La lezione di Michela Murgia: ora assumiamoci la responsabilità di odiare gli altri
di Michela MurgiaQuel che non impariamo a esprimere ritorna più potente e distruttivo dal fondo in cui cerchiamo di cacciarlo negandolo. Quel che ci manca, ma di cui normalizziamo la mancanza fingendo che sia naturale farne a meno, ci infligge dolori irrimediabili, come l’arto fantasma di un reduce di guerra. Per evitare di negarlo, o di mutilarlo, l’odio dobbiamo conoscerlo. Dobbiamo guardare al nostro rapporto con l’odio in modo analitico.
Il rapporto che stabiliamo con l’odio può essere di tre tipi. Mentre li illustro, interrogatevi su quale dei tre è più vicino al vostro.
C’è un odio che ha alla base un vincolo censorio, cioè riguarda chi non accetta l’idea di provare per natura tutto lo spettro dei sentimenti umani. Queste persone non negano necessariamente l’esistenza dell’odio, ma lo definiscono come una cosa a sé stante, estranea, e stabiliscono con esso quel tipo di relazione che si ha con gli agenti infettivi; anziché individuare come fonte dell’odio sé stessi, la appaltano a un soggetto…
Quel che non impariamo a esprimere ritorna più potente e distruttivo dal fondo in cui cerchiamo di cacciarlo negandolo. Quel che ci manca, ma di cui normalizziamo la mancanza fingendo che sia naturale farne a meno, ci infligge dolori irrimediabili, come l’arto fantasma di un reduce di guerra. Per evitare di negarlo, o di mutilarlo, l’odio dobbiamo conoscerlo. Dobbiamo guardare al nostro rapporto con l’odio in modo analitico.
Il rapporto che stabiliamo con l’odio può essere di tre tipi. Mentre li illustro, interrogatevi su quale dei tre è più vicino al vostro.
C’è un odio che ha alla base un vincolo censorio, cioè riguarda chi non accetta l’idea di provare per natura tutto lo spettro dei sentimenti umani. Queste persone non negano necessariamente l’esistenza dell’odio, ma lo definiscono come una cosa a sé stante, estranea, e stabiliscono con esso quel tipo di relazione che si ha con gli agenti infettivi; anziché individuare come fonte dell’odio sé stessi, la appaltano a un soggetto odioso estraneo a loro, al quale dicono: sei tu che mi infetti; non sono io che ti odio ma sei tu che mi costringi a odiarti per la tua stessa odiosità.
Li avrete sentiti mille volte dire cose come «non sono io che sono razzista, sono loro che sono negri». Oppure «non sono io violento» – dopu chi adi scuttu sa pobidda («dopo aver alzato le mani sulla compagna», ndr) – «è lei che mi ha provocato!». Ecco, queste figure sono pericolose e, ci tengo a dirvelo, io credo che tra di voi siano la maggior parte. Sono quelli che, tenendo l’odio a distanza con un vincolo censorio, sviluppano in potenza la capacità di impugnare un machete in qualsiasi momento e trucidare indistintamente il vicino di casa, l’estraneo incontrato per strada o il proprio partner. Quando, dopo aver fatto una strage efferatissima, affermano che non volevano, io gli credo: il problema originario è proprio quello, che non volevano. Che l’odio c’era, ma loro non lo volevano. Un vincolo censorio è come una pentola a pressione di marca scadente: prima o poi l’odio trova il modo di uscirne – e di solito quel modo è appunto il manico di un machete, reale o metaforico che sia.
I migliori testimonial di questo tipo di rapporto con l’odio sono i tristemente noti coniugi di Erba, il signor Olindo e sua moglie Rosa.
Poi c’è un secondo tipo di rapporto con l’odio che ha alla base un deficit organizzativo. Può includere anche il problema censorio di cui sopra, ma non è quello l’aspetto essenziale. La questione centrale, in questa seconda tipologia, riguarda chi non ha gli strumenti necessari per affrontare l’odio come affronta tutti gli altri stati dell’animo. Queste persone, quelle che hanno appunto un deficit organizzativo nei confronti dell’odio, non negano di provare odio, a differenza di tante altre. Però, tragicamente, non sanno come gestirlo, perché nessuno gliel’ha insegnato. Mi auguro che questo vi entri in testa: a odiare si impara, l’odio è un atto relazionale, proprio come amare, gestire la paura e la curiosità. S’impara per via relazionale, razionale e imitativa, attraverso la mediazione della cultura.
