Rosa ha un buco nero nel suo passato, e dentro di sé. Ricorda poco di quand’era bambina. Non ricorda quasi nulla della sua adolescenza. Sa solo che nella sua vita ci sono un prima e un dopo la “clinica del sonno” in cui i suoi genitori – nel pieno degli anni Settanta in Italia – l’hanno chiusa per curarla. Rivede una foto, e cambia tutto. Comincia a cercare i volti che sono insieme a lei sotto quella quercia, in quella mattina estiva, all’Abetone. Ricorda che aveva la coda di cavallo, i capelli lunghi e lisci, che era una che faceva le “mattane”. E quelle “mattane” piacevano a suo padre, quand’era piccola. Poi non più.
Nello scarto che c’è tra gli sforzi che facciamo per proteggere i nostri figli, e il danno che quell’eccesso di protezione produce, si muove L’epoca felice di Cristina Comencini (Feltrinelli). Che deve averci messo molto di sé e della sua adolescenza, tanta è la verità che viene fuori dalle pagine. E che sembra essere ancora in profonda connessione con quell’età magic…
Rosa ha un buco nero nel suo passato, e dentro di sé. Ricorda poco di quand’era bambina. Non ricorda quasi nulla della sua adolescenza. Sa solo che nella sua vita ci sono un prima e un dopo la “clinica del sonno” in cui i suoi genitori – nel pieno degli anni Settanta in Italia – l’hanno chiusa per curarla. Rivede una foto, e cambia tutto. Comincia a cercare i volti che sono insieme a lei sotto quella quercia, in quella mattina estiva, all’Abetone. Ricorda che aveva la coda di cavallo, i capelli lunghi e lisci, che era una che faceva le “mattane”. E quelle “mattane” piacevano a suo padre, quand’era piccola. Poi non più.
Nello scarto che c’è tra gli sforzi che facciamo per proteggere i nostri figli, e il danno che quell’eccesso di protezione produce, si muove L’epoca felice di Cristina Comencini (Feltrinelli). Che deve averci messo molto di sé e della sua adolescenza, tanta è la verità che viene fuori dalle pagine. E che sembra essere ancora in profonda connessione con quell’età magica in cui puoi essere tutto, ma ancora non lo sai. E sei più spaventato che felice, e ti chiedi di continuo cosa sia la normalità: la tua, quella di una sorella troppo perfetta, la vita apparentemente senza emozioni dei tuoi genitori? Svelare la trama del romanzo significherebbe fargli un torto. Svelare cos’è accaduto, in quel buco nero, e perché, toglierebbe ai lettori la possibilità di scoprirlo pian piano. Osservando da vicino quella foto e i suoi protagonisti. Rosa, prima di tutto. E poi la sorella Margherita, il fidanzato Marco, l’amica Cristiana. Infine, Francesco, il fotografo misterioso. Quel che ha senso dire è che ci sono tante verità, ne L’epoca felice. E sono le verità che ci diciamo meno spesso, per non farci male. Ad esempio, che «non si dimentica niente, le cose cambiano solo di posto ma rimane tutto dentro».
E quel che resta fa male, crea un vuoto, ti consente di vivere a metà, come se una parte di te restasse lontana, inaccessibile, addormentata come la principessa Aurora in un castello in mezzo al bosco. Oppure, che «dopo aver avuto figli adolescenti» sai che «li devi tenere con te sempre e malgrado tutto. Allontanarli, cambiare la serratura alla porta di casa, ignorarli o prenderli per pazzi e mandarli in una clinica sono modi incivili di essere genitori, e la nostra generazione in questo è più avanti della loro».
È una frase che dice Margherita, la sorella maggiore di Rosa. Loro sono quei genitori continuamente preoccupati della riuscita delle figlie. Del percorso scolastico, delle compagnie che frequentano, del futuro che devono essere in grado di costruirsi. Hanno visto le conseguenze della guerra e ora vedono gli anni ’70 ribollire di pericoli. C’è, nel romanzo, la rievocazione di anni in cui la politica sembrava mangiarsi la giovinezza nel nome del bene da cercare per tutti. Che era però, a volte, solo un modo di non guardare al proprio dolore, alla propria vergogna, a un’infanzia vissuta senza diritto alla felicità. È Marco a incarnare tutto questo, ed è una figura che resta sullo sfondo, ma è come permeasse il resto. Così come quegli anni hanno segnato le vite di chi li ha attraversati e ha dovuto scegliere, a un certo punto, quale fosse la strada per inseguire la giustizia sociale. Scoprendo quanto la lotta armata portasse – inevitabilmente - a tradirla.
Ma c’è più di questo ed entra nel profondo del rapporto tra genitori e figli, e tra sorelle: oltre a Rosa e Margherita, nel romanzo c’è Viola. C’è l’ansia di “aggiustare” quello che non è conforme. Di mettere insieme i pezzi di una figlia spezzata, come si potesse levare una cosa e tenerne un’altra. Come se stesse a un padre o a una madre farlo. Come se il destino dei figli non fosse il loro, ma dipendesse esclusivamente da quanto siamo in grado di plasmarli, di renderli “funzionanti”, di conformarli all’epoca in cui vivono perché siano tra i salvati e non tra i sommersi.
I danni che può fare la paura di un genitore sono talmente longevi che a volte ci vogliono – come in questo caso – cinquant’anni per riprendersi la vita e ricominciare da dove una parte di te l’ha lasciata. Anche se sei diventata medico e sei andata in Africa e hai salvato bambini, senza essere intera. Perché «non ci vuole niente a studiare, lavorare, curare, la cosa più difficile del mondo è concedersi la felicità».
IL LIBRO “L’epoca felice”, di Cristina Comencini, Feltrinelli, pagg. 176, euro 19