✕

Joana Vasconcelos: “L’ultimo regalo di Valentino”

Ascolta l'audio

Prima di morire, il maestro della moda l’aveva invitata a esporre nel suo spazio romano, tra gli abiti capolavoro. Ora l’artista portoghese racconta il legame con Garavani e la sua mostra diventata un omaggio
3 minuti di lettura

In piazza Mignanelli, a un passo dalla scalinata di piazza di Spagna, là dove Roma si fa stereotipo malinconico di sé stessa, l’installazione I’ll Be Your Mirror di Joana Vasconcelos è diventata, durante il lutto per la morte di Valentino Garavani, scomparso il 19 gennaio, un altare laico dedicato al culto del designer scomparso: ha accolto tra i suoi specchi mazzi di fiori e biglietti indirizzati a colui che nei suoi abiti ha distillato la bellezza in precisione di forme, in esplosione di colori ben oltre il celebre rosso, in maestria sartoriale.

All’interno di Palazzo Mignanelli, sede storica della maison e oggi di PM23, la fondazione voluta da Garavani e Giancarlo Giammetti, le opere del percorso che Vasconcelos ha intitolato Venus dialogano con una trentina di abiti…

In piazza Mignanelli, a un passo dalla scalinata di piazza di Spagna, là dove Roma si fa stereotipo malinconico di sé stessa, l’installazione I’ll Be Your Mirror di Joana Vasconcelos è diventata, durante il lutto per la morte di Valentino Garavani, scomparso il 19 gennaio, un altare laico dedicato al culto del designer scomparso: ha accolto tra i suoi specchi mazzi di fiori e biglietti indirizzati a colui che nei suoi abiti ha distillato la bellezza in precisione di forme, in esplosione di colori ben oltre il celebre rosso, in maestria sartoriale.

All’interno di Palazzo Mignanelli, sede storica della maison e oggi di PM23, la fondazione voluta da Garavani e Giancarlo Giammetti, le opere del percorso che Vasconcelos ha intitolato Venus dialogano con una trentina di abiti dell’archivio Valentino; Giammetti lo definisce «non solo un progetto espositivo, ma un processo che coinvolge persone, istituzioni, scuole, realtà sociali e sanitarie della città», chiamate a realizzare insieme all’artista portoghese ricami e ornamenti.

Con Repubblica questa sacerdotessa di un contemporaneo originale e monumentale rievoca il rapporto con Valentino e la genesi di una mostra (visitabile fino al 31 maggio) che è fusione tra pratica artistica e couture. A tenerle insieme è ciò che Joana definisce “l’intelligenza artigianale” da contrapporre al predominio di quella immateriale e artificiale.

Lei ha portato al centro di Roma le sue creature aliene. Grandi installazioni a piazza Mignanelli, al Pincio e all’Ara Pacis, poi le sue opere a PM23, in una fusione con abiti d’archivio straordinari. Come racconterebbe il suo Valentino?

«Anni fa Valentino visitò con Giammetti il mio atelier a Lisbona. Si guardò intorno e mi disse: “Joana, questo posto funziona come un atelier d’alta moda”. In studio siamo una sessantina di persone e la tecnologia è ridotta al minimo. Siamo low tech, ci piace trovare soluzioni con l’ingegno. Lui vide subito la corrispondenza tra il suo lavoro sul corpo e il mio sullo spazio: entrambi sono interpretazioni della metamorfosi come condizione del femminile. Valentino aveva con l’arte un rapporto istintivo, una sensibilità che andava oltre la moda. Intuiva il potere della creazione come linguaggio umano condiviso, capace di esprimere fragilità, forza, bellezza e resistenza. E poi nutriva un rispetto straordinario per l’artigianalità ed è da questo rispetto che anche io sono partita come artista. L’arte di ricamare, di cucire, di creare bellezza: ciò che faccio vuole a magnificarle».

L'installazione Venus

 

Tra le opere esposte qui la più imponente è “Valchiria Venus”, un gigantesco ricamo collettivo.