Ottimo testimonial di questo deficit è Anakin Skywalker in Guerre stellari, il ragazzo destinato a diventare Dart Fener proprio perché odia, sa di odiare e se ne fa purtroppo un cruccio, costruendoci su un vincolo censorio, ma non impara in tempo come odiare, perché i pregiudizi dogmatici degli Jedi sul lato oscuro della Forza lo costringono a rimanere un improvvisatore dei propri cattivi sentimenti. Il problema è che poi a un certo punto Anakin incontra l’imperatore della galassia, che gli insegna a organizzare l’odio senza però risolvere il suo originario vincolo censorio. E qui urge dunque una chiosa.
Un deficit organizzativo nell’odio, va detto, non è sempre un difetto. A voler essere sinceri, in certi casi improvvisare è una cosa che limita i danni. L’organizzazione dei sentimenti infatti è un potere da brandire con responsabilità. Se per esempio si dà il caso di una persona con un vincolo censorio sull’odio (cioè che incolpa gli altri dell’esistenza del proprio odio) ma che allo stesso tempo è dotata di capacità organizzative da abbinargli, ecco che può spuntare un Adolf Hitler nella culla di una qualunque casetta perbene di via Fatebenefratelli. Quando hai un vincolo censorio addosso è molto meglio che tu sia anche disorganizzato, perché almeno avrai difficoltà a trovare un modo efficace di assegnare la colpa del tuo odio agli altri. L’organizzazione dell’odio diventa preziosa e necessaria solo quando si coniuga con la piena assunzione di responsabilità personale dell’odio, altrimenti non è che un sistema per traslare sugli altri l’origine dei propri sentimenti conflittuali. Quindi, se riconoscete in voi stessi un vincolo censorio, non organizzatevi, improvvisate. Questo magari non sarà salutare per voi, ma è certo più sicuro per chi vi sta vicino.
Infine c’è un terzo atteggiamento, che è quello che mi interessa e che, inutile dirlo, spero di raggiungere con voi come obiettivo di questo corso. È il rapporto consapevolmente maturo con l’odio, tipico di quelle rare persone che attribuiscono all’odio uno statuto di normalità e lo riconoscono in sé stesse imparando a fare i conti non soltanto con le proprie pulsioni (che già è un bel problema) ma anche con l’esistenza di un controllo sociale incapace, sulla manifestazione consapevole dell’odio, di ammettere infrazioni. Un controllo sociale ferreo. Chi sa di provare l’odio vive continuamente in un contesto che gli vieta, per via della presenza del tabù, di dirlo, di manifestarlo, di dichiararlo, di praticarlo. Deve vivere come un fuorilegge. Io vivo malissimo, ve lo dico: le mie giornate sono terribili, perché due terzi del mio tempo lo devo passare (o lo dovrei passare) a inventare scuse per camuffare quello che in realtà provo – che è l’odio, appunto.
Gli analfabeti relazionali che mi circondano credono di vedere odio in certe cose normali che faccio o dico, come per esempio quando addito l’ipocrisia dei vincoli censori e delle disorganizzazioni in cui il loro, di odio, si trasforma in autogiustificazione o violenza. Allo stesso tempo neanche immaginano il vero, autentico odio che coltivo, e che devo nascondergli perché altrimenti risulterei sgradevole, stridente e isterica – cioè donna, ma questo sarebbe un altro corso e ci penseremo un’altra volta. Perciò vorrei tanto sdoganare l’odio!
Uno dei migliori testimonial di questo atteggiamento maturo sull’odio, per me, è Antonio Gramsci, che con la sua dichiarazione esplicita «Odio gli indifferenti» – non è «mi stanno antipatici», non è «mi trovo in disaccordo con loro»: è proprio «odio gli indifferenti» – ci ha offerto un esempio scintillante di come l’odio, se viene riconosciuto e disciplinato attraverso l’intelligenza, non è un difetto. È una virtù, luminosissima.
Il libro
Lezioni sull’odio di Michela Murgia (Einaudi Stile libero, pagg. 120, euro 14). In libreria dal 19 febbraio