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Garibaldi e l’ultima battaglia per far fiorire Caprera, nel libro di Virman Cusenza

Garibaldi a Caprera in un dipinto di Giacomo Mantegazza del 1890 

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Terra dell’anima, da osservare e coltivare: l’autore ripercorre i Diari del generale sull’isola. Tutt’altro che un ritiro
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Difficile immaginare che possa esistere un altro Garibaldi lontano dalle rappresentazioni ufficiali dei quadri che popolano le pareti della stanza del Museo del Risorgimento di Torino o dalle tante targhe celebrative che ricordano le notti da lui trascorse in diversi angoli della penisola. Eppure, l’eroe dei due mondi ha avuto una dimensione meno nota legata alla sua Itaca, a Caprera, luogo del cuore e della sua ricerca interiore.

Una dimensione altra, da agronomo dedito nella quotidianità alla cura della tenuta che aveva acquistato nel 1855. I suoi Diari agricoli formano uno specchio che riflette lo scorrere del tempo e le inquietudini di chi vorrebbe innovare tecniche e capacità d’intervento. Un libro raccoglie gli spunti di un Garibaldi privato che tenta di legare l’idealismo determinato del patriota rivoluzionario alle attività agricole e alla cura di una porzione di territorio unica e preziosa (Virman Cusenza, L’altro Garibaldi. I «Diari» di Caprera, Mondadori). «Hanno sprecato f…

Difficile immaginare che possa esistere un altro Garibaldi lontano dalle rappresentazioni ufficiali dei quadri che popolano le pareti della stanza del Museo del Risorgimento di Torino o dalle tante targhe celebrative che ricordano le notti da lui trascorse in diversi angoli della penisola. Eppure, l’eroe dei due mondi ha avuto una dimensione meno nota legata alla sua Itaca, a Caprera, luogo del cuore e della sua ricerca interiore.

Una dimensione altra, da agronomo dedito nella quotidianità alla cura della tenuta che aveva acquistato nel 1855. I suoi Diari agricoli formano uno specchio che riflette lo scorrere del tempo e le inquietudini di chi vorrebbe innovare tecniche e capacità d’intervento. Un libro raccoglie gli spunti di un Garibaldi privato che tenta di legare l’idealismo determinato del patriota rivoluzionario alle attività agricole e alla cura di una porzione di territorio unica e preziosa (Virman Cusenza, L’altro Garibaldi. I «Diari» di Caprera, Mondadori). «Hanno sprecato fiumi d’inchiostro e di congetture, tentando di spiegare che ci faccio qui. La cosa mi lusinga, ma non cambia di una virgola i miei progetti».

L’isola accoglie chi cerca un riparo certo, una condizione di distacco e solitudine consapevole: «Senza i miei animali da accudire, senza questa terra che con gran fatica e non meno divertimento nutre le mie giornate, senza il mare che rubo a ogni colpo d’occhio, non ci sarebbero state né Marsala, né i cacciatori delle alpi, né l’Aspromonte, né Mentana, né i Vosgi, né niente».

Non si tratta quindi di una fuga né di un ritiro che coltiva esclusivamente la sfera individuale. Tutto sembra allinearsi in una prospettiva capace di tenere insieme l’azione e il pensiero, il viaggio incessante e la residenzialità operosa. «Da quando ho comprato questo pezzo di terra non c’è stata azione senza Caprera e non c’è stata Caprera senza azione. Le due cose stanno insieme, perché è il mio cervello che le fonde nel suo ritmo.

La copertina di L’altro Garibaldi (Mondadori) di Virman Cusenza 

L’unica zavorra sono state le malattie che non so bene se ascrivere all’azione – perché ho lottato per guarirne – o alla riflessione – perché il mio corpo me l’ha imposta». Le pagine dei registri scorrono con informazioni meticolose e ricorrenti: le temperature, le vendite di bestiame, i venti e l’umidità.

Come annota l’autore la cifra del diario è quella dell’impegno quotidiano, come se una sfida inattesa fosse sempre dietro l’angolo: «Capiamo subito di non trovarci davanti a un militare in meditazione, adagiato su una poltrona in cui legge i classici dell’arte bellica o i compendi di qualche ideologo buono a fargli ritrovare l’entusiasmo per le nuove imprese. No, siamo di fronte all’agricoltore, anzi all’agronomo che affronta la battaglia nella sua tenuta con lo stesso piglio con cui si prepara ad attaccare i francesi sul Gianicolo.

Metodo, costanza, creatività nell’escogitare soluzioni che il clima di quest’isola aspra e rocciosa impone per non sprofondare nel caos selvatico e indistinto in cui l’ha trovata». Con attitudine propositiva introduce innovazioni tecniche, mette a punto mulini di ultima generazione coltivando contestualmente amicizie con ex commilitoni, visitatori o casuali compagni e compagne di strada.

Il suo è una sorta di esperimento sociale, una repubblica dei comportamenti e degli affetti caratterizzata da uno stile austero, frugale e dal rispetto delle tante forme di vita, animale o vegetale, che lo circondano. Il Diario diventa anche il luogo delle confidenze più difficili dove emerge l’amarezza post-unitaria, il senso di una perdita per le imprese dimenticate o peggio piegate alle ragioni dei più forti. Vorrebbe tornare indietro, riprendere ragionamenti interrotti e azioni mai intraprese.

Caprera è anche lo spazio della sua coerenza ideale non scalfita: tiene fede ai suoi principi, cerca le ricchezze della terra tenendosi lontano – almeno a parole – dalle ricerche di onorificenze ufficiali. Rimane attento osservatore delle vicende italiane, delle sorti del processo di unificazione. Lo sguardo sulla politica è al tempo stesso amaro e speranzoso, a fronte delle delusioni che elenca con puntiglio rilancia le ragioni di un idealismo mai domo: «Che strano impasto è stato Garibaldi, poco italiano nell’assenza di calcolo e di furbizia, molto italiano nella generosità dell’azione che prescinde da ritorni materiali o onorifici».

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