✕

Azar Nafisi: “Solo con il popolo si può cambiare il destino dell’Iran”

La scrittrice Azar Nafisi 

Ascolta l'audio

L’autrice di “Leggere Lolita a Teheran” vive in esilio negli Usa e esorta l’Occidente a sostenere la società civile del suo Paese
3 minuti di lettura

Non sto bene, anche se certo meglio di chi è sotto le bombe in Iran. Ho il cuore spezzato perché, fra i morti di queste ore, c’è un mio caro cugino. In questi momenti drammatici stanno riemergendo ricordi dolorosi di quando ero ancora a Teheran ed eravamo in guerra con l’Iraq. La notte dormivo in corridoio, su un materasso per terra coi miei figli, perché se fosse caduta una bomba sul nostro edificio, il loro destino sarebbe stato anche il mio. Ecco, penso a quante madri in questo momento stanno vivendo quel sentimento straziante». Azar Nafisi è la scrittrice iraniana che vive in esilio in America fin dal 1997, autrice del celebre Leggere Lolita a Teheran e anche del recente Leggere pericolosamente. Il potere sovversivo della letteratura in tempi difficili, editi da Adelphi. Al telefono da Washington, dove vive, la sua voce trasmette tutta l’angoscia del momento: «Sono riuscita a mettermi in contatto con i miei cari in Iran solo il primo giorno. Da 48 ore non ho più notizie di nessuno…

Non sto bene, anche se certo meglio di chi è sotto le bombe in Iran. Ho il cuore spezzato perché, fra i morti di queste ore, c’è un mio caro cugino. In questi momenti drammatici stanno riemergendo ricordi dolorosi di quando ero ancora a Teheran ed eravamo in guerra con l’Iraq. La notte dormivo in corridoio, su un materasso per terra coi miei figli, perché se fosse caduta una bomba sul nostro edificio, il loro destino sarebbe stato anche il mio. Ecco, penso a quante madri in questo momento stanno vivendo quel sentimento straziante». Azar Nafisi è la scrittrice iraniana che vive in esilio in America fin dal 1997, autrice del celebre Leggere Lolita a Teheran e anche del recente Leggere pericolosamente. Il potere sovversivo della letteratura in tempi difficili, editi da Adelphi. Al telefono da Washington, dove vive, la sua voce trasmette tutta l’angoscia del momento: «Sono riuscita a mettermi in contatto con i miei cari in Iran solo il primo giorno. Da 48 ore non ho più notizie di nessuno. Sono agitata, disorientata. Ma voglio parlare con Repubblica oggi perché so che è importante in questo momento essere la voce di chi è in Iran».

La voce di chi non ha voce.

«Ricordo bene l’ultimo giorno che ho vissuto a Teheran. Mentre facevo le valigie e poi, lungo la strada verso l’aeroporto, mia madre non fece che ripetermi: “Diglielo. Devi raccontargli tutto”. E intendeva: “Di’ alle persone del mondo libero dove stai per andare, cosa sta succedendo qui da noi. Digli la verità”. Perché una delle prime cose che fa un regime totalitario è costruire intorno ai suoi cittadini una falsa realtà. Le menzogne sono la sua arma principale. Ed è esattamente quel che gli ayatollah hanno fatto per tutti questi anni: hanno detto al popolo iraniano che al mondo non importava nulla del loro Paese, della loro fede, della loro cultura».

E ora che l’ayatollah Khamenei è morto e il regime è decapitato come si sente?

«Provo sentimenti contrastanti. Nei momenti di grande disperazione, gli ho augurato la morte. Ma questo è il loro stile: non può essere il mio. Ci hanno preso la libertà dandoci la morte, quando più noi iraniani cercavamo la vita. Lucidamente, dico che avrei preferito vederlo processato e condannato per i suoi crimini: solo così avrei potuto dire che ha vinto la democrazia. Così, invece, ne hanno fatto un martire. Temo che il suo pensiero resti vivo e la sua mentalità resti profondamente radicata in Iran».

