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Massa e potere: dialogo immaginario tra Pasolini e Zuckerberg

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Cosa accadrebbe se il poeta e il tycoon, incontrandosi, discutessero della dicotomia tra social e società, tra essere connessi e parlarsi davvero? Questo testo di Stefano Massini apre la nuova “romarivista” da febbraio distribuita gratuitamente negli spazi culturali della Capitale
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Pasolini e Zuckerberg si incontrano alla fine del mese di novembre 2025, in un hotel di Roma. Al più giovane dei due sembra di stare dentro un sogno, di quelli che poi al mattino non ti ricordi bene i dettagli. Pasolini, viceversa, è abituato da mezzo secolo a queste atmosfere sospese, inondate di fumo e di nebbia come certi brutti film in cui si prova con questi mezzi a evocare la stanza parallela alla realtà. Tant’è. I nostri si scrutano per un po’, sanno di essere lontani come due pianeti di opposte galassie, con le reciproche esistenze che non si sono sovrapposte neanche di un minuscolo minuto.

Mark Zuckerberg

 

E allora? Da dove iniziare? Il confronto stenta a prendere forma. Poi Zuckerberg afferra lo smartphone e mostra a un perplesso Pasolini la sua creatura, lanciandogli la sfida:

Zuckerberg: Se tu fossi vivo, ce l’avresti un tuo account su Facebook o faresti come quegli intellettua…

Pasolini e Zuckerberg si incontrano alla fine del mese di novembre 2025, in un hotel di Roma. Al più giovane dei due sembra di stare dentro un sogno, di quelli che poi al mattino non ti ricordi bene i dettagli. Pasolini, viceversa, è abituato da mezzo secolo a queste atmosfere sospese, inondate di fumo e di nebbia come certi brutti film in cui si prova con questi mezzi a evocare la stanza parallela alla realtà. Tant’è. I nostri si scrutano per un po’, sanno di essere lontani come due pianeti di opposte galassie, con le reciproche esistenze che non si sono sovrapposte neanche di un minuscolo minuto.

Mark Zuckerberg

 

E allora? Da dove iniziare? Il confronto stenta a prendere forma. Poi Zuckerberg afferra lo smartphone e mostra a un perplesso Pasolini la sua creatura, lanciandogli la sfida:

Zuckerberg: Se tu fossi vivo, ce l’avresti un tuo account su Facebook o faresti come quegli intellettuali che rabbrividiscono anche solo all’idea?».

Pasolini: «Ti sembrerà strano, ma se c’è una cosa che trovo banale e prevedibile è proprio l’insurrezione contro il nuovo. Conoscere è sempre più duro che porre un veto, in genere per pigrizia. L’ottusità sembra sempre vigorosa, in realtà lo è solo nei toni perché spesso nasce da una forma atavica di codardia interessata, che mira solo a risparmiarsi la fatica del confronto. Per esempio, mi sembra di capire che questa tua rete implica la possibilità di mettere in collegamento individui di estrazione diversa, che altrimenti non si avvicinerebbero mai: lo reputo in teoria positivo, ed io stesso sarei affascinato dal sapere cosa sente necessità di scrivere un soggetto totalmente diverso da me, uno con cui non mi tratterrei mai a parlare davanti a un caffè. Ecco, in questo può esserci qualcosa di intrigante, perfino di pedagogico, perché dischiude la possibilità di contattare l’altro-da-te risultandone magari turbati, sconvolti, addirittura schifati ma potenzialmente anche illuminati. In questo senso sì, non escludo che avrei provato curiosità verso i vostri… come li chiamate?».

Zuckerberg: «Social».

Pasolini: «Ecco, appunto. Semmai la domanda è questa. Visto che scomodate la parola società, viene da chiedersi che tipo di ricaduta abbiano questi strumenti sulla tribù umana. C’era uno scrittore americano, John Cheever. Nel bellissimo The enormous radio raccontava di una famigliola che a un tratto riceveva sulla propria radio in salotto tutte le conversazioni dei vicini. In poco tempo diventava un’ossessione».

Zuckerberg: «Beh, in effetti alcuni dei nostri progettisti hanno fatto marcia indietro, si sono pentiti proprio per questo aspetto, ma parliamo di un eccesso. È come se condannassimo il cinema perché crea modelli comportamentali o vietassimo i romanzi d’amore solo perché alcuni, come Madame Bovary, se ne riempiono la testa».

Pasolini: «Con la differenza sostanziale che i vostri social raggiungono capillarmente chiunque, mentre un libro o un film sono strumenti infinitamente più circoscritti. Ma poi il punto non è questo, si tratta di capire la funzione che incarnate nell’omologare la società. Ricordo che un tempo a Roma il popolo del Quarticciolo era radicalmente diverso da quello del Centro, e non solo per censo o per cultura, ma per valori e perfino per schemi morali, cosicché il sottoproletariato era un’umanità opposta a quella di estrazione borghese. Poi lo sviluppo dei trasporti urbani e il cambio delle geografie lavorative hanno cominciato ad abolire le distanze e tutto si è mescolato, fino a quando la televisione ha livellato ogni differenza all’insegna di un modello unico. Questo avveniva negli anni ’60, molto prima che il tuo Facebook creasse una vetrina planetaria di comportamenti, linguaggi e riti. Non è che state plasmando lo statuto di un codice umano univoco dall’Asia all’America?».

