“È la più grande scommessa di Trump: il presidente aveva promesso agli americani che avrebbe tenuto gli Stati Uniti lontano da avventure militari e aveva aspramente criticato il militarismo di George W. Bush e John McCain. E invece, adesso s’impelaga in una guerra che potrebbe essere diversa dalle operazioni fatte finora. Non corta e spettacolare come fu l’attacco all’Iran di giugno o il blitz in Venezuela per prelevare Maduro: ma una potenziale nuova guerra regionale ampia, che potrebbe finire per toccare anche interessi americani». Yascha Mounk è il politologo della Johns Hopkins University naturalizzato americano, esperto di populismo e identità politica, autore di saggi come La trappola identitaria, Il grande esperimento, Popolo vs. democrazia.
Cosa ha spinto il presidente che inseguiva il Nobel per la Pace ad avviare una nuova guerra?
«Voglio premettere una cosa: quello iraniano è un governo tirannico, che nuoce al suo popolo e mette a rischio i suoi vicini. Un cambio è c…
“È la più grande scommessa di Trump: il presidente aveva promesso agli americani che avrebbe tenuto gli Stati Uniti lontano da avventure militari e aveva aspramente criticato il militarismo di George W. Bush e John McCain. E invece, adesso s’impelaga in una guerra che potrebbe essere diversa dalle operazioni fatte finora. Non corta e spettacolare come fu l’attacco all’Iran di giugno o il blitz in Venezuela per prelevare Maduro: ma una potenziale nuova guerra regionale ampia, che potrebbe finire per toccare anche interessi americani». Yascha Mounk è il politologo della Johns Hopkins University naturalizzato americano, esperto di populismo e identità politica, autore di saggi come La trappola identitaria, Il grande esperimento, Popolo vs. democrazia.
Cosa ha spinto il presidente che inseguiva il Nobel per la Pace ad avviare una nuova guerra?
«Voglio premettere una cosa: quello iraniano è un governo tirannico, che nuoce al suo popolo e mette a rischio i suoi vicini. Un cambio è certamente necessario. Ma i motivi chehanno spinto Trump ad agire, probabilmente affondano nel suo ego: è in calo nei sondaggi, le sue politiche sono impopolari, molti dei suoi programmi domestici sono bloccati. Attaccare l’Iran ora nel momento in cui il regime è particolarmente debole, stremato dalle proteste e dalle uccisioni di tanti giovani manifestanti — si parla addirittura di 30 mila morti — è un modo per fare ciò che ama di più: riportare l’attenzione su se stesso e sulle sue azioni tanto spericolate quanto spettacolari. Occasione in più per entrare nei libri di storia».
Dunque, dopo il Venezuela, l’Iran. E poi? Toccherà anche a Cuba?
«Trump mira a lasciare il segno: con l’età che avanza, è una delle sue principali preoccupazioni. Possiede l’arsenale militare per farlo e, come sappiamo, è pronto a infrangere ogni regola — ad esempio, avviando una guerra senza consultare alleati e Congresso — facendo quel che nessun altro osa. Non conosce tabù, non crede a nessuna limitazione legale della politica né è un estimatore della diplomazia. L’aver catturato Maduro in Venezuela senza problemi né reazioni da parte della comunità internazionale, lo spinge ora a fare di più. Dunque sì, oggi il cambio di regime a Teheran e, se gli andrà bene, non c’è dubbio che a un certo punto toccherà all’Avana».
Perché proprio ora e non a gennaio, quando durante gli atroci massacri, Trump aveva promesso di aiutare i manifestanti? Non sarà un modo per distrarre dagli affari interni, Epstein File in testa?
«Finora gli Epstein File non lo hanno danneggiato troppo: anche se è certo possibile che fra le carte non ancora pubblicate, ci sia qualcosa di scomodo e che quindi si voglia tenere l’attenzione lontana da lì. Ma io ritengo piuttosto che avesse già deciso da tempo. Questo è un attacco articolato, con ampio coinvolgimento di forze: un’operazione ben preparata, c’è voluto tempo per organizzarla. Non è una cosa improvvisata, perché le audizioni dei Clinton non hanno fatto abbastanza rumore. Semmai, dubito che otterrà ciò che auspica».
Ovvero?
«Lo ha detto chiaro, annunciando l’attacco: spera che gli iraniani si ribellino. Ma non sono affatto convinto che questo accada quando si è bersagliati da bombe. Tanto più che il regime non ha nulla da perdere e sarà ancora più spietato con chi cerca di rovesciarlo dall’interno. Non a caso si è rivolto ai Guardiani della rivoluzione: una sorta di mafia che controlla l’economia, ormai molto ricca. Se a quelli converrà liberarsi dell’aspetto teocratico del loro regime, mantenendo il potere, lo faranno. Ma non sarà un bene per il popolo iraniano: ci sarà qualche riforma ma non la democrazia. Insomma, il rischio è enorme. E se Trump perde la sua scommessa, sarà una doppia tragedia: non aiuterà il popolo iraniano a liberarsi e il conflitto si allargherà all’intera regione».
Pure la base Maga è scontenta.
«La base Maga rappresenta solo un terzo degli elettori e ha per lui una sorta di venerazione. La riconquista facilmente. Il problema, semmai, sono gli indipendenti. E infatti tutto dipenderà dalle tempistiche. Blitz corti e vittoriosi, senza grandi costi per gli Stati Uniti e con risultati chiari, come quello del Venezuela, gli sono andati più che bene. Se quella con l’Iran sarà una guerra breve, se davvero ci sarà un cambio di regime: ebbene, tutto quello aumenterà la popolarità di Trump. Ma attenzione: se invece la guerra durasse un mese, sei mesi, un anno o anche più, se il regime iraniano non dovesse cadere e, soprattutto, se ci fossero morti fra i militari americani o attentati su territorio americano — ricordiamo sempre che l’Iran è il più importante sponsor di terrorismo nel mondo — non dovrà preoccuparsi granché di come la prenderà la base Maga. Ma si giocherà il sostegno di quegli indipendenti che alle ultime elezioni hanno votato per lui e sono gli elettori di cui necessita per vincere ancora».
Un sondaggio pubblicato venerdì rileva che per la prima volta, solo il 36 per cento degli americani ha una visione positiva di Israele. Come prenderanno la guerra congiunta?
«Non dimentichiamo che negli Stati Uniti anche l’Iran è impopolare. Il rischio riguarda più Israele sul lungo termine. Se continuerà a fare guerre, si ritroverà isolato. Rischia sempre più di perdere non solo il sostegno europeo ma anche quello della futura politica estera americana».