Una madre, una figlia e il sapore della libertà: il nuovo romanzo di Niccolò Ammaniti
di Niccolò AmmanitiLo scrittore Niccolò Ammaniti
Di nuovo in bici, il topo di marmo nello zaino, ero diretto verso casa di Arianna quando le due sono sfrecciate in direzione opposta a bordo di una Méhari. Avete presente quelle vecchie auto di plastica beige senza tetto che a volte usano i bagnini della spiaggia? Ho sollevato un braccio e loro hanno rallentato fermandosi a lato della strada, hanno fatto inversione a U e mi hanno raggiunto.
Saskia era tutta contenta. — Vieni con noi?
Arianna indossava degli occhiali da sole neri, la solita giacca viola e un cappellino da baseball rosso con su scritto «Bogotá». Alle mani portava dei guanti di lana verdi senza le dita e intorno al collo un catenone d’oro.
— Dove andate?
— A festeggiare la mamma.
— Ma di chi è questa macchina?
— Ce l’ha prestata il commesso gentile del supermarket, — ha detto Arianna.
Di nuovo in bici, il topo di marmo nello zaino, ero diretto verso casa di Arianna quando le due sono sfrecciate in direzione opposta a bordo di una Méhari. Avete presente quelle vecchie auto di plastica beige senza tetto che a volte usano i bagnini della spiaggia? Ho sollevato un braccio e loro hanno rallentato fermandosi a lato della strada, hanno fatto inversione a U e mi hanno raggiunto.
Saskia era tutta contenta. — Vieni con noi?
Arianna indossava degli occhiali da sole neri, la solita giacca viola e un cappellino da baseball rosso con su scritto «Bogotá». Alle mani portava dei guanti di lana verdi senza le dita e intorno al collo un catenone d’oro.
— Dove andate?
— A festeggiare la mamma.
— Ma di chi è questa macchina?
— Ce l’ha prestata il commesso gentile del supermarket, — ha detto Arianna.
Le ho fatto gli auguri e lei mi ha sorriso.
— Grazie, Nilo. Sono una vecchiaccia. Salta su.
Ho legato la bici a un palo e sono montato senza nemmeno aprire lo sportello. Il cuore mi batteva forte mentre correvamo con il vento che mi entrava in bocca riempiendomi i polmoni.
— La senti la libertà? — mi ha urlato Arianna.
Non capivo bene che intendesse ma le ho detto di sì.
— Com’è?
— Buona…
— Buonissima!
Sì, eravamo liberi, per strada non c’era nessuno, noi tre per chilometri e chilometri di nulla. Le case a volte s’infittivano, ma sembravano evacuate per l’arrivo degli extraterrestri. I cartelli di favolosi stabilimenti balneari stinti dalla salsedine si alternavano ai faccioni sbiaditi delle pubblicità, alle indicazioni di ristoranti falliti. La vecchia Méhari tremava tutta, lasciandosi dietro una coda di fumo nero. Dalla radio arrivava la voce di Irene Grandi e quelle due pazze cantavano insieme a lei, stendendo le mani verso il cielo velato da garze di nuvole: — Bruci la città e crolli il grattacielo… Svanisca tutto quanto, svanisca tutto il resto.
Mamma e figlia erano come antenne sul tetto, vibravano di gioia e tristezza a seconda di come il vento le strapazzava. Potevano stare qui come a Bogotá. Nessuna regola, ruolo, ordine, libere di essere felici o infelici, arrabbiate, pigre, di non andare a scuola, di non lavorare, di spogliarsi senza vergogna e di andare al mare quando nessuno ci andava.
RepIdee - "Lo scrittore dietro la cinepresa": Niccolò Ammaniti con Dario Olivero. L'integrale
Saskia mi ha abbracciato. — Canta.
E io, timido, mi sono aggiunto, incerto sulle parole: — Non posso che adorare questo tuo profondo amore.
Arianna con una sterzata improvvisa si è gettata in un campo sterrato sollevando nuvole di polvere gialla. Io e Saskia ci reggevamo forte ai sedili per non venire sbalzati fuori. Ha inchiodato tirando il freno a mano in una mezza piroetta e poi si è girata togliendosi gli occhiali. — Dài, Saskia, su, tocca a te.
