E' morto Evgenij Solonovich, l’uomo che ha fatto conoscere la letteratura italiana in Russia
di Raffaella De SantisEvgenij Solonovich era nato nel 1933 in Crimea, nella città di Simferopol, figlio di un medico militare trasferito lì a lavorare. E’ morto l’11 febbraio a quasi 93 anni.
Per noi italiai Solonovich è l’uomo che ha fatto conoscere grazie alle sue traduzioni gran parte della nostra letteratura in Russia, poeti e romanzieri gli devono tanto. Ha tradotto i più grandi, a cominciare da Montale e Quasimodo.
Come aveva raccontato in un’intervista a Repubblica, aveva incontrato Montale nel 1956 grazie a Giovanni Giudici. Solonovich aveva tradotto anche Petrarca, Camilleri, Sciascia, Francesco Piccolo. Molti li aveva conosciuti personalmente. Il primo incontro con Quasimodo era stato da giovanissimo proprio a Mosca, all’ospedale Botkin, dove il poeta era stato ricoverato per un infarto. Solonovich andava a trovarlo tutti i giorni.
Evgenij Solonovich era nato nel 1933 in Crimea, nella città di Simferopol, figlio di un medico militare trasferito lì a lavorare. E’ morto l’11 febbraio a quasi 93 anni.
Per noi italiai Solonovich è l’uomo che ha fatto conoscere grazie alle sue traduzioni gran parte della nostra letteratura in Russia, poeti e romanzieri gli devono tanto. Ha tradotto i più grandi, a cominciare da Montale e Quasimodo.
Come aveva raccontato in un’intervista a Repubblica, aveva incontrato Montale nel 1956 grazie a Giovanni Giudici. Solonovich aveva tradotto anche Petrarca, Camilleri, Sciascia, Francesco Piccolo. Molti li aveva conosciuti personalmente. Il primo incontro con Quasimodo era stato da giovanissimo proprio a Mosca, all’ospedale Botkin, dove il poeta era stato ricoverato per un infarto. Solonovich andava a trovarlo tutti i giorni.
Aveva l’aria impertinente da eterno monello. Si divertiva a leggere i sonetti di Gioachino Belli, che aveva tradotto in cirillico in tre differenti edizioni, vincendo anche un premio del Mibac in Italia. Nel 2023 gli è stata assegnata proprio per il lavoro su Belli la medaglia di Roma. In Russia Belli continuava a essere vietato ai minori di 18 anni e questo lo divertiva. Ne citava i versi a memoria. Il preferito era Li bbeccamorti in cui Belli evocava il tifo del 1817 ma che poteva benissimo alludere a un altro ’17, quello della Rivoluzione d’Ottobre del 1917: “L'annata bbona fu in ner disciassette / Allora sì, in sta piazza era un ber vive / ché li morti fioccavano a carrette...". Per spiegare la sua passione aveva detto: “Belli parlava della Roma papalina ma in fondo si prendeva gioco anche di noi”.
Parlare attraverso le parole degli altri aveva permesso a Solonovich di aggirare con eleganza le censura sovietica in tempi in cui gli scrittori dovevano stare attenti ai contenuti delle loro opere. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica aveva ripreso a viaggiare con costanza, amava l’Italia e veniva quando poteva, spesso ospite della sua amica slavista Claudia Scandura, che così lo ricorda oggi: “Perdiamo un grande studioso, un grande traduttore, una persona perbene”.
Aveva vissuto in Crimea con la famiglia e si era trasferito a Mosca nel 1951 per frequentare la facoltà di lingue. Sulla situazione attuale aveva espresso critiche precise riguardo all’invasione di Putin all’Ucraina. Non aveva paura di criticare il potere e amava gli scrittori che si esponevano di persona. Di Sciascia aveva molto apprezzato il racconto La morte di Stalin, che aveva tradotto non appena aveva potuto con l’arrivo di Gorbaciov al potere.