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Antonio Scurati: contro gli imperi l’Europa è sola con la sua libertà

Con la rinuncia all’egemonia il Vecchio Continente ha abbracciato l’eredità dell’umanesimo. Minacciata a Est da Putin e a Ovest da Trump, può diventare un ponte tra civiltà. Il testo dello scrittore premio Strega tratto dalla sua pagina Substack “Notturno occidentale”, online dal 5 febbraio
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L’Europa è sola.

Quante volte ce lo siamo ripetuti atteggiando le labbra a una smorfia malinconica mentre sorbivamo il nostro Campari shakerato? La Russia di Putin ci minaccia a Oriente; a Occidente, dopo averci abbandonati, insultati e osteggiati, ora ci minaccia anche l’America di Trump; la nostra influenza sul resto del mondo declina costantemente. Soli, debilitati, sgomenti. Così ci sentiamo. Così ci pensiamo. Tutto il nostro grandioso passato sembra averci dimenticati. «L’Europa, questa piccola penisola del continente asiatico». Il nostro spleen dà ragione al sarcasmo di Paul Valéry, grande poeta europeo del secolo scorso, anch’egli dimenticato.

E se invece la solitudine dell’Europa fosse un’occasione? Se portasse con sé non una condanna ma una promessa? In ogni caso, io credo, questa solitudine va interrogata, esplorata attraverso uno sguardo ampio, una fotografia aerea che ci sollevi dall’angoscioso schiacciamento sulla cronaca, dalla prigione angusta del presente.

In un suo li…

L’Europa è sola.

Quante volte ce lo siamo ripetuti atteggiando le labbra a una smorfia malinconica mentre sorbivamo il nostro Campari shakerato? La Russia di Putin ci minaccia a Oriente; a Occidente, dopo averci abbandonati, insultati e osteggiati, ora ci minaccia anche l’America di Trump; la nostra influenza sul resto del mondo declina costantemente. Soli, debilitati, sgomenti. Così ci sentiamo. Così ci pensiamo. Tutto il nostro grandioso passato sembra averci dimenticati. «L’Europa, questa piccola penisola del continente asiatico». Il nostro spleen dà ragione al sarcasmo di Paul Valéry, grande poeta europeo del secolo scorso, anch’egli dimenticato.

E se invece la solitudine dell’Europa fosse un’occasione? Se portasse con sé non una condanna ma una promessa? In ogni caso, io credo, questa solitudine va interrogata, esplorata attraverso uno sguardo ampio, una fotografia aerea che ci sollevi dall’angoscioso schiacciamento sulla cronaca, dalla prigione angusta del presente.

In un suo libro recente dedicato a pensare l’Europa, Il continente senza qualità, Peter Sloterdijk l’ha rappresentata come un palcoscenico vuoto. Adottando la metafora teatrale, il grande filosofo tedesco getta luce su un fatto inaudito nella storia europea: l’abbandono di ogni ambizione imperiale. Per millenni la trama della politica europea ha riproposto, in versioni più o meno creative, il copione fondativo dell’imperium romanum. Da Carlo Magno a Hitler – passando per Carlo V, Napoleone Bonaparte, la regina Vittoria e Benito Mussolini che indossava la divisa di maresciallo dell’Impero – l’Europa politica è stata «il teatro della rimessa in scena dei sistemi di potere romano», con il suo corredo di devastanti guerre di conquista continentali e oscene violenze coloniali.

Poi, dopo l’apocalisse della Seconda guerra mondiale, l’Europa ha pronunciato una inaudita rinuncia all’impero. L’ultima pretesa occidentale al re-enactment dell’impero romano su scala globale è migrata verso gli Stati Uniti d’America.

Siamo di fronte a un accadimento di portata epocale. Da questo punto di vista, il secondo Novecento europeo inaugura un’epoca in cui noi oggi ancora viviamo, il nostro presente e la cronaca di questi giorni vi stanno totalmente inscritti. Quando il presidente francese rigetta l’arrembaggio di quello statunitense alla Groenlandia dicendo «no a un nuovo imperialismo», rinnova i voti dei padri fondatori dell’Europa postbellica riaffermando la loro renuntiatio ab imperio (mai condivisa, purtroppo, sull’altra sponda dell’Atlantico).

Qui, però, è fondamentale comprendere una cosa: la rinuncia all’impero fu un pronunciamento autentico dell’Europa incenerita dalla guerra, maturato all’interno della sua storia profonda (così come lo fu il nazifascismo), non un gesto superficiale e coatto, tracciato dall’esterno. I millenni europei del Vecchio Continente già portavano in sé una controstoria alternativa alla trama imperiale.

