace di rendere la rovina sacra, la fine un nuovo inizio. Kiefer ne parla in particolare nelle sue lezioni al Collège de France. Innanzitutto ciò che lo interessa maggiormente è l’analogia tra l’alchimia come processo di trasformazione e la creazione artistica.
Come può un metallo povero, umile, scuro assottigliare la sua materia sino a divenire argento e oro? Canonicamente il processo alchemico segue un movimento che dal piombo, passando per l’argento, raggiunge la lucentezza preziosa dell’oro. Si può leggere questo processo in una chiave teleologica, ovvero come un movimento che dai piani più bassi risale via via verso i più alti, oppure, come credo ci spinga a fare Kiefer, come una redenzione dello scarto, come l’assunzione del punto più basso come il punto più alto. È il tema sollevato anche dal profeta Isaia: è il ceppo che resta – segno indelebile della distruzione del tempio di Gerusalemme – che deve divenire un seme santo. È lo stesso di quello che accade nel miracolo evangelico delle nozze di Cana raccontato dall’evangelista Giovanni: non è il vino sublime che prende il posto dell’acqua putrida, ma è l’acqua putrida – quella contenuta negli otri che serviva al rito di purificazione delle mani per gli invitati alla festa nuziale – che è già in se stessa vino sublime. In questo senso anche Kiefer può affermare, riferendosi proprio al processo di trasformazione alchemica, che «la trasformazione è già presente nella cosa». Sicché nessuna autentica trasformazione può essere considerata come una mera sostituzione. La materia caduca, il detrito, il resto, il piombo non vengono semplicemente sostituiti dall’oro perché l’oro è già tutto nella materia caduca, nel detrito, nel resto, nel piombo. La luce dell’oro è già tutta nel piombo perché l’ombra non è il contrario della luce ma, come indica Claudio Parmiggiani, è il suo stesso sangue.
Dunque dovremmo distinguere con cura la dimensione del resto da quella rigidamente melanconica dello scarto o del rifiuto. È questa la sensazione che anche Peter Handke riporta della sua visita a Barjac: i resti non venivano mai intesi come rifiuti, perché «ogni resto non veniva riciclato, veniva conservato e messo da parte come un valore. Nella serra, così ampia e ricca, non c’era un ortaggio marcio o un frutto secco». Significa che il resto non può essere inteso come un rifiuto o un semplice scarto. Il processo alchemico di trasformazione non implica una sostituzione di materie quanto piuttosto un cambio di sguardo e di posizione. Se nel piombo c’è già l’oro, se nell’ombra c’è già la luce, il resto non è un mero scarto o un rifiuto, ma, come direbbe appunto Isaia, un “seme santo”. Il piombo non è semplicemente all’inizio del processo per essere poi destinato a divenire oro, ma è già oro.
Questo significa che nella materia, anche in quella che pare più lontana dalla luce, è contenuta la scintilla dello spirito. È quell’istante che Celan, citato da Kiefer, descrive: «il sasso si adatti a fiorire». Insomma, ogni volta che l’arte realizza il suo miracolo trasfigura la cicatrice in poesia, dà una forma nuova alla cata‘strofe. È ciò che per esempio si manifesta attraverso le opere kieferiane costituite da libri di piombo che come tali risultano illeggibili: non si possono sfogliare, non si possono tenere tra le mani, non si può conoscere il loro contenuto. Eppure essi lo trattengono, lo custodiscono proprio nella sua inaccessibilità. È la dialettica tra l’essere e il nulla, tra la creazione e la distruzione che contrassegna tutto il lavoro artistico di Kiefer. Per questa ragione egli può addirittura sostenere che la grandezza delle sue celebri torri si trova nel loro crollo.
Non a caso la dissoluzione è un tempo fondamentale del processo alchemico poiché senza di essa non vi potrebbe essere alcuna nuova forma perché, appunto, come precisa Kiefer, «prima c’è il dissolvimento poi la coagulazione». Prendiamo però le cose nel loro ordine: il primo tempo del processo di trasformazione alchemica coinvolge la nigredo, il reale informe e abissale dal quale prende avvio ogni processo di generazione. La forma acquista la sua forza solo se proviene da questa oscurità sconfinata. Si tratta, come direbbe Jung, di un lento processo di individuazione. Dove non è però l’Ego che si rafforza, ma, grazie all’impatto con la forza informe della nigredo – con il nero del Terrificante – tende a dissolversi lasciando spazio al Sé.
In questo modo Kiefer mette in risalto la necessità di perdersi, di smarrirsi, di affondare nel Terrificante, nel nigredo per potersi ritrovare in un’altra forma. Questo significa che la nigredo che è all’origine del processo alchemico non viene semplicemente superata o rimossa poiché è solo da essa che è possibile estrarre una nuova forma di vita. Per questo Kiefer associa in modo inestricabile la creazione alla distruzione ponendo proprio nella catastrofe il centro del suo lavoro. Lo ricorda ancora Jung quando afferma che la materia prima sulla quale lavora l’alchimista sono «le tenebre della nostra mente», la «terra nera», la terra «nera, più nera del nero (nigrum nigrius nigro)». Secondo Bion saremmo qui al cuore dell’esperienza dell’analisi: ogni cambiamento è necessariamente catastrofico perché intacca l’ordine stabilito del quadro della realtà e del principio di identità sul quale si sostiene il nostro Ego spingendo la conoscenza a liberarsi dalle sue false certezze per inoltrarsi verso l’ignoto, il non ancora conosciuto, visto o saputo. Per questa ragione la catastrofe viene sempre avvertita in Kiefer sin dall’inizio di ogni suo lavoro: «quando si comincia un quadro, se ne percepisce già la sua distruzione. L’esistenza e la distruzione del quadro sono sempre presenti contemporaneamente».
Sicché non c’è trasformazione possibile se non a partire dal caos e dalla catastrofe. Allo stesso tempo nel dipingere è sempre in gioco una nuova nascita: «i pittori – come afferma Deleuze in una tesi che Kiefer probabilmente sosterrebbe pienamente - non fanno altro che dipingere una sola cosa, l’inizio del mondo». Non a caso entrambi insistono nel considerare che il primo tempo del processo creativo – in radicale analogia, secondo Kiefer, con quello alchemico – sia proprio quello del caos. È infatti necessario il suo attraversamento preliminare per poter giungere a dare forma ad un nuovo mondo.
Bisogna separarsi da quello che è stato già fatto, visto, dipinto, da tutto ciò che potrebbe apparire come una mera replica, dagli stereotipi, come direbbe Roland Barthes, dai cliché che ingombrano lo spazio vuoto del quadro rendendolo già saturo. Si tratta, in altre parole, di rendere la tela davvero bianca, di un azzeramento di tutti i clichè che la parassitano, di porre al suo centro, come si esprime poeticamente Deleuze, l’esperienza di una assenza, di una estrema solitudine, del Sahara. Perché è solo da questo deserto, da questo «vuoto assoluto», come direbbe Kiefer, che può sorgere una nuova presenza.
Il libro – Il seme santo di Massimo Recalcati (Marsilio Arte, pagg. 160, euro 25)
La mostra – La Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale a Milano ospita dal 7 febbraio fino a settembre. Le Alchimiste, nuova opera site specific di Anselm Kiefer