Si sono scambiate di posto, la madre si è seduta dietro e mi ha afferrato la mano mentre Saskia si metteva al volante.
— Chauffeur, ci porti al Roxy Bar!
E quella ragazzina alta come una ninfa delle grotte, in pizzo al sedile, si è aggiustata gli occhiali sul naso, ha allungato un piede e spinto la frizione ingranando la marcia. La macchina ha singhiozzato un paio di volte, ma poi è partita prendendo velocità. Ero stupito.
— Ma sa guidare?
— Questa piccoletta sa fare tutto, non la sottovalutare, — ha detto la madre con orgoglio.
Saskia guidava veloce, tutto da una parte, sfiorando le auto parcheggiate, ma non avevo paura, ero concentrato a stringere la mano di Arianna, preoccupato che la mia fosse sudata.
— Quanti anni fai? — le ho domandato appena ho trovato un po’ di coraggio.
— Trentatré. Impossibili per una come me. Non li so portare.
Siamo arrivati a Campobello di Mazara, dove c’è una lunga strada dritta che finisce sotto una torre quadrata con un grande orologio e ai lati due palme vecchie e sbilenche. Quasi tutti i negozi avevano le serrande abbassate e i cartelli vendesi e affittasi appesi. Ai tavolini argentati di un baretto sul corso erano seduti i vecchi con i bastoni e lì accanto una cerchia di ragazzotti sugli scooter che appena hanno visto Arianna hanno cominciato a darsi gomitate, a fare commenti in siciliano stretto.
Chissà che stavano pensando di me. Un amico della figlia? Il figlio? Il fidanzato?
Uno più coraggioso degli altri, con un sacco di piercing e i capelli rasati sulla nuca, si è avvicinato impettito come un galletto amburghese e le ha chiesto se potesse offrirle una granita.
— Perché no, — gli ha sussurrato lei con lo sguardo da gattina.
— Dài, mamma, che palle —. Saskia ha sollevato gli occhi al cielo, poi si è rivolta a me. — Non la sopporto. Fa sempre così.
E niente, abbiamo dovuto aspettare che i tasci si facessero le foto con Arianna mentre si mangiava la granita di limone, stringendola, piazzandole le mani sul culo, e lei o non se ne accorgeva o se ne fotteva.
Tutta questa sceneggiata è finita quando da una via laterale è arrivato un suono assordante di trombe e tamburi, più che musica sembrava un’esplosione, ed è sbucato un indiano secco secco a cavallo con il turbante e un vestito d’oro e turchese e dietro una banda di indiani colorati che danzavano ancheggiando e muovendo le braccia.
— Un matrimonio, andiamo. Arianna ci ha preso per mano e siamo corsi appresso alla parata nuziale ballando.
Com’era possibile divertirsi tanto? Il divertimento sprizzava fuori dalle cose quando quelle due ci passavano accanto. E non c’era bisogno di fare niente di speciale, bastava una macchina scassata e una passeggiata a Campobello di Mazara.
Mi sono immaginato di scappare via con loro, a Milano, a Parigi, dove volevano, a fare quello che ci pareva. Senza regole e senza gente che ti dicesse ogni cinque minuti come vivere. Forse poteva venire anche zia Rosi, si sarebbe divertita come una matta pure lei.
Esausti e accaldati, con un piatto di riso al curry, ci siamo seduti sulla scalinata della chiesa a mangiare con le mani.
— Arianna, ho un regalo per te, purtroppo si è rotta la coda.
Ho aperto lo zaino e ho tirato fuori il topo.
Lei lo ha preso in mano. — Per me? Dio santo, ma è stupendo. Di marmo. Grazie! Che regalo pazzesco.
Saskia era più meravigliata della madre.
— Ma è un ratto muschiato. Uguale a quelli del capanno. Dove lo hai preso?
E qui me la sono goduta.
— L’ho scolpito io.
Erano poco convinte.
Mi sono messo una mano sul petto.
— Giuro! L’ho fatto io.
© 2026 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino
Il libro
Il custode di Niccolò Ammaniti (Einaudi Stile libero, pagg. 172, euro 16,50). In libreria dal 5 marzo