Teme che, come in Venezuela, una volta levato di mezzo il leader restino al governo gli stessi uomini che opprimevano il Paese?

«Sì, lo temo. E qui la questione non è solo cambiare regime ma la mentalità delle persone. Bisogna riuscire a cambiare il modo in cui un Paese come la Repubblica Islamica — e tutti gli altri luoghi dove la mentalità totalitaria è dominante — si pensa al governo, al popolo, alla democrazia».

Il presidente Trump si è rivolto direttamente agli iraniani chiedendo loro di ribellarsi...

«Ma quando ti cadono le bombe sulla testa è molto difficile. Finora ho sempre sperato che il cambiamento in Iran, come quello in Sudafrica, non venisse imposto dall’alto, ma fosse un processo che si sviluppa dal basso. Ed era esattamente ciò che il popolo iraniano stava facendo. Sono molto orgogliosa e anche stupita dal coraggio trovato da così tante donne e uomini e persone anche giovanissime, che in questi anni e anche di recente sono scesi in piazza pur sapendo che forse non sarebbero mai più tornati a casa. Sapere di rischiare le torture, lo stupro, la morte e farlo ugualmente. Ebbene, aver saputo sfidare il regime significa che la società iraniana è viva. E che le proteste del popolo iraniano sono sempre state un atto di affermazione della vita. Per questo sono convinta che non lo aiutiamo facendo la guerra».

Come, dunque?

«Dovremmo concentrarci su ciò che il popolo iraniano chiede, invece che su ciò che vuole Trump, il mondo arabo, Israele, l’Europa. E questo è riassunto nello slogan: “Donna, vita, libertà”. E anche e in un altro che venne coniato quando Khomeini emise la fatwa per obbligarci ad indossare il velo: “La libertà non è né occidentale né orientale. La libertà è libertà”. Ma di sicuro ci sono due questioni urgenti».

Quali?

«Una riguarda i prigionieri politici. Le loro vite sono oggi in pericolo più che mai: per colpa del regime. E per colpa delle bombe. Come società civile, come Occidente, tutti dovrebbero prenderci l’impegno di lottare per far aprire le porte delle carceri. L’altra cosa è Internet. Bisogna trovare un modo per riconnettere il popolo iraniano alla rete. Perché come si può organizzare una ribellione senza la rete? E pensate anche a quanto sia terrificante per questa gente non sapere nulla di ciò che sta accadendo nel mondo fuori. E anche che il mondo non può vedere quello che realmente sta accadendo a loro. Tutto questo non si ottiene con le pressioni della politica che arriva dall’alto: ma con quelle che la gente può fare sui propri governi. Possiamo tutti aiutare il mio popolo, semplicemente scendendo in piazza chiedendo giustizia per loro».

Cosa le fa più paura di questo specifico momento?

«Sicuramente il fatto che questa guerra può durare a lungo. E che tante persone iraniane — ma anche americane, arabe, europee — possano essere uccise e pagare le conseguenze di cinquant’anni di orrore. È chiaro che il regime islamico, a questo punto, è più feroce che mai: non ha futuro e dunque non ha nemmeno più nulla da perdere. I suoi leader possono aspettarsi solo di essere uccisi, non c’è nessun posto al mondo pronto ad accoglierli. Questo li rende solo più crudeli. Ricordo di aver letto di recente la promessa di un uomo del regime: “Prima di andarcene, ridurremo l’Iran in polvere”. Ed è proprio quel che faranno».

C’è qualcosa che le dà speranza?

«Le parole di uno dei miei pensatori preferiti, Václav Havel. Parafraso, ma a grandi linee diceva che la speranza non è come l’ottimismo. E non consiste nel fare qualcosa per ottenere una ricompensa ma nel fare qualcosa perché ha senso. La speranza è indipendente dalle conseguenze. E dunque, ecco, spero in questo: che il popolo iraniano trovi la via che lo porti alla libertà ».

Leggi i commenti