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Primo Levi e la vergogna che sommerge i salvati

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È il sentimento che perseguita i sopravvissuti da cui il grande scrittore non si liberò mai aver visto la colpa di altri e non poter fare nulla
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Alti sui loro enormi cavalli i quattro soldati russi osservano il Campo Grande dove Primo e Charles hanno appena gettato nella fossa comune il corpo di Somogyi. È mezzogiorno del 27 gennaio 1945 e questa è la prima pattuglia dei liberatori: «Quando giunsero ai reticolati, sostarono a guardare, scambiandosi parole brevi e timide, e volgendo sguardi legati da uno strano imbarazzo sui cadaveri scomposti, sulle baracche sconquassate, e su noi pochi vivi». Siamo all’inizio del secondo libro pubblicato da Primo Levi nel 1963, La tregua. Vi si legge una delle riflessioni più importanti della sua opera riguardante il tema della vergogna.

Attribuendo questo sentimento ai quattro giovani soldati russi, l’ex deportato spiega come questa emozione sommergesse anche i prigionieri dopo le selezioni in cui le SS sceglievano chi era destinato alla camera a gas tra i lavoratori coatti del Lager. Era la vergogna, continua, «che i tedeschi non conobbero, quella che il giusto prova davanti alla colpa com…

Alti sui loro enormi cavalli i quattro soldati russi osservano il Campo Grande dove Primo e Charles hanno appena gettato nella fossa comune il corpo di Somogyi. È mezzogiorno del 27 gennaio 1945 e questa è la prima pattuglia dei liberatori: «Quando giunsero ai reticolati, sostarono a guardare, scambiandosi parole brevi e timide, e volgendo sguardi legati da uno strano imbarazzo sui cadaveri scomposti, sulle baracche sconquassate, e su noi pochi vivi». Siamo all’inizio del secondo libro pubblicato da Primo Levi nel 1963, La tregua. Vi si legge una delle riflessioni più importanti della sua opera riguardante il tema della vergogna.

Attribuendo questo sentimento ai quattro giovani soldati russi, l’ex deportato spiega come questa emozione sommergesse anche i prigionieri dopo le selezioni in cui le SS sceglievano chi era destinato alla camera a gas tra i lavoratori coatti del Lager. Era la vergogna, continua, «che i tedeschi non conobbero, quella che il giusto prova davanti alla colpa commessa da altrui, e gli rimorde che esista, che sia stata introdotta irrevocabilmente nel mondo delle cose che esistono, e che la sua volontà buona sia stata nulla o scarsa, e non abbia valso a difesa». Si tratta di una delle più acute osservazioni che Levi fa su un sentimento che appare ben presto devastante.

A vent’anni di distanza dedicherà quindi uno dei capitoli del suo ultimo libro, I sommersi e i salvati, proprio alla vergogna che colpisce i giusti e non gli ingiusti. Nell’ora della fine del campo, la libertà «suonò grave e chiusa»; accanto a un senso di affrancamento, i prigionieri sopravvissuti allo sterminio furono assaliti da un profondo senso di vergogna per ciò a cui avevano assistito, così che «la natura insanabile dell’offesa» dilaga come un vero e proprio contagio. Quando la libertà è riconquistata grazie alla liberazione del Lager si genera attraverso la vergogna una inesauribile fonte di male: «Spezza il corpo e l’anima dei sommersi, li spegne e li rende abietti; risale come infamia sugli oppressori, si perpetua come odio nei superstiti, e pullula in mille modi, contro la volontà di tutti, come sete di vendetta, come cedimento morale, come negazione, come stanchezza, come rinuncia».

Come non vedere in questa frase la descrizione di quanto è avvenuto dopo Auschwitz fino ai nostri giorni, a Gaza, in Ucraina e in ogni luogo del mondo dove domina la distruzione sistematica dell’uomo? Il capitolo La vergogna è uno dei più importanti dell’ultimo libro pubblicato in vita da Levi perché affronta uno degli effetti meno compresi: la distruzione morale e psichica dei salvati. In quelle pagine viene affrontato uno dei temi più terribili di chi ha attraversato l’esperienza dei campi della morte: la vergogna di essere sopravvissuto. Sentire di essere vivo al posto «di un uomo più generoso, più sensibile, più savio, più utile, più degno di vivere di te».

