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Platone e lo strano caso delle donne medico nella Grecia classica

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Il saggio della giornalista esperta di salute racconta il contributo femminile alla scienza. Eccone un estratto
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«Noi diciamo, per esempio, che un medico maschio o un medico femmina hanno la stessa natura». 92 caratteri, meno di un tweet. Scritti da Platone circa due millenni e mezzo fa, tra il 390 e il 375 a.C. Per molti studiosi, il fatto che il filosofo parli di donne medico equiparandole ai colleghi uomini indica che la professione era normalmente praticata da entrambi i generi nell’Atene del IV secolo a.C., e che la frase in sé ci dice che lui riteneva entrambi degni della sua fiducia.

Una prova? Bah: il tweet platonico è appunto un tweet, e per giunta assai discusso dai filologi: sembra più avere a che fare con l’idea, espressa nella Repubblica, che le donne avessero i titoli per entrare nella stanza dei bottoni, che non con la cronaca dell’esistenza di professioniste della medicina nell’antica Grecia. Anche se alcune studiose ipotizzano che Platone abbia portato a esempio una realtà concreta sotto l’occhio di tutti — le donne medico — proprio per rendere accettabile l’idea che le donne po…

«Noi diciamo, per esempio, che un medico maschio o un medico femmina hanno la stessa natura». 92 caratteri, meno di un tweet. Scritti da Platone circa due millenni e mezzo fa, tra il 390 e il 375 a.C. Per molti studiosi, il fatto che il filosofo parli di donne medico equiparandole ai colleghi uomini indica che la professione era normalmente praticata da entrambi i generi nell’Atene del IV secolo a.C., e che la frase in sé ci dice che lui riteneva entrambi degni della sua fiducia.

Una prova? Bah: il tweet platonico è appunto un tweet, e per giunta assai discusso dai filologi: sembra più avere a che fare con l’idea, espressa nella Repubblica, che le donne avessero i titoli per entrare nella stanza dei bottoni, che non con la cronaca dell’esistenza di professioniste della medicina nell’antica Grecia. Anche se alcune studiose ipotizzano che Platone abbia portato a esempio una realtà concreta sotto l’occhio di tutti — le donne medico — proprio per rendere accettabile l’idea che le donne potessero avere incarichi importanti. L’unica prova? Pressoché. Giacché è supportata pallidamente da una stele funeraria datata tra il 360 e il 340 a.C. ritrovata in Attica, ad Acharne, dove si legge: «Qui giace Fanostrate, levatrice e medica, che [durante la sua vita] non causò del male a nessuno e che dopo la morte è rimpianta da tutti».

Fanostrate è «levatrice»: faceva nascere i bambini, come tante altre donne del suo tempo perché il parto, e le sue declinazioni, erano sempre state, e saranno per secoli, un affare da donne; la funzione di «levatrice» è riconosciuta nell’antica Grecia, citata da Platone e persino da Omero: tant’è. Ma Fanostrate è anche definita «medica» (iatríne), e «non causò del male»: si può quindi immaginare che lei fosse una dottoressa ippocratica? Che conoscesse e accettasse il «primo non nuocere» del testamento? Esisteva già una demarcazione delle professioni sanitarie, per cui levatrici e medici erano due professioniste/i diverse/i? In cui le donne erano per lo più levatrici e gli uomini dottori ippocratici, ma Fanostrate era entrambi?

Quel poco che ci resta di lei non autorizza a dire niente di tutto ciò. Ulteriore elemento che documenterebbe la diffusione della professione medica femminile nella Grecia classica è una storiella sulla cui veridicità ci sono molti dubbi: quella di Agnodice, la prima donna ad avere il permesso di praticare ad Atene, raccontata peraltro in età augustea (ovvero oltre trecento anni dopo) dallo scrittore romano Igino nelle sue Fabulae. In breve: Agnodice era una fanciulla così appassionata di medicina da tagliarsi i capelli e vestirsi da uomo per poter frequentare la scuola di Erofilo ad Alessandria. Tornata ad Atene, cominciò a curare le donne che non accettavano di essere toccate e manipolate, soprattutto nelle parti intime, da un medico maschio. A dire il vero, dapprima, le ateniesi rifiutarono anche Agnodice che, per farsi accettare, dovette mostrare le sue, di parti intime, rivelandosi per quello che era.

Il tam tam la rese il medico più ricercato dalle donne, e perciò i “colleghi” la accusarono di avere successo perché seduceva le pazienti. Condotta davanti ai giudici, Agnodice si tirò nuovamente su la tunica per mostrare la sua vera identità sessuale. Ma la polis proibiva alle donne, come agli schiavi, di praticare la medicina, e i giudici la condannarono. Le ateniesi, però, si ribellarono e obbligarono i legislatori ad ammettere la professione medica per le donne. La storia è ben poco credibile, ma è una «fabula», dopo tutto. (…)

Di certo, il sapere femminile era cura, conoscenza dei rimedi, capacità diagnostica. Gli ippocratici, tuttavia, costruirono la téchne come sistema razionale, basato sulla descrizione delle malattie, sull’identificazione delle loro cause empiriche, sulla ricerca di rimedi coerenti con quel sistema. Nello sforzo di allontanarsi dall’indistinto dei saperi popolari, vollero integrarsi nel milieu culturale ed epistemologico dell’Atene nel IV secolo, definendo in questo contesto e con questi presupposti la figura del medico, così come la cornice teorica entro cui prende corpo la medicina moderna. In questa cornice hanno un posto di prima fila quel fiume di fantasie misogine che gli uomini (dallo stesso Ippocrate ad Aristotele) hanno elaborato partendo da un’idea malsana della biologia femminile, della natura imbecille delle donne, della debolezza e umidità del loro corpo, del loro non-ruolo nella riproduzione, della sessuazione del feto, della stessa loro dubbia partecipazione a quelle che oggi chiameremmo caratteristiche genetiche del nascituro.

Proprio queste malsane fantasie, però, sono il contesto antropologico entro cui gli ippocratici fecero della medicina una “scienza”, ancorché debole e artigianale. E mi pare quindi di poter dire che il lungo e millenario processo di esclusione del femminile dalla medicina delle istituzioni comincia qui.

Il libro

Medicina femminile plurale di Daniela Minerva (Bollati Boringhieri, pagg. 368, euro 22)

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