Zuckerberg: «Guarda che di tutto questo sono consapevole, è un rischio ma se ci fermiamo lì non vedremo mai i vantaggi che la rete comporta. Ho scritto un mio manifesto anni fa, dove spiegavo che c’è una contraddizione paradossale in chi mi accusa: a fine Novecento ci lamentavamo della disgregazione sociale e dell’individualismo, poi con il mio lavoro abbiamo messo in collegamento oltre due miliardi di persone e i social diventano la causa del male? Siamo stati la terapia con cui salvarci. È ridicolo».

Pasolini: «Scusami, ma questa terapia implica che ci sia un medico. Chi sarebbe? Perché c’è qualcosa che mi sfugge. Sarà che sono morto cinquant’anni fa, ma allora ti garantisco che mi ponevo già domande sul fatto che qualcuno dall’alto decidesse quali contenuti dovevano raggiungere milioni di telespettatori del servizio pubblico. E credimi non era una scelta disinteressata: il potere politico stava forgiando il profilo dell’elettore medio. Poi sono subentrate le pubblicità, e con loro un ulteriore gigantesco manovratore economico che insieme al cittadino controllava il consumatore, i suoi desideri, il suo immaginario. Ti chiedo: chi decide cosa mostrare a miliardi di utenti della vostra rete? Lo decidi tu?».

Zuckerberg: «Si tratta di un meccanismo complesso, c’è un fattore matematico».

Pasolini: «Cioè mi stai dicendo che la crisi delle parole è arrivata a un punto tale che i numeri decidono di cosa si parla?».

Zuckerberg: «I numeri sono maggioranza, cioè l’antitesi della dittatura. Tu fai finta di non vedere che i nostri social sono pura democrazia: gli utenti stessi condividono ciò che ritengono per loro interessante. Grazie a questo principio ci sono stati cantanti la cui notorietà è esplosa con una catena di condivisioni da parte di milioni di adolescenti. Ed erano artisti che nessuna casa discografica avrebbe mai prodotto. Stessa cosa per gli scrittori. Tu stesso, caro Pasolini, oggi potresti scrivere sui social qualunque tuo pensiero senza compiacere un direttore o il proprietario di un giornale. Mi spiace, ma mi sembra più equo che sia la massa a decidere».

Pasolini: «Dipende dai punti di vista. Può essere bellissimo e può essere catastrofico. Se non vado errato, la massa scelse di salvare Barabba e di condannare a morte Cristo. Se domattina nascesse un Adolf Hitler, i vostri social ne moltiplicherebbero i comizi solo perché alla gente piace? Non esiste nessuna forma di controllo? Tu prima citavi la democrazia, ma saprai che i greci ritenevano che essa potesse degenerare in “oclocrazia”, cioè lo strapotere delle masse, garanzia di rovina».

Zuckerberg: «Come ho avuto modo di dire pubblicamente, avevamo un traguardo ed era mettere in collegamento tutto il mondo, come costruendo un’unica casa. È stato raggiunto. Adesso abbiamo un secondo obiettivo ed è fare di questa casa un edificio sicuro, inclusivo e positivo».

Pasolini: «Posso essere sincero con te? Non so se vorrei davvero stare in una casa globale dove non ho una mia stanza, e qualcuno decide per me cosa è sicuro, inclusivo e positivo».

Zuckerberg: «Preferisci l’isolamento?».

Pasolini: «La solitudine è un diritto. Ed è altra cosa dall’isolamento. Guai a togliere il diritto di ciascuno a stare con sé stesso, purtroppo anche con i propri mostri. Ho paura che stiate mettendo a rischio proprio questo, sai? Il diritto al silenzio, alla penombra e al perimetro. È importante avere un perimetro, talvolta di vera asocialità. Ecco sì, voi avrete anche i vostri social, ma io credo che una dose di a-social sia essenziale, per sopravvivere. Lo dico senza offesa, non volermene, caro Mark. Ma ne sono abbastanza sicuro. Perché non staccate di tanto in tanto la spina? Ciclicamente, potreste fare tre o quattro giorni di black out, per far riscoprire a ognuno la sua benedetta asocialità».

Zuckerberg: «Tre o quattro giorni? È impensabile».

Pasolini: «Tre o quattro ore allora».

Zuckerberg: «Andrebbero tutti fuori di testa, uscirebbe scritto ovunque “I social sono collassati, crisi mondiale”».

Pasolini: «Tre o quattro minuti, Mark, solo tre o quattro minuti».

Zuckerberg: «E il fatturato?»

Pasolini: «Perché, scusa? Non ho capito. Un momento. Vuoi dirmi che su tutto questo c’è qualcuno che ci guadagna?»

Zuckerberg: «Miliardi... Perché sorridi?»

Pasolini: «No, no, niente. È che a volte, sai, non è così male esser morti».

La rivista

“romarivista” è il magazine culturale trimestrale gratuito di Roma Capitale che dal 7 febbraio sarà disponibile gratis nei luoghi pubblici e accademici della città

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