I folli di Roma antica somigliano ai leader di questo presente
di Maurizio BettiniStefano Massini ha ragione – lo scriveva su Repubblica del 6 febbraio – siamo circondati da leader folli, megalomani, paranoici: prima di tutti Trump, ovviamente, poi Netanyahu, per non parlare di Kim Jong-un, e di tutti i pazzi che lo hanno preceduto nella storia. Ma perché mai la follia, la paranoia, la stoltezza, si sposano così facilmente con il potere? Una risposta ci viene forse dal mondo classico, o meglio, dalla memorabile saggezza che promana dagli antichi proverbi. Per approfondire questa questione, però, sarà opportuno cominciare raccontando una storia.
Era il 13 ottobre del 54 d. C., giorno in cui l’anima di Claudio, sia pure con passo claudicante (l’imperatore zoppicava), si era finalmente avviata verso il cielo. Quel giorno Seneca si sentì finalmente libero di dire quel che…
Stefano Massini ha ragione – lo scriveva su Repubblica del 6 febbraio – siamo circondati da leader folli, megalomani, paranoici: prima di tutti Trump, ovviamente, poi Netanyahu, per non parlare di Kim Jong-un, e di tutti i pazzi che lo hanno preceduto nella storia. Ma perché mai la follia, la paranoia, la stoltezza, si sposano così facilmente con il potere? Una risposta ci viene forse dal mondo classico, o meglio, dalla memorabile saggezza che promana dagli antichi proverbi. Per approfondire questa questione, però, sarà opportuno cominciare raccontando una storia.
Era il 13 ottobre del 54 d. C., giorno in cui l’anima di Claudio, sia pure con passo claudicante (l’imperatore zoppicava), si era finalmente avviata verso il cielo. Quel giorno Seneca si sentì finalmente libero di dire quel che gli pareva, dal momento che era morto «colui che aveva reso vero il proverbio: bisogna nascere o re o stolto». Cosa intendeva significare Seneca con questa espressione? Stiamo leggendo l’inizio della sua Apologia del Divo Claudio, un’operetta satirica che il filosofo scrisse in occasione della morte di un imperatore che certo non amava. Claudio, infatti, lo aveva relegato in Corsica, accusato da Messalina di essere l’amante di Giulia Livilla, nipote dell’imperatore – e a quanto scriveva lo stesso Seneca – la Corsica di quegli anni, selvaggia e desolata, non era certo una meta turistica. Il filosofo non aveva mai dimenticato. Ragion per cui, quando Claudio morì, prima scrisse l’elogio funebre dell’imperatore, che fece pronunziare a Nerone, pieno di lodi per il defunto; poi compose questa Apologia del Divo Claudio, o meglio, Apokolokyntosis Divi Claudi, qualcosa come “Zucchificazione del Divo Claudio”: pur se non si è mai capito cosa sia esattamente questa “zucchificazione”. Forse è una deformazione comica del termine apothéosis, “deificazione”, come a dire che Claudio non era divenuto un dio, come gli altri imperatori, ma una “zucca”.
Fin dal titolo, questa spietata operetta – uno degli scritti più divertenti che la letteratura latina ci abbia lasciato – insisteva sul fatto che Claudio era considerato uno stolto, un citrullo, diremmo noi, per mantenere la metafora della zucca. A parte questo, però: cosa intendeva dire Seneca con quel proverbio «bisogna nascere o re o stolto»? Che poi il proverbio latino non parla esattamente di stolto ma di fatuus, cioè qualcuno che parla a vanvera, a volte come se fosse ispirato da una divinità: salvo che, se uno poi va a vedere, si accorge che costui pronunzia solo parole sconnesse. E certo, se si ascolta il presidente americano parlare per due ore di seguito, non è che si abbia un’impressione tanto diversa.
Probabilmente Seneca voleva affermare che il re e il fatuus occupano due caselle paradossalmente vicine, hanno più o meno gli stessi vantaggi. Un proverbio greco ci aiuta a capire ancor meglio come vanno le cose con i fatui: «per lo stolto e per il re la legge non è stata scritta». Il morós, lo sciocco, è al di sopra della legge tanto quanto lo è il re. Ecco perché conviene nascere o re o fatuus, perché queste due condizioni garantiscono la stessa assoluta libertà dalle leggi che vincolano invece tutti gli altri.
E se questi proverbi intendessero significare, in una sottile trama di allusioni, che il fatuus, o il folle, dato che gode degli stessi privilegi del re, può prendere il potere più facilmente di altri? Claudio non sarebbe certo l’unico caso. A Roma, almeno stando alle fonti che ci tramandano le malefatte imperiali, prima di Claudio c’era già stato Caligola. Costui si abbandonò a stranezze di ogni genere, ma forse questa è un po’ meno nota, ce la racconta Svetonio: «di giorno parlava in segreto con Giove Capitolino, ora sussurrando al suo orecchio e prestandogli, in cambio, il proprio, ora ad alta voce, non senza insultarlo. Una volta lo si sentì minacciare Giove gridandogli: “o tu togli di mezzo me, o tolgo io di mezzo te!”». Ma la serie non finisce qui.
In seguito ci sarà Domiziano, figlio di Vespasiano e fratello di Tito: un buon governante e bravo amministratore finché non lo travolse la paranoia che gli faceva vedere congiure dappertutto e instaurare un regime del terrore. Si continua con Commodo, figlio di Marco Aurelio, preso da una morbosa mania di esaltare il proprio nome. Tutto doveva essere chiamato “Commodiano”: così divenne Commodiano il Senato e perfino Roma divenne Commodiana. Si sa, i potenti amano “rinominare” ciò che sta intorno a loro. Non sembra di sentire Trump che rinomina Golfo d’America il Golfo del Messico? E la Groenlandia non rischierà mica di diventare Trumplandia?