Due sono le scene madri di questo copione divergente individuate da Sloterdijk: nell’anno del Signore 390 l’imperatore Teodosio, indossando una semplice tunica da penitente per i massacri da lui ordinati, s’inginocchia davanti alla chiesa di Ambrogio, vescovo di Milano. È l’atto di nascita del potere spirituale della chiesa cattolica accanto – il che talvolta significa “contro”, altre volte “di fianco” – al potere politico. Più interessante e, probabilmente, attuale, la seconda scena paradigmatica: l’ottavo giorno di aprile del 1341, domenica di Pasqua, a Roma, nel corso di una cerimonia solenne che rievoca i fasti dell’antica capitale imperiale, Francesco Petrarca viene “incoronato” sommo poeta e storico.

Attenzione. Non siamo di fronte a un polveroso episodio di storia erudita, il cui interesse è limitato ai recinti delle pagine culturali. Tutt’altro. L’incoronazione di Petrarca è la scena paradigmatica di un’Europa alternativa a quella del potere politico ed ecclesiastico (asservita o antagonista ma comunque altra da esso). La chiamerei Terza Europa. Quella che porta nel mondo una formidabile spinta propulsiva di traiettoria ascensionale riassunta da Peter Burke nella formula della “esplosione del sapere” (…).

Sul suolo del continente europeo si sprigionano, allora, le energie dirompenti del progresso, dell’apprendimento incessante, di un automiglioramento umano costante, della libera scienza, competizione e commercio, di sistemi innovativi nelle arti, tecniche e istituzioni di governo, tutti affluenti di una possente corrente creativa, volta a «testare forme di vita sostenibili» in un mondo inospitale. Lungo questa linea evolutiva, l’Europa inizia quando il potere politico imperiale romano finisce. È la rinascita d’Europa dalle e nelle proprie rovine nota come Rinascimento (…).

Il nucleo della civiltà europea, a dispetto e attraverso tutte le sue numerose catastrofi, i suoi ripetuti olocausti e rinascite, è l’umanesimo. L’umanesimo – spiegato in un minuto e in dieci righe, come va di moda adesso – è la rivoluzione nella visione del mondo che discende dall’avere posto l’uomo al centro dell’universo. Non più Dio ma l’uomo. Su di un piano dove alla fine, espunto Dio, rimarrà l’uomo soltanto e soltanto l’uomo. Considerato da questo punto di vista, l’umanesimo è una solitudine. Una grandiosa, vertiginosa, emancipatrice forma di solitudine. (Inconsolabile anche, se volete, come ogni solitudine).

L’uomo, concepito come essere mirabile a partire dalla sua intelligenza creativa, sostenuto da un’etica pienamente umana, assistito dalla sapienza degli antichi, dedito allo studio di una scienza dell’uomo (non di Dio), elevato da una educazione completa e mite che ripudia i metodi violenti ma incoraggia il senso critico, l’uomo votato al miglioramento della condizione umana e al raggiungimento della felicità terrena. Qui, su questa terra, in questa vita, sotto questo cielo disertato da Dio.

Tutte le conquiste, morali e materiali, della civiltà europea moderna discendono da questa visione che nel Rinascimento gettò un ponte, percorribile in entrambe le direzioni, verso l’antico. Ne discendono, in particolare, il riconoscimento e la difesa dei diritti umani, l’intangibilità di essi da parte del potere politico e religioso. In altre parole: la libertà è dignità della persona umana. L’Europa moderna nasce e rinasce ogni volta che un individuo, animato dalle sue passioni creative, rivendica la propria libertà dal potere religioso e di fronte al potere politico. Questa genesi differita, questo compito interminabile, per dirla con Sloterdijk, «consiste nel progressivo disimparare la sottomissione». Detto in una sola parola: la democrazia liberale (…).

Perciò, continuiamo pure a sorseggiare il nostro Campari shakerato, se così ci piace, ma cancelliamo la piega malinconica dalle nostre labbra. Educhiamoci, invece, a salutare con favore il definitivo declino dell’egemonia imperialistica europea (…).

II

Come già accadde con l’ascesa dei fascismi cento anni fa, nell’anno del Signore 2026 l’Europa è di nuovo una “nozione di crisi”, una nozione di panico. La crisi è bifronte.