Su questo si interroga Primo Levi in queste pagine. Non è un tema nuovo, in modo rabdomantico Franz Kafka prima dell’avvento dei campi di sterminio aveva intuito che la vergogna è una delle esperienze più terribili che tocchi in sorte ad un essere umano. Nel 1983 Levi traduce Il processo di Kafka; glielo ha chiesto Giulio Einaudi per la sua casa editrice. Lo scrittore sostiene che questa impresa gli ha provocato un grave turbamento. In un articolo pubblicato sulla Stampa nel giugno di quel medesimo anno Levi commenta il finale del libro che ha appena consegnato. Sono le ultime righe del romanzo. K sta per essere ucciso dai due scherani che lo accompagnano: gli affondano il coltello nel cuore, e in quel mentre «fu come se la vergogna gli dovesse sopravvivere».

La frase appare oscura ed enigmatica a molti degli interpreti dello scrittore praghese, ma non certo a Levi. Scrive che il protagonista del libro «si vergogna di molte cose contraddittorie». Di più, lo vede come un uomo contraddittorio, spaccato in più individualità che non combaciano. Levi fa anche un elenco di quello che può aver suscitato la vergogna di Josef K., motivi piccoli e grandi, decisivi o meno, e conclude di conoscere lui stesso la componente essenziale di quel sentimento: «Josef, col coltello già piantato nel cuore, prova vergogna di essere uomo». Sono parole che tornano anche nel finale nel capitolo de I sommersi e i salvati, quando lo scrittore affronta la vergogna maggiore che accade di provare ai deportati: «E c’è un’altra vergogna più vasta, la vergogna del mondo».

Una vergogna che gli appare insostenibile tanto da provocare delle reazioni di repulsa, d’allontanamento e di fuga: «Eppure c’è chi davanti alla colpa altrui, o alla propria, volge le spalle, così da non vederla e non sentirsene toccato: così hanno fatto la maggior parte dei tedeschi nei dodici anni hitleriani, nell’illusione che il non vedere fosse un non sapere, e il non sapere li alleviasse dalla loro quota di complicità o di connivenza».

Ma c’è un aspetto ancora più terribile. I giusti in mezzo ai deportati, un numero non certo maggiore o minore che in qualsiasi altro gruppo umano, «hanno provato rimorso, vergogna, dolore insomma, per la colpa che altri e non loro avevano commessa, ed in cui si sono sentiti coinvolti, perché sentivano che quanto era avvenuto intorno a loro, ed in loro presenza, e in loro era irrevocabile. Non avrebbe potuto essere lavato mai più, avrebbe dimostrato che l’uomo, il genere umano, noi insomma, eravamo potenzialmente capaci di costruire una mole infinita di dolore; e che il dolore è la sola forza che si crei dal nulla, senza spesa e senza fatica. Basta non vedere, non ascoltare, non fare». Le pagine di questo libro sembrano parlare non solo dei campi della morte nazista, ma di tutto quello che è avvenuto dopo nel mondo. E, come nel caso della vergogna, ci aiutano a capire come e perché si riproducano gli stermini, i genocidi e le uccisioni di massa nel mondo, dalla Cambogia dei Khmer Rossi, al Ruanda, sino ai massacri perpetuati ai nostri giorni. Se il libro con cui ha cominciato la sua vicenda di testimone e di scrittore, come si sa, è il fondamentale Se questo è un uomo, il suo ultimo libro, I sommersi e i salvati, è un’opera ancora più importante e necessaria per orientarci nel labirinto del potere contemporaneo.

Domani alle 20.30, al Teatro Ponchielli di Cremona, una serata dedicata a Primo Levi in occasione del Giorno della Memoria. Letture di Federica Fracassi da I sommersi e i salvati e interventi di Marco Belpoliti. Evento promosso dal Comune di Cremona e dalla Fondazione Teatro Ponchielli con Doppiozero e Fondazione Hapax

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