Toccherà a lei fare gli onori di casa al Padiglione Italia. Con te con tutto, il progetto che firma – con la cura di Cecilia Canziani – è infatti stato scelto dalla Direzione generale creatività contemporanea del ministero della Cultura per rappresentare il nostro Paese alla sessantunesima Biennale d’arte, che si aprirà il prossimo 9 maggio. Nel commentare la scelta, il commissario del Padiglione, Angelo Cappello, ha citato il «fare artigianale e la riflessione sul femminile» e «la trasformazione della materia come atto poetico». Anche se ancora non può svelare molto di ciò che realizzerà alle Tese delle Vergini, prima artista donna a occupare da sola quello spazio, e per di più con una curatela femminile, Chiara Camoni ha le idee chiare su ciò che porterà a Venezia. Da tempo, ormai, le sue singolari creazioni – sculture in ceramica o pietra, come le Leonesse o le Sister, ma anche installazioni come la Serpentessa, o poetiche stampe vegetali – colonizzano pacificamente in Italia e all…
Toccherà a lei fare gli onori di casa al Padiglione Italia. Con te con tutto, il progetto che firma – con la cura di Cecilia Canziani – è infatti stato scelto dalla Direzione generale creatività contemporanea del ministero della Cultura per rappresentare il nostro Paese alla sessantunesima Biennale d’arte, che si aprirà il prossimo 9 maggio. Nel commentare la scelta, il commissario del Padiglione, Angelo Cappello, ha citato il «fare artigianale e la riflessione sul femminile» e «la trasformazione della materia come atto poetico». Anche se ancora non può svelare molto di ciò che realizzerà alle Tese delle Vergini, prima artista donna a occupare da sola quello spazio, e per di più con una curatela femminile, Chiara Camoni ha le idee chiare su ciò che porterà a Venezia. Da tempo, ormai, le sue singolari creazioni – sculture in ceramica o pietra, come le Leonesse o le Sister, ma anche installazioni come la Serpentessa, o poetiche stampe vegetali – colonizzano pacificamente in Italia e all’estero musei e gallerie, biennali e luoghi ctoni, dimenticati, al quale gli spiriti ancestrali che lei chiama a raccolta ridanno vita.
Chiara Camoni con Cecilia Canziani
Chiara Camoni con Cecilia Canziani
Si tratta di un’arte che si richiama all’inconscio, all’archeologia interiore del mito e della favola, e che tuttavia nel rapporto ritrovato con la natura parla molto all’oggi. Un gesto al quale Camoni, lontana dal narcisismo dell’artista star, ci chiama a partecipare. Rendendo la sua opera davvero aperta.
Quest’anno il Padiglione Italia alla Biennale di Venezia sarà, per la prima volta, tutto al femminile: Cecilia Canziani firma la curatela e lei il progetto d’artista. Come vive tutto questo?
«È un traguardo importantissimo e quasi un po’ sognato, se penso a quando ero ragazzina e andavo a vedere la Biennale... Sento un grande senso di responsabilità perché rappresento l’Italia, ma sento anche di rappresentare un tessuto di artiste e di artisti della mia generazione».
Che cosa implica in questo momento lavorare intorno al concetto di “identità”, legandolo alla parola Italia?
«Se penso all’italianità mi viene da esprimere subito un’appartenenza culturale, ma potrei aggiungere anche la specificità di una luce e di un paesaggio. Mi sento profondamente intrisa della nostra storia, non tanto la storia con la S maiuscola, quanto piuttosto quella costituita dall’insieme di narrazioni minori, sotterranee, situate. Dal piccolo borgo dell’alta Versilia in cui mi sono stabilita e in cui lavoro, vivo il nostro paesaggio ogni giorno, ne percepisco le vibrazioni, l’imprinting. Chi viene a fare studio-visit da me, prima ancora di entrare in atelier, viene portato a fare una passeggiata fuori casa, dove si incontrano la vegetazione, le pietre e i detriti che sono parte del mio lavoro. Sento di appartenere alla storia dell’arte italiana, che parte da lontano e che giunge fino a me oggi. Non è un sentimento nostalgico. A volte guardando un’amica mi viene da pensare che il suo volto conserva tuttora lineamenti etruschi. Non cerco sollecitazioni sul web, parto da una esperienza radicata nel quotidiano».
Come si traduce l’appello al genius loci negli spazi giganteschi del Padiglione alle Tese? E come si confronta con gli artisti che lì l’hanno preceduta?