Sul fronte esterno, l’identità di potenza politica risolutamente post-imperiale la espone a diversi livelli all’aggressività neo-imperialistica di Russia, Stati Uniti, Cina. Su questo versante si incontra la solitudine dell’Europa. E solitudine qui significa non soltanto la mancanza di amici, l’indebolimento delle tradizionali alleanze, ma, soprattutto, la sua unicità. Da quando un presidente oscenamente autoritario, antidemocratico e brutalmente neo-imperialista abita la West Wing della Casa Bianca, l’Europa è rimasta la sola potenza mondiale a custodire i valori della democrazia liberale che, in una storia lunga, sanguinosa e tormentata la hanno condotta a rinunciare all’impero.

Il caso della Groenlandia è emblematico. L’Europa si scopre sola nel momento in cui Trump, dopo averla abbandonata in Ucraina – conflitto nella cui genesi gli Stati Uniti d’America portano gravi responsabilità – minaccia l’invasione militare della Groenlandia. Ma la Groenlandia non è soltanto la possibile preda del neo-imperialismo statunitense, è anche una delle ultime scorie tossiche del colonialismo europeo. Ancora negli anni ’60 del Novecento, infatti, in quello sconfinato territorio, annesso nel XVIII secolo alla corona della piccola e remota Danimarca, squadre di medici danesi sottoponevano i nativi a una campagna di sterilizzazione coatta impiantando la spirale contraccettiva nell’utero di ragazze Inuit. Oggi, nemmeno 50 anni più tardi, dopo aver definitivamente – si spera – ripudiato il lato oscuro della propria storia, gli europei piantano sul suolo ghiacciato della Groenlandia la solitaria bandiera in difesa della democrazia, delle istituzioni liberali (autonomia, indipendenza, autogoverno) e della civiltà umanistica.

Sul fronte interno dell’Europa come nozione di crisi incontriamo un’altra declinazione della medesima psicosi da assedio: la passione triste di milioni di cittadini che si sentono abbandonati alla paura di un’immigrazione percepita come una vera e propria, devastante invasione. Di questa passione tossica si nutre prevalentemente l’ascesa dei partiti sovranisti xenofobi e illiberali che fanno muro innalzando la bandiera di una identità europea atavica, vale a dire la bandiera di un’Europa egemone, colonizzatrice non colonizzata.

Su entrambi i versanti della crisi europea, questa solitudine comporterebbe – secondo quanto scriveva Marc Bloch nel ’34 a proposito della paranoia nazifascista – la fine della “immunità” di cui l’Europa ha goduto per secoli nei riguardi di ogni ipotetica invasione, i secoli dell’egemonia nel corso dei quali l’Europa ha potuto prosperare in «un’evoluzione continua, che nessun attacco dall’esterno, nessun afflusso di genti straniere veniva a sconvolgere e a interrompere».

Ebbene, mi direte, come se ne esce? Non se ne esce. È questo il punto. Non c’è riparo, non c’è alcuna via del ritorno. Si va avanti sulla nostra strada solitaria. A testa alta e, possibilmente, accelerando il passo.

La solitudine dell’Europa non è una condanna, è una liberazione. Ci obbliga a divenire pienamente e definitivamente noi stessi. Ci consente e, al tempo stesso ci obbliga, a scommettere l’intera posta sulla Terza Europa della civiltà umanistica contro le scorie tossiche dell’impero. Questa, soltanto questa, può e deve essere oggi la nostra rivendicazione identitaria perché questo siamo diventati noi europei, al nostro meglio, nell’arco di una tormentosa, sanguinosa e a tratti radiosa storia millenaria (…).

«Divieni ciò che sei» è oggi uno slogan pubblicitario (l’ho visto tempo fa utilizzato per promuovere una nota marca di abbigliamento sportivo). In principio fu una dirompente massima che Friedrich Nietzsche prese da un’ode di Pindaro. Da qualche parte l’ho anche vista utilizzata come titolo per un raccolta di pensieri «sul coraggio di essere se stessi». Ottima scelta.

E proprio un altro celebre aforisma del grande filosofo tedesco potrà fornirci una provvisoria conclusione. E un vasto programma per l’avvenire: «La grandezza dell’uomo è di essere un ponte e non uno scopo. Nell’uomo si può amare che egli sia una transizione e un tramonto. Io amo coloro che non sanno vivere se non tramontando».

Ecco. Noi europei di questo turbolento scorcio di XXI secolo dobbiamo imparare ad amare il tramonto della nostra egemonia, dobbiamo perseverare nell’arte umanistica di vivere tramontando. Dobbiamo imparare ad amare la solitudine dell’Europa.

Il testo integrale sarà pubblicato giovedì 5 febbraio sulla pagina Substack di Antonio Scurati “Notturno occidentale”

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