«È un’installazione tessile a soffitto che ho creato lavorando tra qui e Lisbona, con tessuti e ricami, ispirandomi agli abiti selezionati da Pamela Golbin nell’archivio Valentino. Ho lavorato facendo esplodere i motivi e le lavorazioni dei vestiti. E i tentacoli di questo essere mitologico sono ricoperti di moduli all’uncinetto realizzati qui a Roma dalle detenute di Rebibbia, ma anche dai pazienti di alcuni ospedali e da altre realtà sociali. La Valchiria è un omaggio alle trasformazioni continue delle donne, come le altre opere che ho portato qui, accostandole alle creazioni di Valentino e dando loro un nuovo senso: Strangers in the Night, sulla vita delle prostitute, Full Steam Ahead (Red) #1, sorta di fiore realizzato con ferri da stiro a vapore, Marilyn, dove ho creato un gigantesco paio di scarpe dal tacco a spillo con pentole e coperchi. In Red Independent Heart #3 invece rielaboro il cuore, motivo tipico dell’oreficeria portoghese, usando posate e piatti dei locali dove si mangia ascoltando il fado. Infine in Garden of Eden i magici abiti di Valentino sbocciano tra la flora magica e notturna. Ma in realtà si tratta di semplici fiori di plastica».

Marilyn di Joana Vasconcelos: gigantesco paio di scarpe dal tacco a spillo creato con pentole e coperchi

 

Fiori di plastica, ferri a vapore: il suo immaginario è quotidiano, carnevalesco. Si considera pop?

«Capita che mi paragonino a Andy Warhol, ma io replico che se si tratta di riferirsi a qualcuno, allora che sia Leonardo e la tradizione della bottega rinascimentale; non a caso, gli artisti di quell’epoca realizzavano anche le macchine effimere delle grandi feste. Mi spiego meglio: con le sue repliche meccaniche Warhol metteva in luce la ciclicità e il vuoto della società del consumo. Non gli interessava il senso dell’oggetto ma l’idea che l’industrializzazione crea una perdita di identità. Io faccio l’inverso: lavorando con le mani fai degli errori, ma crei qualcosa che è il contrario della replica. Trasmetti l’idea che ciascuno di noi, anche nella società del consumo, sopravvive come pezzo unico».

C’è un legame tra l’intelligenza artigianale, così a lungo appannaggio del femminile, e il benessere, la cura del mondo?

«Penso che l’identità femminile vada mantenuta e protetta. Abitiamo in un momento molto particolare del mondo. Non solo perché i diritti umani ancora non sono gli stessi per uomini e donne — penso a ciò che succede in molti luoghi: l’esempio delle lotte delle donne iraniane lo dimostra — ma perché l’eredità femminile è preziosa. Esordendo da ragazza nel mondo dell’arte, ho scelto di guardare indietro, a chi mi ha preceduta. Noi tutti siamo qui perché le donne prima di noi hanno superato cose incredibili: guerre, malattie, colonizzazioni. E come l’hanno fatto? Mantenendo e trasmettendo alle loro figlie, all’interno delle case, un sapere che non si impara a scuola. Cucire, ricamare, cucinare, adornare, mettere la tavola si imparano vivendo insieme. È una dimensione non cosciente che ha una forza subliminale, magica. Ci protegge, ci tiene ancorati, crea bellezza. Io faccio questo: tramuto il quotidiano in una dimensione pubblica e cerco di conservare questa magia che non si può spiegare».

Dovremmo lasciare il mondo nelle mani delle donne?

«Anche se abbiamo un lavoro e anche se ricopriamo molti ruoli nella vita, la bellezza, l’armonia, la famiglia sono ancora gestite da noi donne. Il potere è nelle mani di persone, di uomini che non conoscono tutto questo. Se ci fossero le donne al potere, penso che avremmo una visione del mondo più bilanciata, più compassionevole, più tollerante».

Leggi i commenti