«Ogni artista ha una personalità e un’idea di monumentalità. C’è una monumentalità che è data dalle dimensioni, ad esempio, e un’altra che secondo me risiede nella determinazione dei gesti. Un’opera può essere monumentale anche se è di piccole dimensioni. C’è un modo direi forse femminile di affrontare la monumentalità, mantenendo una relazione con il corpo, reiterando dei gesti, dando un peso specifico alle intenzioni. Molte delle mie figure, come ad esempio le Sister, non superano la scala umana, però credo abbiano densità e intensità: di fronte a loro si avverte di essere di fronte a qualcosa di grande. Né io né Canziani, alla quale mi lega una profonda amicizia oltre che una lunga consuetudine professionale, siamo intimorite dallo spazio delle Tese; puntiamo a una gentile pervasione degli ambienti, diciamo così».
Come sarà il rapporto con il pubblico?
«Vorremmo che il Padiglione fosse uno spazio non solo da attraversare ma da abitare, con opere che si “attivano” nell’arco di tutto il periodo. Sappiamo tutti che il percorso di visita in una mostra grande come la Biennale può essere impegnativo e speriamo che, arrivato alle Tese, il pubblico si conceda una sosta».
Accennava al fatto di rappresentare non solo se stessa, ma un’intera generazione di artisti e di artiste in questa Biennale che la curatrice Koyo Kouoh, che purtroppo ci ha lasciato prematuramente, ha voluto intitolare “In Minor Keys”, in chiave minore.
«Dopo la nomina, io e Cecilia abbiamo ricevuto tanti messaggi di entusiasmo da parte di colleghe e di colleghi, e non è scontato. Erano felici che fossimo state scelte, penso anche per una sorta di identificazione. La nostra generazione è stata preceduta da figure che hanno catalizzato la scena in maniera importante e spesso non è stato facile trovare spazio, dar vita a narrazioni che ci rappresentassero».
Cita le generazioni precedenti: l’arte italiana del dopoguerra, la Transavanguardia, l’Arte Povera. Ma chi sono i suoi padri (o le sue madri) da questo punto di vista?
«Ci sono certamente dei padri, ma ci sono, aggiungerei, anche delle sorelle maggiori a cui sono molto grata: si tratta di un panorama molto diversificato costituito da artiste, da scrittrici, da poetesse e intellettuali. E poi ci sono i giovani e i giovanissimi che frequentano l’atelier e con cui mi confronto. Mi sento all’interno di una genealogia che ha una sua provenienza ma che spero sia anche pronta per un passaggio di consegne. Se guardo indietro penso ad esempio a Marisa Merz, a Carla Accardi, e soprattutto a Carla Lonzi che ha aperto uno spazio di riflessione inedito per tutte e tutti noi. Potrei anche partire da lontanissimo, dai sarcofagi etruschi, dalle statue medioevali, passando per Arturo Martini, Lucio Fontana, Fausto Melotti, fino ad arrivare ai contemporanei Franz West, Thomas Schütte, Isa Genzken…».
Il suo modo di fare arte è lontano dalla tecnologia. Porterà In Biennale una pratica antica.
«Sì, la mia pratica è molto legata al fare direttamente con le mani, anche per poter rivoluzionare, scardinare ciò che si riceve dal passato. Non è detto che una videoinstallazione sia più contemporanea di una pietra».
Come lavora?
«Tutte le opere sono realizzate direttamente in studio, in una dimensione da bottega. Si tratta di iniziare a mettere al mondo una forma e poi capire che direzione prendere. È una negoziazione costante con il materiale, con il tempo, con la situazione intorno. A volte anche con le mani di chi mi aiuta, con le interferenze, con le pause. Il risultato è sempre una scoperta».
Sa dire perché ha scelto di essere artista?
«Per gli artisti – tutti gli artisti: poeti, scrittori, musicisti, artisti visivi – ci deve essere forse un qualche trauma iniziale. Piccolo o grande. Una qualche zona oscura che poi, nei casi migliori, diventa materiale da trasformare. Se non si soccombe, si ha una specie di tesoretto a cui attingere per il resto della propria vita. Ci si muove continuamente tra gli opposti, tra la luce e l’ombra. Forse dentro alle contraddizioni, alla coesistenza degli opposti, c’è il cortocircuito delle opere d’arte più riuscite, che non si risolvono in un’unica lettura».