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Il giallo di Veltroni in stile Poirot

 I giardini di Villa Borghese

 

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Il commissario Buonvino, che soffre di un’eterna nostalgia, risolve un delitto a Villa Borghese. Con tanto di finale corale e colpo di scena
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Per i romani, quelli che ci sono nati e quelli che la città l’hanno scelta, Villa Borghese è un luogo fatato, di una bellezza conturbante. Da ragazzi ci si va a stendersi sui prati, a provare i primi baci, da adulti ci si passeggia, si fa sport, all’alba c’è il popolo dei cinofili che si riconosce e chiacchiera nella valle dei cani, a piazza di Siena c’è il concorso di salto ostacoli più famoso del mondo, gli innamorati vanno a remare sul laghetto artificiale o si abbracciano sulla terrazza del Pincio. Insomma, a tutto fa pensare villa Borghese tranne che a delitti, sangue, orrore. È proprio questo il potente meccanismo narrativo messo in azione da Walter Veltroni in questo Buonvino e l’omicidio dei ragazzi: il contrasto tra la quinta principesca della villa e gli osceni omicidi che vi si svolgono, come nella Vigata di Montalbano, con il suo mare scintillante e le chiese barocche, o la Pizzofalcone di Maurizio De Giovanni.

Roma, come sempre (dopotutto l’autore ne è stato per due vol…

Per i romani, quelli che ci sono nati e quelli che la città l’hanno scelta, Villa Borghese è un luogo fatato, di una bellezza conturbante. Da ragazzi ci si va a stendersi sui prati, a provare i primi baci, da adulti ci si passeggia, si fa sport, all’alba c’è il popolo dei cinofili che si riconosce e chiacchiera nella valle dei cani, a piazza di Siena c’è il concorso di salto ostacoli più famoso del mondo, gli innamorati vanno a remare sul laghetto artificiale o si abbracciano sulla terrazza del Pincio. Insomma, a tutto fa pensare villa Borghese tranne che a delitti, sangue, orrore. È proprio questo il potente meccanismo narrativo messo in azione da Walter Veltroni in questo Buonvino e l’omicidio dei ragazzi: il contrasto tra la quinta principesca della villa e gli osceni omicidi che vi si svolgono, come nella Vigata di Montalbano, con il suo mare scintillante e le chiese barocche, o la Pizzofalcone di Maurizio De Giovanni.

Roma, come sempre (dopotutto l’autore ne è stato per due volte il sindaco), non è un semplice sfondo ma un personaggio essa stessa, le sue strade all’alba non sono soltanto coordinate geografiche ma diventano indizi, stati d’animo. È una città fragile, bellissima e vulnerabile, attraversata da ragazzi che cercano riparo, che si nascondono, che comunicano per codici – compresa una scacchiera di Polibio che sarebbe piaciuta a Dan Brown – e da adulti come Buonvino che, pur non avendo figli, cercano di capire.

In questa sesta avventura, il protagonista e la sua squadra – viene in mente il gruppo altrettanto mal assortito della serie Slow Horses – di improbabili e pur bravissimi agenti del commissariato di Villa Borghese si trovano di fronte a una morte davvero macabra. Una domenica all’alba, una giovanissima ragazza, sensuale come un’attrice, viene trovata impiccata alle lancette dell’orologio ad acqua della villa, con un meccanismo che l’ha “garrotata” lentamente, man mano che trascorrevano i minuti. Era cosciente o era stata sedata prima di quella messinscena? E c’entra qualcosa “il tempo” per capire il movente e arrivare all’assassino?

Opera dell’artista Jean Jacques Henner (Photo by Heritage Art/Heritage Images via Getty Images)

 

Il commissario Buonvino, figura ormai familiare e sempre più riconoscibile (Rai Fiction e Palomar ne hanno tratto una serie con Giorgio Marchesi nei panni dell’investigatore), è l’antieroe perfetto e, di fatto, potrebbe essere l’alter ego dell’autore. Non è un poliziotto “muscolare”, ma un uomo che osserva, riflette, divaga, si rifugia nei rituali minimi della vita – i Lego, il jazz, il Milan, la colazione con l’amata Veronica – come se fossero piccole dighe contro l’eccesso di brutalità del reale. È un nostalgico, ma di una nostalgia “attiva”, che non è il rimpianto sterile di ciò che non c’è più, ma il tentativo ostinato di salvare uno spazio di gentilezza, di tempo lento, di attenzione. A volte funziona ed è grazie a questo metodo che, pian piano, la soluzione del mistero, anche la più inaccettabile come in questo caso - ma niente spoiler - arriva in piena luce.

I fondamentali del giallo classico sono rispettati, compresa la scena dell’interrogatorio collettivo finale, dove Buonvino-Poirot raduna tutti i sospettati e annuncia solenne: «Ora so chi ha ucciso Ludo». Peccato che poi debba correggere il tiro due volte, perché la verità è ancora più sordida di quanto immaginasse. Il finale riserva un colpo di scena che, come da tradizione, ribalta le certezze accumulate e costringe a riflettere su quanto il male possa annidarsi anche nei luoghi più impensabili. Il sovvertimento di ogni “legge naturale” lascia un senso di inquietudine che persiste oltre l’ultima pagina. Non è un caso che il romanzo si chiuda con il richiamo alle scimmie murichi, primati che vivono in armonia, rispetto ed eguaglianza: un ideale che sembra sempre più lontano dalla società umana. «Il mondo degli esseri umani – osserva il poliziotto - si è fatto spietato, violento, incomprensibile. Viene solo voglia di dimettersi da contemporanei». Insomma, meglio le scimmie delle persone. Difficile, di questi tempi, dargli torto.

IL LIBRO

Buonvino e l’omicidio dei ragazzi di Walter Veltroni, Marsilio, pagg. 224, euro 15

L’EVENTO Il libro sarà presentato domani alle 18.30 a Milano, al Teatro Franco Parenti, a Roma, il 4 febbraio alle 18.30 alla Libreria Ubik Spazio Sette e il 7 febbraio alle 12 alla Libreria NuovaEuropa/I Granai

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